A metà dicembre il presidente Joe Biden ha convocato l’Africa a Washington. È stato del primo vertice africano degli Stati Uniti dal 2014. L’obiettivo è lampante: contrastare la presenza della Cina – da tempo pervasiva – ma soprattutto tenere a bada la crescente influenza russa, in particolare quella militare.

La Casa Bianca di Joe Biden pensa che sia giunto il momento per rivitalizzare il partenariato pubblico tra Usa e Africa, cioè quello tra governi (gli affari del settore privato sono sempre andati avanti per conto loro), in un momento in cui Pechino è in difficoltà sia per motivi interni (la disastrosa gestione del Covid) che per la sua posizione ambigua sulla guerra russa. La campagna cinese di solidarietà con l’Africa sulla pandemia non ha dato i frutti sperati e i vaccini Sinovac e Sinopharm si sono dimostrati piuttosto inefficaci.

Le priorità

Il vertice ha avuto lo scopo di far avanzare quelle che secondo gli americani sono priorità condivise su: sicurezza alimentare (in buona sostanza cosa fare per arginare la crisi alimentare ingenerata dalla guerra in Ucraina); commercio (rafforzare l’interscambio); cambiamenti climatici (desertificazione, alluvioni ecc.); buon governo (la parte più complessa del vertice che includeva la governance democratica) e salute globale (pandemia, sicurezza sanitaria e supporto al sistema sanitario africano).

Su tutto c’è stato un aspetto strategico dominante: rafforzare le alleanze militari e securitarie con governi africani like-minded, cioè quelli che condividono con gli Usa il medesimo approccio. Ovviamente si tratta di quei governi con cui Washington si aspetta di lavorare in assoluta consonanza, anche a riguardo dello schieramento sulla guerra in Ucraina.

Il presidente di turno dell’Unione africana, il senegalese Macky Sall, ha dovuto rappresentare al vertice il malumore di alcuni stati del continente che non apprezzano la legge approvata dal Congresso la quale minaccia di punire i paesi che non rispettino le sanzioni contro la Russia. Anche se molti paesi africani preferirebbero non essere coinvolti in questa diatriba, gli americani sono rimasti inamovibili.

L’ultima volta che gli Usa hanno parlato in maniera collettiva di sicurezza e questioni militari con i leader africani è stata sul tema del terrorismo islamico o jihadista. Anche se tale sfida resta attuale, è passata in secondo piano rispetto alla presenza dei contractor russi e all’aumento delle esportazioni di armi sul continente, che irrita gli americani.

È noto come questi ultimi non amino fornire loro armamenti se non agli alleati storici (anglosfera, europei, Giappone, Corea, qualche asiatico e latino americano e poco più), e che in genere le armi russe sono disponibili per tutti. Ma con la guerra in Ucraina le cose sono cambiate e da Washington ci si vuole accertare se tali acquisti preludano ad alleanze, magari temporanee ma pur sempre pericolose.

Un ruolo cruciale

Malgrado le sue fragilità l’Africa resta il continente con alcune delle economie in più forte crescita al mondo e uno dei più grandi blocchi elettorali alle Nazioni unite. Il vertice Usa ha quindi riconosciuto il valore di attore geopolitico sempre più cruciale di tutto il continente.

Rimanendo fedele ai valori democratici, Washington non ha invitato tutti i paesi o tutti i capi di stato: anche se diversi leader africani con una reputazione poco brillante in materia di diritti umani sono stati inseriti nella lista, altri ne sono stati esclusi in favore dei loro ministri degli Esteri (come lo Zimbabwe ad esempio).

Ci sono stati inoltre paesi del tutto assenti: oltre all’Eritrea che non ha relazioni diplomatiche con gli Usa, non erano invitati Mali, Burkina Faso, Guinea e Sudan perché sospesi dall’Unione africana e dalle rispettive regionali. Si è trattato di leader, diversamente dall’ultimo organizzato dalla Francia di Emmanuel Macron che ha scelto –attirandosi le critiche dai suoi pari africani – di organizzarne quello del 2021 a Montpellier soltanto con la società civile.

Tuttavia, contrariamente alla tradizione, è stata una riunione con pochi incontri bilaterali e molte sessioni congiunte. L’amministrazione americana ha voluto dimostrare di possedere anch’essa una visione a lungo termine sull’Africa. A margine del vertice vero e proprio, è stato organizzato un forum economico alla presenza di Gina Raimondo, segretaria al commercio, per dare continuità ad alcuni programmi.

Inoltre Biden ha dichiarato che sosterrà l’Unione africana come membro permanente del G20, anche se ciò non corrisponde realmente all’aspirazione africana di ottenere un seggio permanente al consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Dopo il vertice il presidente americano ha fatto sapere di star pianificando una visita in Africa all’inizio del 2023, senza specificare quali paesi toccherà. La sottosegretaria americana per l’Africa, Molly Phee, vera artefice dell’evento, ha spiegato che gli Usa stanno lavorando per «definire un impegno con l’Africa in termini africani». «Siamo impegnati in Africa a nostro reciproco vantaggio e per promuovere i nostri reciproci interessi», ha aggiunto, «l’Africa non dovrebbe essere un campo di battaglia per poteri esterni».

Investimenti 

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Pur consapevoli di non poter superare l’ingente sforzo finanziario cinese, gli Stati Uniti si sono impegnati ad investire per il prossimo triennio circa 55 miliardi di dollari nel continente. A differenza di altri paesi, Washington cerca di dimostrare che i suoi interessi sono molto più ampi e includono una prospettiva per l’Africa del futuro. Questo rilancia il ruolo multilaterale del continente africano e intercetta la sua volontà di contare globalmente e non essere solo trattato come un problema o un fattore secondario.

Durante i tre giorni di dibattito Biden si è incontrato con numerosi leader in maniera veloce e informale, demandando i grandi dossier a riunioni più ampie. L’atteso forum commerciale Usa-Africa è stato completato da una deal room in cui sono già stati annunciati nel corso della terza giornata più di 15 miliardi di dollari di nuove partnership commerciali.

Biden ha anche annunciato nuovi prestiti e sovvenzioni governative volti ad una maggiore cooperazione con la neonata area di libero scambio continentale africana (AfCFTA). Da parte africana c’è ora la necessità di convincere il Congresso a rinnovare ed estendere il programma di esportazioni preferenziali dall’Africa verso gli Usa (African growth and opportunity act, Agoa, creato all’epoca di Clinton e assunto anche da Bush jr), che scade nel 2025, per trasformarlo in un veicolo di investimento.

L’Agoa – al quale sono ammessi per ora solo 36 paesi africani – ha vent’anni ed è considerato il programma americano in Africa di maggior successo, assieme a quello contro l’Aids (Pepfar, President’s emergency plan for Aids relief) lanciato da Bush jr nel 2003.

I focolai di crisi

Dal punto di vista politico, si è parlato molto delle crisi, come quelle in Mozambico settentrionale, del Sahel, del Corno d’Africa e del Kivu. Gli Usa hanno continuato a fare pressione su alcuni leader perché smettano di creare instabilità con le loro imprese militari.

Non deve essere stato un dialogo facile visto che il primo ministro etiope Abiy Ahmed e il presidente ruandese Paul Kagame hanno entrambi saltato la foto di gruppo finale. Tra l’altro non sono state ancora tolte le sanzioni americane contro l’Etiopia per la guerra in Tigray così come è nota la contrarietà Usa sul sostegno ruandese al movimento ribelle M23 che ha recentemente riacceso la crisi del Kivu.

A dimostrazione di quanto gli Stati Uniti tengano alla stabilità del continente, durante la tre giorni c’è anche stato un evento specifico con i membri del Congresso relativo al Global Fragility Act, lo strumento legislativo per affrontare le aree di crisi che per ora si concentra sull’Africa occidentale costiera minacciata dal jihadismo e sul nord Mozambico, ma potrebbe essere ampliato. Fino ad ora l’amministrazione Biden non ha rinominato gli inviati speciali istituiti da quelle precedenti, come per il Sahel o i Grandi Laghi o anche il Sud Sudan. Tuttavia l’ex sottosegretario Carlson è stato incaricato di seguire le decisioni del vertice verificandone la realizzazione, un passo verso la continuità.

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