Ancora una volta le strade di Donald Trump e della Corte Suprema si incrociano. L’8 febbraio è la data scelta dal massimo tribunale statunitense per decidere se il quattordicesimo emendamento si possa applicare al suo caso, ovverosia se la sua partecipazione agli eventi del 6 gennaio 2021 sia assimilabile all’insurrezione a cui si pensava nel 1868, ovverosia la ribellione degli stati schiavisti del Sud al governo federale americano.

La Corte Suprema federale ha deciso di dire la sua perché lo scorso 18 dicembre il Colorado, attraverso la sua Corte Suprema statale, ha deciso di rimuovere Donald Trump dalle primarie presidenziali che si svolgeranno all’interno del suo territorio.

Qualche giorno dopo il Maine ha fatto una scelta analoga, ma diversa: il segretario di stato Shenna Bellows ha usato la sua autorità per escluderlo. Un atto giuridico e una scelta politica che andranno vagliati perché nel frattempo ci sono altri sedici casi pendenti che potrebbero essere decisi mentre sono in corso le primarie in vari stati, interferendo pesantemente sui processi elettorali.

L’esito prevedibile 

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Quale potrebbe essere la scelta della Corte? L’esito più probabile è che, in assenza di condanne che stabiliscano esplicitamente la complicità diretta di Trump, la prudente filosofia del giudice capo John Roberts, conservatore moderato nominato nell’incarico da George W. Bush nel 2005, non interferirà nei processi elettorali e pertanto la maggioranza conservatrice di sei giudici dovrebbe esprimersi come previsto dai membri della campagna di Trump. Una delle avvocate del team legale, Alina Habba, ha anche affermato con un tono di velata di minaccia, che giudici come Brett Kavanaugh, «devono» la loro nomina a Trump che per loro «ha attraversato l’inferno».

Un atteggiamento che però, nel recente passato, non ha portato bene all’ex presidente: molti suoi sostenitori all’indomani delle elezioni presidenziali affermavano che i giudici dovevano “aiutarlo” nel ribaltare il risultato di una consultazione “truccata” e “fraudolenta”.

Il precedente

Cosa che non è stata assolutamente fatta. Dopo l’8 febbraio però, data delle prime udienze, sapremo in che direzione andrà la Corte, che ha deciso di muoversi speditamente sul caso. C’è un precedente che potrebbe essere rivelatore per il destino del tycoon: la sentenza Berger v. United States del 1921, riguardante il deputato socialista del Wisconsin Victor Berger, rimosso dalla Camera dei Rappresentanti per essersi pubblicamente espresso contro l’ingresso in guerra degli Stati Uniti. I giudici gli diedero ragione, in assenza di prove sufficienti, era improbabile che sue opinioni avessero aiutato lo sforzo bellico della Germania.

Trump può dunque basarsi su questo precedente, difficile invece che la prudenza di Roberts lo aiuti anche nel garantirgli “l’immunità presidenziale” come chiesto dai suoi legali, secondo i quali i suoi sforzi per ribaltare i risultati delle consultazioni nei vari stati erano coperti da uno scudo che gli deriva dalla sua carica.

Qui i precedenti sono a sfavore: a cominciare da Nixon v. United States del 1974 quando il supremo tribunale ordinò al presidente Richard Nixon di consegnare i nastri registrati delle sue conversazioni chiesti per le sue indagini dal procuratore speciale Leon Jaworski, che indagava sui fatti riguardante l’irruzione di alcuni individui nel complesso residenziale del Watergate avvenuta il 17 giugno 1972, durante la campagna per le presidenziali, nel loft dove aveva sede il Comitato Nazionale Democratico. Se Nixon non era stato al di sopra della legge (nonostante la sua celebre affermazione «non è illegale se lo fa un presidente») difficile che lo possa essere anche Trump.

In questo caso l’ex inquilino della Casa Bianca può contare solo su cinque giudici, compresi i tre nominati da lui, per affermare questa dubbia teoria legale, ma è improbabile che violino un così enorme precedente che, per inciso, proteggerebbe anche Biden dalle indagini iniziate dai repubblicani alla Camera su un suo presunto coinvolgimento in affari poco chiari insieme al figlio Hunter.

Quindi il supremo tribunale si trova nuovamente a dover decidere su un elezione del presidente degli Stati Uniti in un modo che somiglia molto a un altro caso: quel Bush v. Gore che, con la richiesta di stoppare il riconteggio manuale dei voti in Florida alle presidenziali del 2000, consegnò la presidenza al repubblicano George W. Bush. Una situazione che comunque vada incrinerà la fiducia dell’opinione pubblica nel sistema giudiziario, che si sentirà sempre più spinta verso una polarizzazione politica sempre meno sanabile.

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