Entro 60 giorni i giudici decideranno se la Corte ha giurisdizione sul caso che coinvolge il sodale del torturatore Almasri. Caso che sta scoperchiando il sistema di violenze e i crimini commessi dal 2014 al 2020 a danno di migranti, oppositori e attivisti nel carcere che sorge vicino la pista dell’aeroporto di Tripoli
È iniziato il secondo giorno di udienza preliminare alla Corte penale internazionale nei confronti di Khaled al Hishri, membro delle milizie Rada che insieme a Osama Almasri e altri ufficiali gestiva il centro di detenzione per migranti di Mitiga. Al Hishri è accusato di 17 capi di imputazione diversi tra cui crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Libia dal 2015 al 2020. Era stato arrestato dalle autorità tedesche nel luglio del 2025 e poi è stato estradato lo scorso dicembre. Ora la Corte dovrà decidere se andare a processo o meno e la decisione avverrà nel prossimo mese di luglio.
Contro Al Hishri, la procura ha formulato accuse durissime. Sarebbe l’autore di violenze sessuali, torture, sparatorie e abusi di ogni tipo. A testimoniare contro i crimini che accadono nel carcere di Mitiga sono state 945 persone, (tra cui migranti, giornalisti, oppositori e calciatori) ascoltate nei mesi scorsi da parte dei procuratori dell’Aia secondo cui vigeva un «sistema istituzionalizzato» di «violenze e schiavitù». Al Hishri, noto con il soprannome dell’Angelo della morte, aveva il pieno controllo della vita dei detenuti, inclusi donne e bambini.
I crimini commessi
Secondo la procuratrice Diane Lupkin, l’alto ufficiale libico avrebbe commesso aggressioni sessuali, tra cui lo stupro di una donna e avrebbe obbligato ad abortire una minorenne rimasta incinta dopo ripetute violenze. Una testimone ha descritto il libico come «un incubo» che le avrebbe «mostrato l'inferno», raccontando episodi di torture e pestaggi.
Per l’accusa, i detenuti sarebbero stati sottoposti a fame sistematica, privazione di cure mediche, pestaggi quotidiani e lavori forzati sia all’interno sia all’esterno della struttura, inclusi il trasporto di armi, attività agricole e lavori in proprietà riconducibili ai vertici della milizia Rada. Alcuni dei migranti detenuti sarebbero anche stati costretti a donare sangue ai combattenti dei gruppi armati durante il periodo più buio della guerra civile scoppiata nel paese dopo l’uccisione di Muhammar Gheddafi.
I crimini avvenivano anche fuori dal carcere, in strutture adiacenti che ricadevano sempre sotto il controllo delle Rada, che fino a pochi mesi fa era tra le più potenti milizie nell’area di Tripoli.
Secondo Hisham Murad, l’avvocato dell’accusa, «non esiste un solo crimine contestato che l’imputato non abbia commesso personalmente». Le vittime identificate al momento sarebbero 159, un numero tra i più alti mai registrati per un imputato accusato di essere autore materiale delle violenze. La Corte ha autorizzato la partecipazione di 54 vittime al procedimento. Alcune di loro hanno anche partecipate alla due giorni di udienze all’Aia, tra questi c’è Lam Magok che ha denunciato il governo italiano per aver liberato Osama Almasri, sodale di al Hishri su cui pendeva un mandato di cattura internazionale della Cpi.
Le mosse della difesa
La difesa di Al Hishri ha respinto le accuse sostenendo che il carcere fosse formalmente sotto il controllo delle autorità libiche di Tripoli. I legali hanno anche negato che il libico abbia commesso atti di schiavitù o persecuzione per motivi politici e che durante il periodo contestato dall’accusa Al Hishri viaggiava spesso all’estero, affermando che non era presente quando sarebbero stati commessi i crimini.
Ma il vero nodo è sulla legittimità dell’Aia sul caso. La difesa, infati, ha provato a contestare la giurisdizione della Corte sul caso invocando gli articoli 17 e 19. Si tratta della stessa strategia adottata da Almasri, che attualmente si trova in carcere a Tripoli dopo essere arrestato lo scorso novembre.
L’articolo 17, nello specifico, disciplina l’ammissibilità dei casi e stabilisce che la Corte può intervenire soltanto se un paese «non vuole» oppure «non è in grado» di perseguire realmente i responsabili dei crimini. Ora i giudici avranno 60 giorni di tempo per decidere se confermare formalmente le accuse contro il torturatore libico oppure no. Nel caso in cui il processo prosegua, potrebbe rivelare importanti dettagli sul sistema di violenze a danno di migliaia di persone che hanno attraversato il paese negli anni più bui della guerra civile e porterebbe a una verità giudiziaria che confermerebbe quello che ong e inchieste giornalistiche denunciano da anni. Ma che i governi europei hanno fatto finta di non vedere, continuando a stringere accordi con milizie e corpi dello stato del paese nordafricano.
«Per anni i muri di Mitiga hanno nascosto torture, umiliazioni e distruzione di vite umane. Oggi però quei muri non trattengono più la verità», hanno commentato i legali delle vittime dell’ufficiale libico.
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