Giuseppe Conte sta combattendo una battaglia molto difficile per riportare in parlamento quel che resta del Movimento 5 stelle, un partito che lui per primo ha contribuito a far dissolvere. Ben prima della lunga serie di scissioni, la più importante quella del ministro degli Esteri Luigi Di Maio che ha portato con sé oltre 60 parlamentari, la guida di Conte si è fatta via via sempre più personalistica.

Fino ad arrivare a oggi: sceglierà lui i capolista e, soprattutto, si candiderà in più collegi, nonostante le regole storiche del Movimento lo vietassero. La sua popolarità serve a sopperire a una classe politica ridotta all’osso. Il Movimento, diventando un partito con tutti i suoi tic, non ha saputo coltivare una classe dirigente forte e visibile in grado di trainare i territori nella scelta elettorale.

Nonostante la consapevolezza della regola dei due mandati, che impone a ogni eletto di non ricandidarsi una terza volta e che alle prossime elezioni lascia a casa molti volti noti, il M5s non è stato in grado di sfruttare il successo del passato, ossia non ha tenuto conto del larghissimo gruppo di neofiti della politica che ha conquistato le istituzioni nel 2018. Era il gruppo più numeroso in parlamento: 221 deputati alla Camera, 112 senatori a palazzo Madama.

Prima Di Maio, capo politico da settembre 2017 a gennaio 2020, e poi Conte si sono circondati di pochi fedeli, attingendo soprattutto al gruppo storico, quello eletto nel 2013 e che aveva già alle spalle una legislatura. La maggior parte dei nuovi ingressi non è stato valorizzato.

Grande spazio è stato affidato a Paola Taverna e Vito Crimi (anche lui capo politico ad interim fino al subentro di Conte), all’ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, al presidente della Camera Roberto Fico, la viceministra all’Economia Laura Castelli, scissionista insieme a Di Maio.

Nelle grazie dei leader ci sono stati, o ci sono ancora, Francesco D’uva, Sergio Battelli, ex tesoriere del M5s ora con il partito di Di Maio, Gianluca Vacca, il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, anche lui scissionista. L’elenco è molto lungo. Così come quello di coloro che per oltre quattro anni sono rimasti nell’ombra e di cui si è sentito parlare molto poco.

Eterni esclusi

Uno dei primi a lasciare il Movimento per un pesante contrasto è stato Lorenzo Fioramonti, che pure in virtù delle sue qualifiche aveva avuto spazio come ministro dell’Istruzione del governo Conte II, dopo essere stato viceministro nel Conte I. Laureato in filosofia, con dottorato a Siena, Fioramonti ha insegnato in diverse università estere e pubblicato su riviste di fama internazionale.

Anche Giovanni Luca Aresta alla fine ha deciso di andarsene. Eletto nel collegio uninominale di Francavilla Fontana, oggi è in Impegno civico, la formazione degli scissionisti che hanno seguito Luigi Di Maio nel suo addio. Eppure, l’avvocato penalista era capogruppo in commissione Difesa alla Camera.

È stato anche relatore su numerosi provvedimenti per il riordino delle forze armate e del primo decreto Ucraina. I rapporti tra lui e i vertici del Movimento si sono incrinati nel momento in cui i Cinque stelle hanno deciso di opporsi alla fornitura di armi alla resistenza ucraina e all’aumento delle spese militari.

L’esclusione forzata di alcuni parlamentari ha riguardato anche un esperto di giustizia. Roberto Cataldi, marchigiano, è un avvocato, ideatore della rivista giuridica studiocataldi.it. Durante l’esame della riforma della Giustizia, firmata prima dal ministro Alfonso Bonafede e poi portava avanti dalla ministra Marta Cartabia, Cataldi non ha ricevuto incarichi politici di peso.

A seguire il pacchetto di disegni di legge in parlamento è stato prevalentemente Vittorio Ferraresi, fedele all’ex ministro, prima come sottosegretario e poi come semplice deputato (in quest’ultima fase insieme al capogruppo Eugenio Saitta). Cataldi, invece, è stato designato dal partito solo per ricoprire incarichi minori. Ha seguito come relatore la legge sui fallimenti aziendali, e altre due sui reati militari. 

L’ingegnere inviso ai vertici

Spera invece nella ricandidatura Luca Sut. Il parlamentare friulano, però, «sa bene di non avere possibilità, i vertici non hanno simpatie per lui», dice un collega. È stato a lungo capogruppo in commissione Attività produttive alla Camera, ma adesso potrebbe dover tornare al suo impiego precedente.

L’ingegnere ha lavorato come consulente nell’ambito della sicurezza prima di avvicinarsi alla politica. Si è impegnato molto per rendere applicabile il superbonus e, nonostante valutare i parlamentari solo per la loro presenza alle votazioni sia riduttivo, Openpolis registra la sua presenza al 96 per cento delle votazioni in aula.

Negli ultimi mesi, ha lasciato l’incarico da capogruppo per diventare capoarea, cioè coordinatore tematico di partito. Sut si è tuttavia giocato i rapporti con i vertici Cinque stelle nei giorni della crisi, quando si è esposto per votare la fiducia al governo sul decreto Aiuti.

Il ricercatore

Tra chi sta valutando di tornare alla vita fuori dal parlamento c’è anche Niccolò Invidia. Il deputato lombardo, classe 1989, prima di entrare a Montecitorio ha fatto ricerca all’estero, tra i Paesi Vassi e gli Stati Uniti, per poi lavorare un anno al parlamento europeo.

A lungo capogruppo in commissione Lavoro, ha portato avanti alla Camera la proposta di legge sul salario minimo presentata al Senato da Nunzia Catalfo. È stato anche membro della giunta per il regolamento e della delegazione Osce, oltre che coordinatore dell’intergruppo parlamentare dedicato allo spazio. Dopo essersi battuto a sostegno della linea governista durante la crisi, ha lasciato il Movimento alcune settimane fa.

Senatori bistrattati

Anche al Senato non mancano le figure che si sono sentite messe da parte dalla gestione Conte a favore dei suoi fedelissimi. Uno degli esempi più noti è quello di Simona Nocerino. Impiegata bancaria, è stata a lungo membro della commissione Esteri. A inizio legislatura, invece, in commissione Lavoro aveva elaborato una proposta sui caregiver.

Il suo nome è stato al centro delle cronache in uno degli sviluppi più rocamboleschi dell’ultima parte della legislatura. Dopo che le sue dichiarazioni filoputiniane avevano reso incompatibile Vito Petrocelli con l’incarico di presidente della commissione Esteri, il M5s si era affannato alla ricerca di un sostituto.

Dopo il passo di lato dell’allora capogruppo Gianluca Ferrara, anche lui ambiguo sull’atlantismo, Nocerino era considerata la candidata naturale alla successione di Petrocelli, anche per la stima trasversale di cui godeva. Niente da fare per lei: Conte ha preferito paracadutare in commissione Ettore Licheri, ex capogruppo suo fedelissimo ma non esattamente esperto di esteri.

Nocerino oggi è parte del gruppo di Di Maio, esattamente come Vincenzo Presutto, capogruppo dei Cinque stelle in commissione Bilancio. Il commercialista napoletano che ha lavorato anche con l’allora sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha fatto fallire tutte le proposte per l’autonomia differenziata che sono state presentate negli anni, in primis quella della ministra leghista Erika Stefani, all’epoca alleata del Movimento.

Il suo impegno l’aveva portato addirittura nel totoministri durante la formazione del governo Conte II. Presutto è stato l’uomo di fiducia di Di Maio in Campania, nonché l’unico membro Cinque stelle della commissione di vigilanza sulla Cassa depositi e prestiti. Soprattutto in questo incarico, ha lavorato praticamente da solo, senza che i vertici del Movimento abbiano cercato il confronto sulle posizioni da tenere in un contesto così delicato.

Un caso simile a quello del deputato Roberto Cataldi, è riscontrabile nella figura di Angela Piarulli. Avvocato, specializzata in criminologia, è stata direttrice delle carceri di Trani, in Puglia dove è stata eletta. In tale veste ha firmato diversi protocolli sull’inclusione lavorativa dei detenuti. Eppure la sua precedente esperienza non è stata sfruttata a pieno.

Se è vero che ha seguito da vicino il decreto sulle intercettazioni del 2020, così come vari provvedimenti sulla magistratura onoraria, è altrettanto vero che non è mai entrata nelle grazie dell'ex ministro Bonafede.

Il peccato originale

La mancanza di classe politica è un problema che ha contraddistinto il Movimento fin dagli albori. Il primo giorno della XVII legislatura, 15 marzo 2013, si è consumato il primo paradosso: mentre la maggior parte delle altre forze politiche, forti anche della loro presenza nelle scorse legislature, presentava 551 proposte di legge (324 alla Camera e 227 al Senato), la vera novità venuta fuori dalle elezioni di fine febbraio e nata proprio in opposizione “alla vecchia politica” non ne presentava nessuna.

Un paradosso dettato dal fatto che dovessero ancora “studiare” e definire le squadre di assistenti che – nella vita parlamentare – accompagnano il lavoro di deputati e senatori. Ma determinato soprattutto dalla palese assenza di classe politica, sia nazionale sia locale. 

I primi cinque anni nelle istituzioni nazionali sono dunque serviti ai Cinque stelle per creare una classe dirigente strutturata. Ma questa piccola eredità, una volta catapultata nella legislatura iniziata nel 2018 (quella che finirà a settembre con le elezioni), non è stata usata sapientemente. Le nuove leve hanno dovuto sopportare il peso dei vecchi parlamentari e di una leadership miope che non ha pensato al futuro.

© Riproduzione riservata