SHANGHAI– Con l’abbuffata di dazi del «Liberation Day» – proclamato esattamente un anno fa – Donald Trump sperava di riequilibrare le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, così come con l’attacco all’Iran prova a ribadire chi detta legge in Medio Oriente, dove Pechino avanza silenziosamente.

Di fronte agli assalti dell’avversario, la Cina gioca di rimessa. Come nel caso dell’iniziativa in cinque punti presentata l’altro ieri assieme al Pakistan. Non un vero piano di pace, piuttosto la riaffermazione di princìpi condivisi dai paesi della regione, da cui arriva circa la metà delle sue importazioni di greggio: sovranità, integrità territoriale, difesa del multilateralismo e protezione delle rotte marittime nello Stretto di Hormuz che gli Stati Uniti si sono dimostrati palesemente incapaci di tutelare.

Secondo gli esperti cinesi, la richiesta, al primo punto, di cessazione «immediata» delle ostilità è un avvertimento a Washington circa la ferma opposizione di Pechino a qualsiasi ipotesi di escalation militare (prima di accennare a un ritiro, Trump aveva minacciato la distruzione dei siti petroliferi della Repubblica islamica). La Cina che tre anni fa è riuscita a far stringere la mano a iraniani e sauditi prova insomma a raffreddare la "Furia epica” di Trump, mentre si prepara a ribaltare la partita che Trump prova a vincere con la forza delle tariffs e delle bombe.

A marzo, dopo due mesi di contrazione, la produzione industriale del Dragone è tornata in espansione. Come si spiega questo apparentemente paradossale ottimismo, in un paese che più degli altri - per la vastità della sua economia e per la scarsità di risorse per alimentarla - dipende dall’importazione di energia, di cui il conflitto fa schizzare alle stelle i costi? Il fatto è che Trump e la sua amministrazione hanno sbagliato clamorosamente i calcoli. Perché lo stesso apparato produttivo e logistico che in risposta ai super-dazi del 2 aprile nel 2025 è riuscito a spostare massicciamente il suo export dai ricchi mercati Usa (-20 per cento) verso Europa (+8 per cento), paesi ASEAN (+13 per cento), Medio Oriente (+6 per cento), Africa (+25 per cento) e America Latina (+7 per cento), ha reagito con rapidità anche all’avventura imperiale di Tariff Man in Medio Oriente.

Il Financial Times - nel dedicare un’intera pagina a questi sviluppi - ha titolato: La guerra in Iran offre agli esportatori cinesi l’opportunità di conquistare quote di mercato globali. Questo perché i concorrenti di tutti il mondo, dalle economie più sviluppate a quelle emergenti, sono colpiti più duramente della Cina dallo shock energetico innescato dal caos nel Golfo Persico. Pechino può infatti fare affidamento su enormi riserve strategiche di petrolio, nonché su un mix energetico equilibrato dalle rinnovabili, dal nucleare e dal carbone. E sull’amicizia con l’Iran, che sta lasciando passare le navi cinesi attraverso un “passaggio sicuro” nello Stretto di Hormuz gestito direttamente dai guardiani della rivoluzione.

E così Goldman Sachs ha ridotto di 20 punti base la sua previsione di crescita del prodotto interno lordo della Cina, mentre ha tagliato di 40 punti base le previsioni per gli Stati Uniti e ha rivisto al ribasso di 70 punti base quelle delle economie emergenti asiatiche.

In una nota di Citi, l’economista Xiangrong Yu ha concluso che «a meno di una crisi petrolifera prolungata e su larga scala, la resilienza dal lato dell’offerta della Cina potrebbe persino consentirle di aumentare la propria quota di mercato nelle esportazioni, riecheggiando la dinamica osservata durante lo shock del Covid nel 2020». Tanto che Qiushi, la rivista politica del partito, ha mandato in stampa l’ennesima rassicurazione urbi et orbi, rivolta a quanti parlano di “China shock 2.0”: ora facciamo sul serio, il nostro commercio è “insostenibile” e lo riequilibreremo, non vogliamo surplus continui (1200 miliardi di dollari nel 2025). Sarà.

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