La misura è colma per la coalizione anti Orbán al Consiglio europeo. La nuova legge ungherese contro la pedofilia che prevede sanzioni in caso di “promozione” o rappresentazione dell’omosessualità ha spaccato i leader riuniti a Bruxelles per il consueto summit di giugno.

Un incontro che avrebbe dovuto occuparsi quasi esclusivamente di affari internazionali, Covid e ripresa economica, ma che tra un riferimento al dramma nel Tigray, ai dissidenti politici bielorussi e al possibile nuovo assegno alla Turchia per tenersi i migranti, ha visto spuntare l’imprevisto ungherese. Sebbene non in agenda, la questione è stata tirata in ballo dal presidente del Consiglio Charles Michel su spinta dei premier olandese Mark Rutte e lussemburghese Xavier Bettel. Durissimo in particolare Rutte, per cui non ci deve essere posto in Ue per chi come l’Ungheria oltraggia i valori fondamentali europei.

Entrando al Consiglio, Viktor Orbán ha fatto orecchie da mercante smentendo categoricamente che il parlamento ungherese stesse approvando una legge anti Lgbt. Ha insistito poi con l’ormai solita propaganda dell’aver combattuto anche per i diritti di tutti da oppositore del regime comunista che perseguitava gli omosessuali. Propaganda facilmente confutabile con una semplice ricerca su internet, dal momento che l’Ungheria aveva depenalizzato l’omosessualità già nel 1961, ben prima di molti paesi occidentali. Martedì i tre del Benelux avevano portato la legge ungherese sul tavolo del Consiglio affari generali che riunisce i ministri degli Interni dei 27.

Proprio Lussemburgo, Belgio e Olanda sono andati al muro contro muro riunendo altri dieci paesi su una dichiarazione comune contro la stigmatizzazione delle persone Lgbt in quanto chiara violazione dei diritti fondamentali contenuti nei trattati Ue.

Altri quattro paesi, tra cui l’Italia, si sono accodati in un secondo momento, mentre il Portogallo ha fatto sapere di volerlo fare senza però poterlo, in quanto presidente Ue di turno. Si profilerebbe dunque un classico scontro tra nuova e vecchia Europa come già era accaduto nell’aprile 2020, quando una coalizione abbastanza simile nei numeri si era schierata contro la legge che permetteva a Orbán di governare per decreto e decidere quando concludere lo stato di emergenza nel paese.

Rispetto alla dichiarazione firmata all’epoca, la nuova coalizione ha guadagnato anche l’appoggio dei tre paesi baltici, Lituania, Lettonia ed Estonia. Dall’altra parte sono ovviamente seduti gli alleati di Orbán in Ue, il quattro di Visegrad (Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia) ma anche la destra slovena di Janez Janša che assumerà la presidenza Ue da luglio.

Cosa può accadere

La Commissione europea si era da subito allineata alla coalizione anti-Orbán contro la legge ungherese, definita dalla presidente Ursula von der Leyen una «vergogna». Il margine d’azione dell’esecutivo Ue resta, tuttavia, piuttosto limitato. Innanzitutto, perché potrebbe essere troppo tardi. Su una cosa Orbán ha sostanzialmente ragione: la legge è praticamente in cassaforte e lo scrutinio preventivo della Commissione a iter legislativo finito diventa molto difficile, sebbene i commissari Reynders e Breton hanno inviato una lettera esprimendo i propri dubbi in punta di diritto.

Per la Commissione, la legge ungherese quasi approvata restringerebbe sia la libertà di fornire servizi nell’Unione sia alcune direttive sugli audovisivi e sull’e-commerce, così come sulla Carta dei diritti fondamentali. Quello che può l’Ue in questi casi è, però, far partire un lungo procedimento legale che potrebbe concludersi solo dopo molti anni in una procedura di infrazione con multe o al congelamento dei fondi europei.

L’altro problema è che la legge contestata è molto ampia e per gran parte innocua dal momento che riguarda crimini sessuali contro minori, tema particolarmente caldo in Ungheria dopo lo scandalo che ha coinvolto un ex ambasciatore sul cui hard disk sono stati trovati più di 20mila foto pedopornografiche. In sostanza resta difficile mettere in pratica quanto chiesto da Rutte e gli altri, ovvero ritirare un pacchetto legislativo così composito, sebbene alcuni emendamenti si occupino in effetti di sanzioni che limitano ad esempio l’educazione sessuale nelle scuole e la rappresentazione dell’omosessualità verso i minori.

Curiosamente, la coalizione anti-Orbán è anche quella che vorrebbe inserire nelle conclusioni del Consiglio una riapertura alla Russia, con cui l’Ue non organizza summit dall’annessione della Crimea. L’opzione che si vorrebbe far passare è quella del “selective engagement” che piace tanto anche all’Italia e che mirerebbe ad affrontare la Russia nei campi in cui è avversaria ma a cooperare dove potrebbe dare un mano, ad esempio nella cooperazione ambientale e sull’energia.

Ma a insorgere contro questa iniziativa franco-tedesca per riprendere il dialogo con la Russia sono stati proprio i paesi baltici che non sono pronti ad ammorbidire la linea né a essere rappresentati dai soli presidenti Ue, von der Leyen e Michel, nei bilaterali con il temibile vicino.

 

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