Dopo quasi quattro mesi e mezzo di sciopero, mezza Hollywood potrebbe tornare a lavorare a breve. Nella tarda serata di domenica i vertici della Writers Guild of America (Wga) hanno diffuso un comunicato che ha annunciato l’accordo che è stato trovato con i vertici delle major del cinema e delle serie tv dopo cinque giorni fitti di negoziati.

L’accordo 

Ciò non vuole dire che la ripresa dei processi produttivi dei programmi televisivi, soprattutto degli show serali che sono ormai fermi da maggio, delle serie tv e dei film sia immediata. Però si fermano i picchetti e ci si prepara a un voto degli iscritti entro la giornata di martedì. I contratti precedenti, firmati nel 2017 e nel 2020, fanno presagire però che ci sia un largo consenso sulla nuova ratifica, dato che l’ultimo è stato sottoscritto dal 97 per cento degli aderenti alla Wga.

Tra i temi in ballo ci sono le paghe residuali per quanto riguarda le piattaforme di streaming, ovvero quei compensi che vengono versati a seconda delle visualizzazioni fatte dei vari show, ma anche una limitazione all’uso dell’intelligenza artificiale nei compiti di scrittura. Rimane in piedi invece lo sciopero degli attori e dei performer aderenti al sindacato Sag-Aftra, iniziato il 13 luglio scorso.

C’è un sospiro di sollievo non solo tra i vertici delle grandi case di produzione, che comunque lamentano perdite milionarie: il gruppo Warner Bros Discovery ha dichiarato che quest’anno soltanto verrano persi 500 milioni di dollari causate non solo dal fermo in sé ma anche dallo slittamento delle nuove uscite.

I risvolti politici

Il governatore della California, Gavin Newsom, insieme alla moglie Jennifer Siebel e al presidente degli Stati Uniti Joe Biden

Ci sono dei risvolti anche di tipo politico, ovviamente: intanto alla Casa Bianca, che di recente ha sposato una linea di tacito appoggio agli scioperanti dei lavoratori dell’industria automobilistica aderenti allo United Auto Workers (Uaw), adesione ritenuta non sufficiente dal presidente Shawn Fain. Per il presidente Biden, criticato dagli elettori soprattutto per la sua gestione economica (solo il 36 per cento appoggia la sua azione), è un focolaio di scontro tra datori di lavoro e dipendenti che si avvia a una sua felice conclusione. E che quindi non lo costringerà a una nuova dichiarazione pro-sindacale che rischia di alienare ulteriormente quell’elettorato moderato che non vede bene l’intromissione dell’esecutivo nelle dispute sindacali.

C’è un altro esponente democratico che ha esultato pubblicamente: il governatore della California Gavin Newsom, che in un comunicato stampa emesso poco dopo la notizia della bozza di accordo ha mostrato apprezzamento per «gli 11mila autori che hanno scioperato mettendo a rischio la loro carriera e il loro reddito» ma dicendo che «adesso può ripartire un pezzo importante dell’economia californiana». La dichiarazione normalmente avrebbe avuto un interesse solo locale, ma c’è da tempo una voce che corre tra gli addetti ai lavori del partito repubblicano: Newsom è il rimpiazzo che verrà annunciato quando Joe Biden rinuncerà alla candidatura alle presidenziali del 2024 per la sua età avanzata e per i sondaggi declinanti.

Una voce esplicitamente smentita più volte dallo stesso governatore che però rimane nel mirino dei suoi avversari, molto deboli a livello statale che però sono già pronti a dipingerlo come un membro “dell’élite californiana” che non capisce le esigenze dell’America profonda.

Ad ogni modo c’è un cambio anche per lo stesso partito repubblicano, un tempo molto vicino alle grandi aziende, che stavolta però non ha messo becco nella disputa, preferendo il silenzio per non mostrarsi come i servitori dei “miliardari” oggetto degli attacchi retorici del sindacato degli autori e della sinistra dem.

La ripartenza

Adesso rimane da capire se tutta l’industria potrà ripartire con un altro patto che coinvolga chi invece si mostra davanti alle telecamere. Apparentemente la posizione delle major è più dura nei loro confronti, ma di ora in ora aumenta la possibilità che prevalga la voglia di tornare a lavorare e di chiudere rapidamente questi lunghi mesi di perdite economiche che non vengono nemmeno tamponate dal successo di film come Barbie e Oppenheimer.

Di sicuro c’è anche l’esigenza di far ripartire gli attacchi satirici su uno dei bersagli preferiti di Hollywood, quel Donald Trump ampiamente sbeffeggiato in programmi come il Saturday Night Live, dove veniva imitato da un peso massimo come Alec Baldwin durante il suo quadriennio presidenziale. Non è detto però che questo sia d’aiuto alla causa dei dem, dato che nel 2016 la disfatta californiana dei repubblicani non ha impedito una vittoria a livello federale.

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