Hamas va annientata. Militarmente e politicamente. Non solo perché la sua esistenza mina la sicurezza presente e futura dell’aggredito (lo stato ebraico e i suoi cittadini, caduti sotto gli attacchi barbari dei terroristi dell’organizzazione), ma anche per quella del popolo palestinese, schiacciato da lustri dal regime integralista che domina sulla striscia.

Ora, è scontato sostenere che un processo di normalizzazione dell’area e dell’intero Medio Oriente non può prescindere dalla soluzione definitiva della questione palestinese, e che i governi di destra del corrotto Benjamin Netanyauh poco o nulla hanno fatto per favorirla. Ma finché Hamas – che teorizza fin nel suo statuto il jihad contro Tel Aviv - resterà attore cruciale della partita è impossibile perfino ipotizzare quella trattativa che porti, in futuro, alla realizzazione della formula “due popoli due stati”.

“Hamas è come l’Isis”, e nessuna democrazia può accettare di avere tagliagole alla Tamerlano che programmano pogrom a pochi chilometri dai propri confini («all’attacco ci abbiamo lavorato per due anni», ha ammesso uno dei capi del movimento religioso). Dopo la mattanza del rave nel deserto del Negev e le bestialità naziste dei villaggi di Kfar Aza e Be’eri, Israele non ha in verità alcuna opzione: smantellare Hamas è e sarà condicio sine qua non per qualunque esecutivo, di destra o sinistra, che voglia essere di stanza a Gerusalemme.

Anche chi crede nel sacrosanto diritto all’autodeterminazione dei palestinesi non può confondere le ignominie avvenute nei kibbutz con un atto legittimo di “resistenza”. Perché una cosa è combattere militari sui territori occupati dal nemico, un’altra è mitragliare ragazzini che ballano o bruciare vivi bambini, donne e uomini che riposano nelle proprie abitazioni durante lo shabbat. Chi giustifica in qualche modo l’orrore, siano nuovi tele-mostri dei talk show, militanti dell’estrema destra o quelli della sinistra radicale, dimostra di avere un approccio ideologico pericoloso. Che mina, innanzitutto, la causa che credono di difendere.

I terroristi di Hamas, però, non sono i palestinesi. L’equazione è abietta, ed è simile a quella che dopo l’11 settembre ha paragonato al Qaida e poi lo stato islamico all’intero Islam. Gaza è da anni, per colpa dello stato ebraico ma non solo, un enorme campo profughi in cui oltre due milioni di persone vivono in condizioni disumane.

Immaginare che bombardare civili già oppressi da una cattività di fatto e dal regime di Hamas sia una rappresaglia adeguata alla violenza subita è un atto non degno di una democrazia evoluta. I vertici della Casa Bianca e della Ue hanno fatto bene a chiarirlo: la reazione di Israele è doverosa e inevitabile, una carneficina indiscriminata non è accettabile.

Vedremo se la rabbia di Gerusalemme si incanalerà in attacchi mirati (gli ottimisti ricordano l’operazione “Ira di dio” messa a punto dal Mossad dopo il massacro degli atleti ebrei alle Olimpiadi di Monaco del 1972) o si declinerà attraverso una vendetta biblica.

L’ordine rivolto a oltre un milione di persone di evacuare le loro case entro 24 ore non lascia ben sperare coloro che lavorano per un contenimento del conflitto.

Il disinteresse per il numero di vittime collaterali e la complessa invasione terrestre di Gaza da parte di Tsahal, ripetono molti esperti anche a Tel Aviv, sarebbe poi il genere di rappresaglia su cui confiderebbero i leader di Hamas. In modo da isolare Israele dai suoi alleati e regionalizzare il conflitto. Inoltre, i terroristi hanno già dimostrato di conoscere a perfezione il terreno del nemico, figuriamoci quello della striscia.

La guerriglia rischia di essere sanguinosa, gli scontri prolungati a tempo indeterminato: Hamas sa che la battaglia è esiziale, e non si farà remore a usare il “suo” popolo come carne da macello per i suoi fini politici.

Gerusalemme rischia insomma di finire in una trappola. Tocca al suo governo districarsi tra legittima reazione e rispetto dei diritti umani. Non sarà facile. Ma è anche il tipo di risposta all’abominazione che differenzia i regimi criminali dalle democrazie liberali.

 

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