Genocidio degli armeni. Questa la frase storica pronunciata per la prima volta dal presidente americano, Joe Biden, nel discorso per il 106° anniversario del massacro armeno da parte dell’impero ottomano nel 1915.  

Biden aveva avvisato in precedenza telefonicamente il presidente turco Recep Tayyip Erdogan della sua intenzione di riconoscere il genocidio, passo che creerà nuova tensione con un alleato scomodo ma membro della Nato.

Erdogan nei giorni scorsi aveva reagito affermando che «la Turchia continuerà a difendere la verità contro le menzogne sul cosiddetto “genocidio armeno” e contro coloro che stanno sostenendo questa calunnia sulla base di calcoli politici».

Una lunga preparazione

Il discorso di Biden sullo sterminio degli armeni da parte dell’Impero ottomano in disfacimento durante la Prima guerra mondiale è stato preparato a lungo. La decisione di Biden giunge dopo la lettera aperta di oltre cento membri del Congresso che lo invitava a dare seguito alla sua promessa elettorale. «Signor Presidente, come ha detto nella sua dichiarazione del 24 aprile dello scorso anno», nell'anniversario dell'eccidio di massa, «il “silenzio è complicità”. Il vergognoso silenzio del governo degli Stati Uniti sul fatto storico del genocidio armeno è durato troppo a lungo e deve finire», recitava l’appello dei membri del Congresso, che lo aveva già simbolicamente etichettato come genocidio nel dicembre 2019 con un voto bipartisan.

Riconosciuto da una trentina di paesi nel mondo tra cui l’Italia e la Francia e dalla comunità internazionale degli storici come il primo genocidio del XX secolo, il massacro del 1915 è invece da sempre negato da Ankara.

Le sue contestazioni riguardano sia il bilancio delle vittime –  che per la maggior parte degli esperti si attesta tra 1,2 e 1,5 milioni –  sia l’accusa di un’uccisione pianificata, riconducendo le morti al conflitto con la Russia zarista e alle sue conseguenze e sottolineando le perdite su entrambi i fronti.

«Le dichiarazioni senza valore legale non porteranno benefici, al contrario danneggeranno le relazioni», ha detto il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, avvisando che «se gli Stati Uniti vogliono peggiorare le relazioni, è una loro decisione».

Le tensioni dopo Trump

I rapporti tra Ankara e Washington si sono fatti sempre più tesi dopo l’addio di Trump. Tra i principali punti di frizione con l’alleato Nato resta il rapporto con la Russia, da cui la Turchia ha acquistato il sistema missilistico S-400, subendo le conseguenti sanzioni americane.

Ma l’amministrazione Usa ha rimarcato la distanza anche sul tema dei diritti civili e della democrazia, criticando il ritiro dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza di genere. E ora si prepara ad aprire un nuovo fronte.

L’uso del termine “genocidio” da parte del nuovo presidente Usa segna un rafforzamento di un asse transatlantico tra l’Italia e Washington nel quadrante libico per contrastare l’influenza turca e russa. La definizione di Mario Draghi su Erdogan «dittatore» si inquadra nel contesto dove Biden ha definito il presidente turco «un autocrate» e Vladimir Putin «un killer».  

Le linee rosse

La nuova amministrazione americana non sembra intenzionata ad accettare nuovi superamenti di linee rosse da parte turca nel Mediterraneo come quando Erdogan alla parata militare a Baku nel dicembre scorso per la vittoria azera nel Nagorno-Karabakh citò Erven Pascia, uno dei componenti del triumvirato che insieme agli altri due, Mehmed Talat e Ahmed Cemal, è considerato anche responsabile del genocidio degli armeni.  

Secondo Sargis Ghazaryan, ex-ambasciatore d’Armenia in Italia: «(L’utilizzo del termine Genocidio da parte del presidente Biden) può accresce la sicurezza e la stabilità dell’Armenia, in primis, e del mediterraneo allargato in generale. Oltre ad essere un atto di giustizia e verità, è un chiaro segnale che l’Amministrazione Biden è contraria alla postura assertiva e destabilizzante di Erdogan in Caucaso, nel vicino oriente, in Magreb e domani, forse, nei Balcani. Ciò può spingere gli stati membri dell’Ue (Consiglio Ue) ad allinearsi, anche sulla scia del governo Draghi». E poi prosegue: «L’ultimo atto di un genocidio è la sua negazione, che apre alla recidiva. Erdogan, che è negazionista, neo ottomano in politica interna e panturco in politica estera, ha attraversato una linea rossa promuovendo e partecipando all'offensiva azera contro il Nagorno-Karabakh armeno e l’Armenia. Immaginatevi, per assurdo, se 106 anni dopo la Shoah, paradossalmente, una Germania ancora negazionista avesse promosso una guerra contro Israele».

Guarda il video: gli armeni italiani ricordano l’anniversario del genocidio del 1915

 

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