La leader ammette: «Usa e Israele fuori dal diritto internazionale». Pd: «No alle basi militari a Trump». M5s: «Striscia per non cadere». Giovedì mattina, lo scontro sul tavolo di confronto
Per Giorgia Meloni è stato il giorno delle negazioni. «Non siamo né intendiamo prendere parte alla guerra», ha ripetuto in aula al Senato durante le comunicazioni anticipate in vista del Consiglio europeo. E ancora: «Non siamo né complici di decisioni altrui, né isolati». Infine, «non essendo stati parte diretta dei negoziati non possiamo avvalorare né smentire gli Stati Uniti sulla indisponibilità dell’Iran a chiudere un accordo sul nucleare».
In questo contesto, anche l’apertura, poi soprascritta dall’attacco allo «strabismo» del Pd, a un tavolo di confronto con le opposizioni diventa miccia del dibattito.
«Se non vi è disponibilità da parte dell’opposizione a un coordinamento sulla crisi lo rispetto, ma non se ne dia la responsabilità a me. A dimostrazione di quello che dico, confermo che il mio invito resta valido. Se l’opposizione ha cambiato idea e intende davvero collaborare nell’interesse dell’Italia, lo dica chiaramente invece di accampare pretesti o condizioni. In questo caso, il governo è pronto ad aprire un tavolo di confronto» ribadisce la premier in mattinata dopo gli attacchi dell’opposizioni sul suo passo indietro rispetto alla prospettiva di dialogo.
A stretto giro arriva la replica della segretaria del Pd Elly Schlein, che in un’intervista televisiva dice: «Meloni a tutto da sola, noi ci siamo come ci siamo sempre stati. Quando ci fu il primo attacco fui io a chiamarla: posi la clava. Il mio numero ce l'ha».
La linea sul conflitto
Insomma la linea resta quella del «non condivido né condanno», pronunciato qualche giorno fa e diventato il simbolo della mancanza di idee del governo nel conflitto che sta incendiando il Medio Oriente.
Proprio questo le hanno rinfacciato le opposizioni nel corso del dibattito parlamentare. Poche sono state invece le formule assertive, che di solito sono il marchio di fabbrica della premier. Su tutte una ammissione, arrivata con una settimana di ritardo rispetto al ministro della Difesa, Guido Crosetto, e dopo dodici giorni di conflitto: «In questo contesto di crisi del sistema internazionale si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale, dove dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano».
Con un contraltare, però: la destabilizzazione del Medio Oriente è «iniziata il 7 ottobre e non il 28 febbraio», quindi con l’attacco di Hamas, sostenuta dall’Iran, a Israele. La sintesi finale è quella di ricordare i rischi anche interni: «Non possiamo permetterci un regime di ayatollah con la bomba atomica e una capacità missilistica che potrebbe essere in grado di colpire l’Italia e l’Europa». Infine, un «sincero» appello all’unità con le opposizioni davanti a «uno dei tornanti più complessi della storia recente», per cui si è detta pronta a un tavolo di confronto immediato.
Lo stallo
La fotografia parlamentare, dunque, è quella di una premier che, suo malgrado, guarda con imbarazzo e difficoltà a questo momento di grande confusione. Meloni non può e forse non vuole allontanarsi dagli Stati Uniti, tuttavia è costretta ad ammettere quel che è sotto gli occhi di tutti: l’attacco all’Iran è contro il diritto internazionale e gli attacchi americani che colpiscono anche i civili si stanno moltiplicando, per questo arriva la «ferma condanna nella strage delle bambine nella scuola nel Sud dell’Iran e la richiesta che si accertino le responsabilità».
Tuttavia, la sintesi in vista delle decisioni future è drammatica: «Siamo costretti a scegliere tra cattive opzioni». Ecco perché la linea politica che ha provato a indicare per l’Italia è quantomai generica e più conservativa che proattiva: lavoro diplomatico, impossibile però fin tanto che l’Iran attaccherà gli altri paesi del Golfo; messa in sicurezza degli italiani nell’area e assetti di difesa aerea nell’area e anche per le nazioni amiche, come Cipro.
Quanto alle basi militari americane in Italia, il mantra è sempre che «nessuna richiesta di utilizzo è arrivata», con una risposta piccata alle opposizioni: «Tutti si attengono agli accordi bilaterali, anche il governo spagnolo», è la sottolineatura a chi, come il Pd, ha lodato il governo di Pedro Sánchez, «stupisce che questa scelta venga condannata in patria ed esaltata in Spagna».
Il capitolo più delicato, infine, ha riguardato l’energia e gli effetti economici della guerra. Anche qui, il governo è apparso in stallo. Si è parlato di «monitoraggio sull’aumento dei prezzi e sui fenomeni speculativi», di «task force» e di «valutazione di accise mobili». Propositi futuri, insomma: per ora si osserva. Ma «faremo di tutto per evitare che si speculi sulla crisi, anche con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili», è la chiosa che dovrebbe intimorire i grandi produttori che hanno portato il prezzo della benzina e del gas alle stelle. «Meloni-Ponzio Pilato, non condanna guerra e dice nulla sui carburanti», è stata la sintesi del dem, Francesco Boccia. Più pesante il capogruppo M5s Riccardo Ricciardi: «Solo chi striscia non inciampa mai».
La questione energetica, insieme ai conflitti in Ucraina e Medio Oriente, saranno i punti al centro del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, e Meloni ha ribadito il no italiano al superamento del principio dell’unanimità richiesto per le modifiche al bilancio Ue. «Serve una sintesi politica», ha detto, chiedendo di sospendere urgentemente «l’applicazione dell’Ets (il meccanismo che impone maggiori costi alle industrie che producono più CO2 ndr) alla produzione di elettricità da fonti termiche». Su un solo tema Meloni non è stata vaga né cerchiobottista: ha ribadito la linea dura sui migranti e la bontà dei centri in Albania, attaccando i giudici che hanno preso decisioni «non basate sul consenso» né «hanno giustificazione nella normativa italiana ed europea».
Le opposizioni
La risoluzione di maggioranza ha ricalcato in pieno le parole di Meloni. In segno di apertura il governo ha dato parere positivo, per parti alla Camera, ad alcune delle mozioni dell’opposizione, che ha invece scelto l’ordine sparso.
Il M5s ha chiesto la «creazione di una vera difesa comune europea», il Pd, come Avs, sono tornati a battere sul «no alla concessione delle basi italiane agli Usa» per non appoggiare una guerra che viola il diritto internazionale. «Non possiamo rassegnarci all’ignavia», ha concluso la capogruppo dem alla Camera, Chiara Braga, con l’accusa al governo di essere succube degli Usa e guadagnandosi dall’accusa di «strabismo» da parte di Meloni, che ha citato le bombe americane in Kosovo durante il governo D’Alema. «Rimaniamo alternativi» ma «facciamo uno sforzo», è stato l’appello della premier. Ma il no di Conte è netto: «Il tavolo è già in parlamento» e il Pd lo subordina al suo ritorno in Aula.
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