A partire dallo scorso luglio, anche a Mirafiori sono arrivati i primi messaggi dall’Inps, per la sospensione del reddito di cittadinanza: domanda sospesa come previsto dall’articolo 13 del dl 48/2023. Luigi mostra la credenza «c’è solo minestrina, è quello che mangiamo da tre giorni e iniziamo ad avere mal di pancia».

Ci sono solo lui e l’istituzione che ti parla via sms. Nel quartiere storico della Fiat, uno degli effetti pratici è che il blocco del reddito di cittadinanza ha bloccato anche l’assegno unico, perché per ragioni di semplificazione erano caricati insieme. Le persone hanno dovuto presentare un’altra domanda, c’è chi non ha ancora ricevuto niente.

Dopo il clamore estivo è calato il silenzio. Il Comune di Torino, come altre amministrazioni, aveva attivato in agosto un numero di telefono dedicato, quando è emerso che una parte dei percettori del reddito di cittadinanza non era a carico dei servizi sociali. Una volta istituita la misura, si è creato un doppio canale: lavoro/assistenza. In base alle informazioni fornite dalle persone e alla valutazione che veniva effettuata, l’algoritmo stabiliva chi fosse in una condizione di vulnerabilità (non occupabile) e chi in grado di trovare e mantenere un lavoro (occupabile).

Questo ha determinato che circa il 60 per cento delle persone sia finita nella categoria occupabile a «loro – spiega un educatore – il reddito è stato sospeso e non c’è possibilità di rinnovo, potranno accedere ad altre misure, ma ci sono stati degli errori.

C’è chi si è ritrovato iscritta alla piattaforma Anpal e ha smesso di ricevere il reddito, pur avendo una situazione di svantaggio: o ha nascosto la sua reale situazione o l’operatore non è stato in grado di coglierla».

L’algoritmo

Questo è il punto chiave: chi decide la possibilità/probabilità di trovare un’occupazione per una persona? L’algoritmo? Come spiegano dal Centro per l’impiego «non possiamo mandare alle aziende persone intercambiabili, serve professionalità, uno non vale l’altro, serve una selezione».

E poi c’è la tenuta nel tempo dell’occupazione, una volta acquisita: «Invece vediamo persone che entrano ed escono continuamente dal mercato del lavoro» oppure «persone che con un affiancamento continuativo riescono ad entrare e a mantenere il lavoro».

L’occupabilità non è un dato statico: può crescere o retrocedere. Un terzo aspetto è quello dell’occupabilità percepita: quante chance una persona crede di avere, per trovare un lavoro. Come evidenziato dalle ricerche sul tema, i disoccupati che dispongono di un superiore elevato senso di controllo sulla loro situazione, mostrano in misura minore derive depressive e si attivano maggiormente nel cercare lavoro.

Chi si percepisce come scarsamente impiegabile, abbassa le sue probabilità di trovare un lavoro, se fa un colloquio «parte già sconfitto», «non si impegna», «perché tanto il posto lo danno ad un altro» e quando viene scartato, auto-conferma la sua percezione che influirà negativamente nella ricerca successiva.

In un quartiere come Mirafiori, le persone che hanno più di 65 anni sono due volte più numerose dei giovani fino ai 15. Un missionario di ritorno dall’Africa mi ha chiesto «dove sono finiti i bambini?». Ci sono, ma pochi. A Torino sono 41.979 quelli di età fra 0 e 6 anni, i cani sono quasi 100mila.

Gli animali domestici sono cresciuti in modo impetuoso negli ultimi anni e non si sa se siano venuti prima l'individualismo e la solitudine o loro, fatto sta che il connubio televisione, solitudine, cane ha creato un nucleo apparentemente autoreferenziale.

È un fenomeno trasversale che coinvolge tutte le fasce di età e tutte le tipologie famigliari. Quella che colpisce di più è costituita da coppie giovani che gli inglesi chiamano dink, cioè double income no kids, due stipendi e nessun bambino.

Il parroco del quartiere, don Beppe Nota, un po’ sconfortato sostiene: «Meno male che ci sono i cani, i gatti e la televisione altrimenti questa condizione di solitudine sarebbe ancora più pesante». I cortili si sono svuotati, gli anziani sono rimasti soli, e la vita ha perso la sua dimensione collettiva e comunitaria per ripiegarsi nell’autosufficienza dell’Io e nel fingere di essere middle class, ma è stata un’illusione.

Adele e Luigi

Adesso spiega Paolo, educatore, è partito il supporto formazione lavoro, 350 euro per la frequenza di un corso, «ma il problema è entrare dentro le situazioni, vedere le persone non per pochi minuti, il tempo di compilare un modulo, ma stare con loro nei luoghi che frequentano, nelle relazioni e solo con il tempo valutare una proposta».

Per esempio, spiega un altro educatore, la signora Adele vive in una casa popolare nel quartiere, ha i capelli color rame e lo sguardo assente, per «un’assenza forzata dai farmaci senza i quali non riesce più a stare in piedi. Ha una invalidità al 60 per cento, ha trascorso un decennio in galera per vari furti e reati: faceva la testa di legno per brutta gente in cambio di qualche soldo.

Ancora oggi risulta proprietaria di un appartamento in cui non ha mai messo piede, ma questo le impedisce di accedere ai sussidi pubblici. Vive con Luigi, un ragazzo smilzo che parla con un linguaggio curato, sembra uscito da un liceo classico di élite. Lui ha iniziato a vivere in strada a 16 anni, scappava dalle botte del padre. È entrato nell’eroina, ma dopo 30 anni ha smesso.

Adesso calma l’ansia con l’alcool: dai 3 ai 10 litri al giorno. Passa le giornate al giardino e va a casa solo per preparare i pasti per Adele e per dormire, quando ci riesce. Anche lui è invalido al 60 per cento. Entrambi non sono in carico ai servizi sociali, lei ha una pensione di 340 euro, lui aveva il reddito di cittadinanza. Ebbene, secondo l’algoritmo possono lavorare».

E forse è così, anzi sarebbe bello che qualcuno si occupasse quotidianamente di loro e li accompagnasse verso un’occupazione. Ma i Centri per l’Impiego si occupano di lavoro, i Servizi Sociali dell’accompagnamento educativo e i progetti vengono calati dall’alto e «non vedono – conclude Paolo – che uno dei principali problemi è che molti beneficiari sono soggetti non occupabili per formazione, limiti oggettivi, stile di vita, disabilità non certificate, limitazioni cognitive».

Ogni misura ha un’adattabilità, si conforma e si deforma con la vita delle persone. Per questo prima di attivare azioni a livello nazionale andrebbero fatte delle sperimentazioni locali, valutati gli esiti, i limiti, i possibili correttivi. Alla fine, racconta Luigi, «ho deciso di andarmene, per tre mesi ho trovato lavoro in Costarica. Prendo il sussidio di disoccupazione o quello che sarà e in più lo stipendio che mi daranno a San José».

© Riproduzione riservata