«I tempi in cui potevamo affidarci completamente a qualcun altro sono finiti». Con questa lapidaria e ormai celeberrima affermazione, Angela Merkel sanciva nel maggio 2017 un netto allentamento della tradizionale Westbindung tedesca, la politica di integrazione nel blocco “occidentale” guidato dagli Stati Uniti, inaugurata alla fine degli anni 1940 dal suo predecessore Konrad Adenauer. E, per non lasciar spazio a dubbi sulle conseguenze, aggiungeva: «Noi europei dobbiamo prendere il nostro destino nelle nostre mani».

Lo spunto per quella dichiarazione era stato il discorso di Donald Trump pochi giorni prima a un vertice della Nato, in cui il neo-presidente aveva fatto comprendere che l’Alleanza atlantica era, in sostanza, obsoleta. Molti nostalgici della tradizionale Westbindung, sulle due sponde dell’oceano, tentarono di relativizzare, asserendo che Merkel non si riferiva all’America in generale, ma all’“America di Trump”, e che, una volta rimosso l’individuo, tutto sarebbe tornato come prima.

Punto di non ritorno

Ovviamente, le cose non stavano così, e la prudentissima Merkel non poteva non saperlo. Donald Trump era solo il sintomo più recente di una parabola discendente cominciata molto prima; era il prodotto di un’America che aveva cominciato a toccare con mano le conseguenze del progressivo ingolfamento economico dovuto al suo declino relativo: dal 1946 (anno di nascita di Trump) al 2006, il prodotto pro capite degli americani era cresciuto, in termini reali, quasi trenta volte; tra il 2006 e il 2016, anno dell’elezione di Trump, era rimasto pressoché stazionario (un aumento di 1,2 volte).

Diventava sempre più probabile che il rallentamento della crescita finisse per provocare uno scombussolamento politico, come aveva avvertito, fin dal 2013, Robert Samuelson, editor della pagina economica del Washington Post: «Dal 1950, l’economia degli Stati Uniti è cresciuta di poco più del 3 per cento annuo, ma le proiezioni per il futuro ipotizzano un aumento appena superiore al 2 per cento. È la nuova norma economica. Una crescita lenta prolungata minaccia di sconvolgere il nostro ordine politico e sociale».

Se gli spostamenti degli equilibri economici tra le grandi potenze provocano sconquassi politici sul lungo termine, gli spostamenti degli equilibri economici nelle tasche degli elettori provocano sconquassi politici a corto e cortissimo termine.

L’elezione di Trump segnava un punto di non ritorno. La decisione di 63 milioni di americani di affidare le sorti del paese a un personaggio così grottesco era un termometro degli effetti del declino relativo. Alcuni capisaldi e obiettivi strategici (non solo la Nato, ma anche il Tpp, il possibile trattato di libero scambio con l’Europa e l’accordo con l’Iran) su cui avevano lavorato le precedenti amministrazioni, non solo finivano sotto la ferula del mito autarchico dell’America first, ma passavano addirittura in secondo piano rispetto alla sete di rivincita, e di vendetta, personale. Il disorientamento strategico (e quindi l’inaffidabilità) degli Stati Uniti toccava il suo zenith; e affermazioni come quella di Merkel ne erano una conseguenza.

Chi approfitta del declino

Una delle ragioni di quel disorientamento è la difficoltà a valutare la portata e gli effetti dell’indebolimento degli Stati Uniti in relazione ai loro concorrenti, in corso da decenni. I loro concorrenti, invece, non hanno mai esitato ad approfittare di tutti gli spiragli aperti da quel declino, ancorché relativo. La creazione del G5, su iniziativa della Francia nel 1975, fu uno dei contraccolpi più seri della sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam, prima dimostrazione clamorosa del loro affanno politico, e quindi militare: il carattere multipolare della contesa tra le grandi potenze trovava la sua sanzione nella nascita di questo forum informale, nel quale, a fianco dei vincitori della guerra (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia), venivano invitati a sedersi i due principali sconfitti (Giappone e Germania), diventati ormai attori imprescindibili delle relazioni internazionali in virtù dei loro miracoli economici.

La creazione del sistema monetario europeo, su iniziativa della Germania nel 1978, fu la risposta alla sofferta decisione americana di abbandonare la parità tra dollaro e oro, uno dei pilastri degli accordi di Bretton Woods. E si potrebbe andare avanti: solo in quel decennio, Washington ebbe a subire altri duri colpi sul piano internazionale che restringevano i suoi margini di iniziativa – dalla guerra in medio oriente e il susseguente shock petrolifero (1973), agli accordi di pace tra Cina e Giappone (1978), fino all’uscita dell’Iran dalla sua sfera di influenza (1979).

Nel corso di questo secolo, gli Stati Uniti hanno costantemente perso peso e credibilità, anche in conseguenza dell’irragionevole hybris della “vittoria nella Guerra fredda”. La guerra «ingiustificata e non provocata» (per riprendere la formula di Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, a proposito dell’attacco russo all’Ucraina) contro l’Iraq nel 2003 permise certo di dividere l’Europa e di bloccare per quasi vent’anni ogni ipotesi di “pilastro europeo della Nato”, ma il prezzo pagato – sia sul terreno che in termini, appunto, di credibilità – fu di gran lunga superiore al guadagno.

La crisi made in the US del 2008, l’intervento in Libia nel 2011, i tentennamenti in Siria, l’elezione di Trump e infine l’inizio traballante della presidenza Biden, coronato dalla fuga ingloriosa dall’Afghanistan, hanno contribuito ad alimentare ulteriormente – tra avversari, concorrenti ma anche tra gli amici o sedicenti tali – la convinzione che un nuovo ordine mondiale “post-americano” fosse non solo possibile e auspicabile, ma perfino necessario.

È questa convinzione che ha spinto Emmanuel Macron a dichiarare la Nato in stato di «morte cerebrale» e a rilanciare, seppur in modo molto velleitario, il progetto di una politica estera e di difesa comune europea. È questa convinzione che ha spinto due rivali geopolitici inconciliabili quali la Cina e la Russia a trovare un’intesa tattica volta, appunto, ad accelerare il processo di disgregazione del “vecchio” ordine. È questa convinzione, infine, che ha spinto la classe dirigente russa a lanciare l’attacco contro l’Ucraina.

L’imbarazzante andamento di questa guerra (non solo in termini militari, ma soprattutto politici), però, è stato il campanello che ha messo fine alla ricreazione: i benefici capitalizzati dagli Stati Uniti in questi tre mesi provano che il loro declino non è assoluto, ma relativo; e provano, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’erosione del “vecchio” ordine non significa affatto che un “nuovo” ordine sia possibile.

Assenza di successori credibili

Il declino economico relativo, si diceva, ha conseguenze politiche fatali per la potenza declinante, ma solo a lungo termine; questo significa che la potenza dominante, benché declinante, conserva ancora a lungo alcuni asset che i suoi competitor, vecchi e nuovi, non possono nemmeno sognare.

All’inizio del 2022, gli Stati Uniti erano ancora la prima potenza economica, politica, militare e perfino culturale del mondo. Certo, la perdita del primato industriale e commerciale e la possibile perdita a breve anche del primato in termini di Pil nominale sono i segni inconfutabili del loro indebolimento; l’indebolimento però non significa la fine. Occorre non dimenticare che la Gran Bretagna ha perso il primato economico mondiale alla fine degli anni 1880, ma ha perso il primato politico solo trent’anni dopo, alla fine della Prima guerra mondiale, e ha perso l’ultima battaglia per la conservazione del suo impero quasi settant’anni dopo, a Suez nel 1956. Inoltre, in più di un secolo di esistenza, il maggiore candidato alla successione all’egemonia britannica – gli Stati Uniti, appunto – aveva messo insieme molti degli attributi necessari per diventare a sua volta prima potenza mondiale.

Oggi, invece, non sembra proprio esserci un credibile candidato alla successione all’egemonia americana. Molti indicano la Cina, ma la cosa, almeno a questo stadio, è più che discutibile. D’altronde, i suoi stessi dirigenti non perdono occasione per ribadirlo: «Per quanto si sviluppi, la Cina non cercherà mai l’egemonia, non si espanderà, non cercherà sfere di influenza e non si lancerà in una corsa agli armamenti», ha detto Xi Jinping nell’aprile 2021. Ovviamente, tali dichiarazioni lasciano il tempo che trovano perché, da una parte, sono ansiolitici volti ad ammansire le inquietudini del resto del mondo e, dall’altra, anche se fossero sincere, non potrebbero impedire processi di espansione politica e militare che sono l’inevitabile conseguenza dei processi di espansione economica.

Ma la Cina non è un candidato credibile soprattutto perché le mancano molti degli attributi necessari per diventare a sua volta prima potenza mondiale. È vero che ha strappato agli Stati Uniti il primato industriale e commerciale, nonché quello del Pil calcolato in parità di potere d’acquisto; ma tutto questo non basta, e non basterebbe neppure se il suo Pil nominale superasse quello americano: infatti, su quasi tutti gli altri indicatori, la Cina è distanziata. Lo è in termini di Pil pro capite (più basso di quello della Romania), in termini demografici, in termini di potere monetario e finanziario, di lotta alla corruzione, di libertà di ricerca e spirito di iniziativa, di certezza del diritto, di legittimità, di soft power, di proiezione globale e, molto probabilmente, anche in termini di coesione interna.

Policentrismo caotico

Ma non è solo l’assenza di candidati credibili al ruolo di futuro “stabilizzatore egemonico” a rendere impossibile un “nuovo ordine mondiale”; la ragione principale è che – malgrado gli aneliti di tutti i partigiani della buona volontà, di tutti i credenti nella pace perpetua e di tutti gli ispirati banditori di ottativi (si dovrebbe, bisognerebbe, sarebbe auspicabile,) – l’ordine mondiale non si è mai costruito su una volontaria “condivisione delle regole”, ed è stato “policentrico” solo quando le grandi potenze non avevano pressoché alcuna relazione tra loro (Roma e l’impero Han, per esempio).

In una società fondata sulla concorrenza e sulla lotta tra interessi diversi, l’unico modo per garantire che una parte rinunci all’affermazione dei propri interessi vitali è costringerla con la forza; nel corso della storia moderna, le potenze in grado di imporre una “condivisione delle regole” e, attraverso queste, assicurare la loro “stabilità egemonica” al mondo, hanno potuto farlo solo perché sono riuscite a disarmare i propri rivali.

In seguito al crollo dell’Urss, azionista di minoranza dell’ordine di Yalta, si è entrati in una fase transitoria, che sarebbe più appropriato definire di grande disordine internazionale (basta guardarsi attorno!), in cui gli Stati Uniti detengono ancora molti degli attributi da prima potenza ma non riescono più a esercitare la loro egemonia stabilizzatrice. Il “policentrismo” esiste, ovviamente, ma non può che essere caotico, a tendenza entropica.

La guerra in Ucraina non ha cambiato questa inclinazione di fondo, anzi, l’ha aggravata. Da questo conflitto è il policentrismo caotico a uscire rafforzato, se così si può dire. Gli Stati Uniti sono tornati a essere, almeno provvisoriamente, i “garanti di ultima istanza” di una serie di paesi, non soltanto in Europa, ma anche e soprattutto in Asia: e qui si vede come la loro rete di relazioni economiche, diplomatiche e militari sia ancora di gran lunga più estesa e più solida di quella di qualsiasi altro concorrente.

Tuttavia, siccome Washington non ha risolto i suoi problemi di disorientamento strategico, il rischio forte è che proprio i vantaggi contingenti di questo nuovo credito internazionale suscitino la tentazione di approfittarne per conquistare posizioni che gli Stati Uniti non hanno più la forza di mantenere, accelerando così la tendenza al policentrismo caotico.

Revisionismo americano

La weaponization delle sanzioni economiche, le minacce più o meno velate a chi non le rispetta, la sospensione in seno al Wto del principio di “non discriminazione” («cardine su cui si fonda la regolamentazione commerciale del Wto», secondo la Treccani) nei confronti delle merci russe, sono tutte decisioni che suscitano l’allarme degli emergenti, compresi quelli considerati finora vicini agli Stati Uniti, timorosi di finire anche loro, per una ragione o un’altra, su qualche lista di proscrizione, e/o costretti a scegliere tra Washington e Pechino. Nella somma dei paesi che all’Onu hanno votato contro la sospensione della Russia dal Consiglio per i diritti umani (24, tra cui la Cina, il Vietnam, l’Etiopia e parte dell’Asia centrale) e di quelli che si sono astenuti (58, tra cui l’India, l’Indonesia, il Messico, il Brasile, gran parte dell’Africa, e tutto il medio oriente), alcuni commentatori hanno visto una sorta di club mondiale di chi si oppone e chi si trova a disagio con quello che Xiang Lanxin, specialista di affari internazionali a Ginevra, ha definito il «revisionismo americano».

In un articolo pubblicato su Valdai, un forum di dibattito legato al Cremlino, Xiang Lanxin scriveva nel maggio di un anno fa: «Proprio quando la Cina ha deciso di integrarsi pienamente nel sistema internazionale, gli Stati Uniti sembrano aver avviato il processo di cambiamento di quel sistema. Stanno abbandonando le regole da loro stessi stabilite alla fine della Seconda guerra mondiale, in particolare l’ordine economico internazionale liberale, che era basato sul libero scambio e sul meccanismo della concorrenza di mercato». È chiaro che Xiang presenta Pechino come il federatore degli emergenti che, per continuare a emergere, hanno bisogno del libero mercato più di quanto non ne abbiano bisogno i declinanti, seppure relativi. Le chiusure e le condizionalità imposte dagli Stati Uniti e dai suoi attuali alleati potrebbero finire col roversciarglisi contro, trasformando quel club in un insieme più coerente, saldato da un avversario comune: il «revisionismo americano».

Un tale insieme potrebbe risultare invitante anche per gli attuali recalcitranti nascosti tra le pieghe del provvisorio consenso attorno a Washington – Francia, Germania, Italia, Turchia, tanto per citarne alcuni, e, chissà, forse anche il Giappone. Un tale insieme, però, sarebbe comunque lacerato al suo interno da insanabili rivalità di interessi, e non potrebbe in alcun modo rappresentare la premessa di un “nuovo ordine mondiale”. Ma sarebbe certamente la definitiva discesa nel grande disordine internazionale.

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