Fare un bilancio equanime del primo anno della presidenza di Joe Biden significa innanzitutto sciogliere un doppio equivoco su premesse e promesse di questa amministrazione democratica.

L’equivoco delle premesse riguarda le condizioni in cui erano gli Stati Uniti quando l’ex vicepresidente ha deciso di candidarsi alla Casa Bianca.

Dopo l’aberrante anomalia di Donald Trump, che con la sua indescrivibile mistura di reality show, etnonazionalismo, complotti, tweet ed esibito disprezzo delle istituzioni ha messo alla prova la tenuta del sistema democratico, sembrava che tutto ciò di cui l’America avesse bisogno fosse un restauratore della normalità, una figura dignitosa e affidabile che rimettesse sui binari il paese dopo il clamoroso deragliamento trumpiano.

Lo “sleepy Joe” che, per ragioni sanitarie, ha condotto la sua ferma e rassicurante campagna elettorale dal famoso seminterrato promettendo di raddrizzare le storture generate dal presidente in carica era la perfetta rappresentazione di questa esigenza.  

“Noioso” è stato per una stagione il migliore complimento che si poteva fare al candidato dopo quattro anni in cui l’America aveva sentito acutamente la nostalgia del normale, dell’ovvio, del prevedibile.

Alexis De Tocqueville osservava che la «costante agitazione» è una caratteristica della vita americana che si fa più pronunciata in prossimità delle elezioni, ma quando diventa uno stato permanente le cose si complicano e possono finire anche molto male. Biden doveva essere il dis-agitatore che riequilibrava l’opera dell’esagitato-in-chief. 

Biden si è insediato il 20 gennaio del 2021, poco più di un anno fa, ma in un certo senso il suo vero Inauguration Day è stato il 6 gennaio del 2021, il giorno buio del sacrilegio democratico in cui la folla aizzata dal presidente ha assaltato Capitol Hill.

Visione e opposizione

A quel punto era già stato eletto presidente, ma di fronte alle immagini che tutti hanno visto è sembrato d’improvviso chiarissimo quale sarebbe stato il suo compito storico: essere un non-Trump, eccellere per opposizione al nemico più che per meriti propri. 

Ecco l’equivoco: i presidenti americani vengono sempre eletti per la visione positiva che offrono e per l’idea di futuro che sanno suscitare, mai per contrasto con gli inquilini precedenti, per quanto scellerati possano essere.

Se a un anno di distanza solo il 42 per cento degli americani approva l’operato di Biden e il 53 per cento lo disapprova (se si presta fede a FiveThirtyEight, l’istituto Gallup dà numeri anche più impietosi), indici di gradimento in linea con quelli trumpiani, significa che la stella del “purché non sia Trump” indicava una direzione sbagliata. 

Ad aggravare l’equivoco c’era poi una diffusa concezione della storia e della politica assai naif. Questa postulava che con la cacciata di Trump dalla Casa Bianca sarebbero contestualmente scomparse anche le condizioni di base che lo avevano portato al potere nel 2016.

La visione era sintetizzata nella famosa profezia sulla «epifania» dei repubblicani pronunciata nel maggio del 2019: «La cosa che cambierà fondamentalmente la situazione è che con Donald Trump fuori dalla Casa Bianca vedremo un’epifania fra molti dei miei amici repubblicani».

Non è andata così. Trump ha traslocato, ma le pulsioni che hanno generato il trumpismo sono rimaste. Solo un minoritario manipolo di repubblicani ha abbandonato l’ex presidente, pagando un prezzo che verrà conteggiato alla prossima tornata elettorale che li riguarda, e il 71 per cento degli elettori conservatori sostiene che Biden ha rubato le elezioni.

Il complesso Roosevelt-Johnson

Quando Biden si è accorto dell’equivoco ha cambiato registro. Ed è finito in un altro equivoco, quello delle promesse. L’inizio della sua presidenza è stato dominato da quello che si potrebbe chiamare il complesso “Roosevelt-Johnson”: Biden ha proposto fino allo sfinimento i paragoni con il “new deal” di Roosevelt e la “great society” di Lyndon Johnson, inserendo d’ufficio la sua presidenza nel novero di quelle che i politologi chiamano “trasformative”, in opposizione a quelle di transizione o semplicemente normali.

Così Biden ha raddoppiato la posta: la crisi innescata dalla pandemia non doveva essere semplicemente  mitigata con misure emergenziali, ma diventava l’imperdibile occasione storica per rifondare l’intero sistema di welfare, cambiando in maniera permanente il volto del paese. In modo analogo, il mantra nazional-isolazionista “America First” andava rimpiazzato con una nuova fase di protagonismo americano a livello globale, un rinnovato patto per il ripristino dell’ordine mondiale sotto le insegne di “America is back”.

Sono aspettative che è complicato non deludere, e nessuno doveva saperlo meglio di Biden. Barack Obama, il suo presidente, aveva coltivato con solerzia il sogno della presidenza trasformativa, osservando con politologica freddezza che altri prima di lui non erano stati decisivi come avrebbero voluto, fra questi il suo nemico-amico Bill Clinton, che non aveva preso bene il suo declassamento a presidente “normale”.

A conti fatti, con la sola eccezione (forse) della riforma sanitaria, la presidenza Obama è stata più transizione che cambiamento radicale, dunque Biden non poteva non essere a conoscenza delle delusioni a cui si condanna chi troppo promette. E figurarsi di chi promette di essere allo stesso tempo un restauratore e un rivoluzionario. 

Esistono dunque due indici diversi per valutare il primo anno della presidenza Biden. Se si includono nel conto gli equivoci esposti sopra, il primo anno è stato un disastro pressoché totale. Non solo. Il primo è stato anche l’ultimo anno di questa amministrazione: alle elezioni di midterm del prossimo novembre i democratici perderanno il controllo del Senato e forse anche della Camera, dicendo così addio ai sogni di riforma che non sono riusciti a realizzare con la tenue maggioranza attuale.

Ma se si stornano dal conto le premesse sbagliate e le promesse eccessive, il primo anno dell’amministrazione è stato tutto sommato “normale”, cioè in linea con altre amministrazioni travolte da eventi che il presidente non poteva controllare e da dinamiche politiche che non aveva la forza o i numeri per guidare. 

Pandemia

Nella gestione del Covid-19 Biden ha invertito la rotta di Trump. Non una conquista da poco. Ha riportato la fiducia nella scienza al centro del discorso pubblico, ha fatto passare al Congresso un piano di ristoro da 1.900 miliardi di dollari e ha gestito con successo la prima fase del piano vaccinale, mantenendo la promessa di vaccinare con almeno una dose il 70 per cento della popolazione. 

Le cose poi si sono inceppate. Il 4 luglio dello scorso anno ha enfaticamente annunciato che quel giorno segnava «l’inizio della nostra indipendenza dal virus», ma da allora il tasso di vaccinazione è andato rallentando, Delta e Omicron hanno cambiato lo scenario accelerando il contagio e il Covid ha ucciso circa 250mila americani, con un tasso di mortalità decisamente più alto rispetto a Regno Unito e Italia.

Oggi soltanto il 63 per cento degli americani ha completato il ciclo vaccinale, la Corte suprema ha dichiarato incostituzionale l’obbligo vaccinale imposto a livello federale per i lavoratori di aziende con più di 100 dipendenti, la Casa Bianca non è riuscita a dettare una linea di condotta unitaria per i 50 stati, ha dato indicazioni ondivaghe e contraddittorie su tutto, dalle mascherine ai tamponi alle quarantene. 

Un gruppo di senatori democratici ha accusato pubblicamente Biden di avere adottato «misure reattive e non proattive» e il comitato di esperti di cui si era circondato durante la transizione presidenziale ha pubblicato le linee guida per la gestione della pandemia su riviste scientifiche, dal momento che il presidente aveva smesso di ascoltarli. 

La grande riforma insabbiata

Il grandioso piano d’investimento Build Back Better era la spina dorsale del progetto rooseveltiano di Biden per cambiare il volto dell’America, ma è stato drasticamente ridimensionato per l’opposizione strenua di due senatori democratici di fede centrista, che hanno indebolito ulteriormente la già debole maggioranza al Senato.

Il risultato è stato il passaggio di una manovra da 1.200 miliardi di dollari per il rinnovo delle infrastrutture che esclude le ambiziose riforme ambientali e le misure più rivoluzionare per il contrasto alle disuguaglianze. 

Ora il presidente ammette che l’unica via praticabile è tentare di recuperare alcune di quelle riforme in disegni di legge più circoscritti, ma nei fatti significa che la Casa Bianca sta raccogliendo i cocci del suo piano originario nella speranza che incollandone qualcuno alla meglio qualcosa si riesca a salvare. Le analogie con Roosevelt e Johnson sono scomparse dall’orizzonte.

Biden, vecchio leone del Senato, si è rivelato debole proprio dove sembrava più forte, cioè nella gestione dei complicati rapporti con il Congresso. L’impeccabile curriculum di artista del compromesso e negoziatore instancabile è bastato appena per ottenere una piccola frazione di ciò che desiderava. E la Casa Bianca è andata anche allo scontro, inevitabilmente perdente, per eliminare il filibuster – la maggioranza qualificata di 60 senatori necessaria per passare quasi tutte le leggi – per ottenere norme in difesa del diritto di voto, minacciato in varie forme in diversi stati. Le relazioni con  questo punto di vista le cose non potranno che peggiorare in futuro. 

Economia e inflazione

Nel primo anno dell’Amministrazione l’economia americana ha avuto un poderoso rimbalzo dopo la fase acuta della crisi pandemica. L’economia è cresciuta del 6 per cento nel 2021 dopo una flessione del 3,4 per cento nell’anno precedente. 

Sotto la guida di Biden gli Stati Uniti hanno creato 6,4 milioni di posti di lavoro e la disoccupazione è scesa al 3,9 per cento. La preoccupazione deriva però dall’inflazione, che a dicembre è arrivata al 7 per cento, toccando livelli record negli ultimi trent’anni. 

I prezzi dei beni fondamentali stanno aumentando vertiginosamente e in alcuni stati il costo della benzina ha superato i 4 dollari al gallone, soglia psicologica oltre la quale il malcontento si trasforma in rabbia verso l’amministrazione in carica. Sulle pompe di benzina non è raro trovare adesivi con la faccia di Biden che indica il prezzo e dice: «I did it». 

Il presidente ora spiega che l’inflazione dipende dalle catene produttive sconvolte dalla pandemia, ma fino a qualche mese fa parlava di un fenomeno «transitorio» e a novembre i suoi consiglieri economici hanno fatto previsioni sbagliate sulla rapidità con cui gli americani sarebbero tornati alle abitudini di consumo quotidiane in linea con la vita pre-pandemia, mentre hanno sottovalutato la domanda di beni più durevoli come le automobili.

Di conseguenza l’amministrazione ha allocato risorse su settori che invece erano ben lontani dal ritorno alla normalità, cosa che ha contribuito alla crescita dell’inflazione.  

Tutti i sondaggi confermano che le principali preoccupazioni degli americani sono legate all’andamento dell’economia, ma l’inflazione galoppante è la variabile che il presidente non aveva previsto, anche se uno stuolo di economisti da tempo avverte del rischio.

Il ritiro dall’Afghanistan

Il presidente sapeva tutte queste cose quando a metà agosto ha portato a termine il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, operazione eseguita in modo disastroso ma che l’Amministrazione ha difeso nella sostanza politica.

Le immagini della fuga scomposta da Kabul sulla spinta della riconquista fulminea da parte dei Talebani sono state l’espressione tragica del fallimento della politica americana negli ultimi vent’anni.

L’attentato che nelle ultime ore dell’occupazione ha ucciso 13 soldati americani poteva soltanto essere reso più devastante da una rappresaglia con i droni che invece di colpire i responsabili ha ucciso civili inermi, cosa puntualmente avvenuta e svelata da una monumentale videoinchiesta del New York Times.

Con più di una spruzzata di cinismo i consiglieri di Biden suggerivano che ben presto gli americani, stanchi della “guerra infinita” natta sotto la stella nera degli attacchi alle Torri gemelle, si sarebbero dimenticati di tutte queste vicende. Così è stato. 

Agosto è stato il periodo in cui gli indici di gradimento si sono ribaltati e gli scontenti hanno superato i soddisfatti. Ma la sovrapposizione con il ritiro da Kabul è stata soltanto una coincidenza temporale: mentre l’evento svaniva dalla memoria collettiva, montavano altre preoccupazioni domestiche ancora più difficili da gestire per la Casa Bianca.

Fra queste ci sono anche la crescita delle disuguaglianze economiche, l’aumento degli omicidi e dei crimini violenti (nel 2020 c’è stato l’incremento più significativo degli ultimi sessant’anni) e l’acutizzarsi della crisi degli oppiacei, un’ormai antica piaga americana che ha assunto proporzioni enormi.

Fra l’aprile del 2020 e il maggio del 2021 sono morti oltre 100mila americani per overdose da oppiacei, un incremento del 30 per cento rispetto all’anno precedente. La morte per oppiacei è di tre volte superiore a quella per gli incidenti stradali. Queste tendenze, acuite dalla pandemia, non sono certo iniziate con Biden, ma il presidente degli Stati Uniti prende sempre colpe e meriti per le circostanze che si trova in eredità.

L’America è davvero tornata?

Al grido di “America is back” Biden ha voluto rassicurare gli alleati internazionali, specialmente gli europei snobbati da Trump, sul ritorno del multilateralismo a trazione americana. È rientrato negli accordi di Parigi sul clima, nell’Organizzazione mondiale per la sanità e ha detto molte belle parole sulla Nato e le alleanze internazionali che il predecessore considerava «obsolete».

Che però Biden non stesse proiettando un sequel del film dell’internazionalismo liberal degli anni Novanta s’è capito chiaramente quando a sorpresa ha annunciato con i leader di Regno e Unito e Australia l’alleanza militare e strategica ribattezzata “Aukus”, una riedizione dei meccanismi bilaterali amati da Trump in funzione anticinese. 

La reazione scomposta della Francia, vittima sacrificale dell’accordo, ha prodotto un insulto che fa sembrare il coro “Let’s go Brandon” che cantano i repubblicani alle manifestazioni una trovata giocosa: «È come Trump, ma senza i tweet», ha detto il ministro degli Esteri francese.

L’amministrazione si è imbarcata in dialoghi fin qui inconcludenti con l’Iran sul programma nucleare, ha ingaggiato Vladimir Putin in negoziati da posizioni sull’Ucraina nei quali l’America ha molto più da perdere di quanto la Russia abbia da guadagnare e ha tenuto posizioni dure contro la Cina in continuità quasi perfetta con quelle di Trump. La difesa dell’interesse nazionale, definito nel modo più circoscritto possibile, rimane la logica fondamentale alla base della politica estera del presidente.

Un presidente come tutti

Chi si aspettava il ritorno alle regole pre-trumpiane guidato dal rassicurante restauratore dell’ordine democratico è rimasto un po’ come chi, dopo i primi devastanti mesi della pandemia, ha iniziato a parlare del ritorno alla normalità. La rassegnazione a una lunga e complicata convivenza si è fatta largo nel tempo.

In modo analogo, chi ha creduto alle promesse di una grande rivoluzione rooseveltiana ha dovuto fare i conti con il fatto che per fare le riforme serve una solida maggioranza al Congresso, cosa che Roosevelt e Johnson sapevano benissimo.

Così questo primo anno di Biden ha fatto infuriare per la sinistra radicale, che lo accusa di essere un gestore dell’establishment di compromessi al ribasso, e ha deluso gli elettori moderati che avevano creduto alla favola che si erano raccontati, ciò che assieme a Trump sarebbero scomparsi d’incanto tutti i fantasmi che s’aggirano per l’America.

Per chi non ha creduto a nulla di tutto questo, il primo anno di Biden è stato segnato da molte circostanze sfavorevoli e alcune favorevoli, da cadute rovinose e conquiste realistiche, da miglioramenti incrementali ottenuti con fatica e avversità scritte nelle tendenze che muovono la storia. Come il primo anno di qualunque presidente normale.

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