Prima che l’Ucraina avanzasse formalmente richiesta di adesione all’Unione europea, i Balcani erano stati gli ultimi a presentare la propria candidatura a Bruxelles. Un ritardo, quello balcanico, caratterizzato dal fatto che fino alla fine degli anni Novanta, il percorso storico-politico della regione risultava disallineato rispetto alle politiche europee. Basti ricordare alcuni degli eventi che hanno attanagliato per decenni l’intera regione: prima fra tutte la disgregazione della Jugoslavia socialista e la conseguente nascita di sanguinosi conflitti etnici; il crollo del regime comunista in Albania e la nascita del fenomeno migratorio; la Rivoluzione romena del 1989 e l’instaurazione della democrazia.

Alcuni dei paesi allora soggetti a tali fonti di instabilità, una volta affrancatisi, hanno progressivamente fatto richiesta di accesso all’Unione europea e, ad oggi, possono già vantarne la membership. Tra questi vi sono la Slovenia, entrata nell’Unione nel 2004, la Romania e la Bulgaria entrambe nel 2007 e, infine, la Croazia nel 2013. Tra questi casi di successo, vale la pena sottolineare la rilevanza della Slovenia, la cui posizione decentrata all’interno dell’orbita jugoslava e il forte legame storico-politico con i paesi dell’Europa centrale, le hanno garantito di sviluppare fin da subito un’economia trainante nonostante la presenza di un piccolo mercato interno.

 

Altri paesi della regione, tuttavia, sembrano ancora soffrire la fase di transizione da regimi totalitari a repubbliche democratiche. I problemi che accomunano gran parte di questi paesi, infatti, riguardano l’adozione di politiche illiberali, la discrepanza tra ordini costituzionali e la loro effettiva esecuzione, il mancato rispetto dei diritti umani (in particolare della libertà di stampa), episodi di corruzione diffusa (specificamente nella pubblica amministrazione e nella politica nel suo complesso) e infine l’incapacità di raggiungere gli standard economici richiesti dai trattati di adesione. Ad aggravare la situazione si aggiunge un’economia di mercato post-socialista causata da deindustrializzazione, dipendenza dalle importazioni e debole diversificazione del mercato.

Verso l’integrazione

L’Unione europea continua a riporre molti interessi e aspettative nella regione. Al riguardo, Bruxelles ha sviluppato politiche per sostenere l’integrazione dei paesi dei Balcani occidentali. Attraverso il Processo di stabilizzazione e di associazione (Psa), programmi di cooperazione regionale e l’inizio di veri e propri percorsi di negoziazione, l’Ue ha dimostrato fermezza nello stabilire un contatto concreto con il territorio.

Il quadro strategico finora adottato si fonda su relazioni contrattuali bilaterali, programmi di assistenza finanziaria, dialogo politico, rafforzamento delle relazioni commerciali e della cooperazione regionale. Inoltre, uno degli obiettivi chiave rimane quello di incoraggiare i paesi della regione a collaborare tra loro in una vasta gamma di settori, inclusi: il perseguimento dei crimini di guerra, questioni transfrontaliere, gestione della rotta balcanica e la lotta contro la criminalità organizzata. 

I progressi, ottenuti nonostante la presenza di un percorso di integrazione lungo e tortuoso, vengono minacciati da instabilità politiche. Nello specifico, tra i punti di frizione rimangono il deterioramento del contesto bosniaco e la questione del Kosovo nel piano d’accesso della Serbia. 

Tasselli critici

La Bosnia e Erzegovina, vittima di forti divisioni interne su base etnica, convive ancora oggi con programmi europei di salvaguardia della sicurezza e formazione delle forze armate bosniache. In sostituzione dell’Operazione Nato “Joint Force”, dal 2004 fino a oggi opera sul territorio Eufor “Althea”, un’operazione targata Ue.

Per quanto riguarda l’aspetto politico e sociale, il paese ruota ancora attorno agli interessi delle comunità maggioritarie (serbi-ortodossi, bosgnacchi-musulmani e croati-cattolici) creando un sistema sociale poco permeabile. Inoltre, negli ultimi anni sono state adottate politiche nazionaliste. Tra questi, il caso più critico è riconducibile al tentativo di secessione da parte della Republika Srpska. Nell’ultimo anno, l’entità bosniaca a maggioranza serba ha portato avanti politiche di distanziamento dalle istituzioni centrali. Nello specifico, è riuscita a formare una nuova agenzia del farmaco, un’agenzia per la riscossione delle tasse e ha espresso l’ambizione di creare un proprio esercito. Ad oggi rimane un “potenziale paese candidato” ma il percorso di integrazione rimane un’incognita.

Uno dei tasselli più critici rimane però il caso del Kosovo. Dalla fine del conflitto nel 1999, e dalla dichiarazione di indipendenza del 2008, il Kosovo ha assunto di fatto lo status di paese indipendente e sovrano. Nel 2010, la Corte internazionale di giustizia ha definito la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo in linea con la legge internazionale nonostante la Serbia si sia opposta e continui a considerarla una propria provincia.

Questo nodo politico-istituzionale causa notevoli incongruenze, tra cui il riconoscimento dei valori europei di coesistenza e risoluzione pacifica delle controversie e la presenza di periodici episodi di disordine tra le comunità serbe e kosovare al confine tra i due paesi. La futura integrazione della Serbia rimane quindi legata alla futura normalizzazione delle relazioni con Pristina. 

Esistono tuttavia altre criticità nel processo di adesione della Serbia. In politica interna, il livello di democrazia è andato progressivamente erodendosi. Con la crescita del Partito progressista serbo di matrice conservatrice e nazionalista, i diritti politici, le libertà civili e dei media, il ruolo dell’opposizione politica e delle Ong sono stati sempre più presi di mira. Già declassato da Freedom House da piena democrazia a regime ibrido, non rispecchia più i valori base dell’Ue. 

Sull’altro versante, in politica estera, alla luce della storica vicinanza alla Russia, la Serbia ha deciso di dichiararsi neutrale all’indomani dell’invasione dell’Ucraina. Un altro attore con cui conserva ottime relazioni è la Cina che ad oggi rappresenta il secondo partner commerciale con un interscambio di 5,3 miliardi di dollari, seconda solo alla Germania. Infine, un altro ostacolo ai rapporti con l’Ue riguarda l’idealizzazione e relativa mancata persecuzione dei criminali di guerra. 

Gli interessi europei

La domanda che sorge spontanea è quindi quali siano gli interessi dell’Unione europea nel favorire l’adesione della Serbia all’interno dell’Unione. 

Si possono riscontrare alcuni elementi fondamentali e potenzialmente applicabili anche ad altri casi regionali. Il primo fra tutti è il concetto di allineamento politico: una volta entrata nell’Unione, la Serbia sarà chiamata a garantire il rispetto di tutti quei valori alla base dell’Unione stessa. Tra di esse spiccano la promozione della democrazia, il rispetto per i diritti umani e la risoluzione pacifica delle controversie. Inoltre, verrà chiamata ad aderire anche alle linee di politica estera europee, generando potenzialmente frizioni con la Russia.

Infine, l’ultimo elemento da considerare è l’avanzamento della sfera di influenza europea e l’allargamento verso est. L’entrata della Serbia potrebbe rendere più difficile l’ingerenza da parte di paesi terzi (quali Russia e Cina) e contribuire a rafforzare i confini orientali, creando una zona cuscinetto nei confronti di altre potenziali minacce provenienti dal vicinato.

Nell’attuale panorama internazionale, il conflitto russo-ucraino porrà future sfide sul piano delle relazioni diplomatiche. È proprio in questo contesto che l’Unione europea avrà bisogno di satelliti aderenti alle proprie visioni strategiche: attività ostili oltre i propri confini rappresentano fonti di insicurezza non trascurabili. Si può quindi ipotizzare un incremento delle attività nella regione balcanica se non persino un’accelerazione nei processi di adesione o un ammorbidimento degli standard richiesti.

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