All’inizio del 2023 il Messico è diventato il principale partner commerciale degli Stati Uniti con scambi bilaterali totali tra i due paesi per un totale di 263 miliardi di dollari raggiunti nei primi quattro mesi di quest’anno e scalzando dal primo posto del podio la Cina. Possibile? Parola di Luis Torres, economista senior presso la Federal reserve di Dallas, che in un recente articolo pubblicato nel sito della Banca centrale americana ha messo in evidenza questa “svolta” commerciale dai rilevanti aspetti geopolitici.

L’emergere del Messico, al primo posto nei rapporti commerciali con il potente vicino, è ovviamente il frutto delle tensioni sempre maggiori in corso tra Washington e Pechino. La Cina, entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio solo nel 2001, già nel 2014 aveva superato il Canada e conquistato il primo posto commerciale come partner degli Usa.

Poi nel 2018 il trend si è invertito quando l’ex presidente Donald Trump ha imposto tariffe sulle merci cinesi, decisioni poi confermate dal presidente Joe Biden. Potremmo dire che il sorpasso messicano sulla Cina è il frutto di quelle decisioni tariffarie anti cinesi che ora fanno sentire i loro effetti.

Anche a Pechino che a luglio ha registrato un calo dell’export, su base annua, del 14,5 per cento e dell’import del 12,4 per cento (per le esportazioni si tratta del dato peggiore dal 2020).

Come se non bastasse sono arrivate le interruzioni delle catene di approvvigionamento dopo la pandemia, decisioni che hanno spinto verso i de-risking con la Cina se non addirittura a ipotizzare un disaccoppiamento delle due economie.

Tutte queste esigenze di maggior sicurezza sugli approvvigionamenti, rispetto al minor prezzo possibile, hanno alterato il commercio internazionale e flussi di investimento in tutto il mondo.

Produzione in crescita

La performance del Messico rispecchia il suo aumento della produzione manifatturiera di beni, una componente chiave delle merci che si spostano tra il paese e gli Stati Uniti.

Non a caso è l’industria automobilistica a fare la parte del leone di questo exploit con quasi un quarto dell’attività commerciale manifatturiera totale tra Usa e Messico.

I collegamenti commerciali di fornitura sono sostenuti dalla presenza in Messico di impianti di assemblaggio per l’esportazione ad alta intensità di manodopera di proprietà straniera, le cosiddette maquiladoras. Il peso messicano si è addirittura rafforzato di oltre il 15 per cento rispetto al dollaro nell’ultimo anno, in gran parte a causa di un aumento degli investimenti diretti esteri.

Felix Salmon di Axios Market si è chiesto se questo calo dell’import cinese potrebbe far aumentare i prezzi negli Usa dando di nuovo fiato all’inflazione mentre il New York Times ha puntato il dito sul fatto che le relazioni tra Cina e Usa sono al punto più basso dal 1979.

Il dato commerciale messicano è significativo perché evidenzia che Washington sta passando dalla priorità ai prezzi bassi a una maggiore sicurezza e stabilità del sistema.

Entrambi i paesi stanno cercando di ostacolare l’altro sui semiconduttori, con Washington che vuole vietare alcuni investimenti ad alta tecnologia in Cina e Pechino che limita come ritorsione l’esportazione di gallio e germanio, che vengono utilizzati per produrre semiconduttori. Il presidente Joe Biden dovrebbe a breve emettere un ordine esecutivo per controllare gli investimenti in uscita in tecnologie sensibili verso la Cina.

Ma ci sono anche segnali di apertura. Gli Washington e Pechino apriranno, secondo il Financial Times, nuove linee di comunicazione per affrontare le questioni che li dividono. Si tratta – ha scritto il quotidiano finanziario – di uno dei primi segnali di progresso verso la stabilizzazione delle relazioni da quando il segretario di Stato, Antony Blinken, è stato in Cina, a giugno.

Basterà? La novità sarebbe il primo progresso verso l’obiettivo – delineato durante l’incontro a Bali a novembre, tra il presidente cinese Xi Jinping e quello Usa, Joe Biden – di creare un terreno di intesa per fare in modo che la competizione tra i due paesi non «finisca in un conflitto».

«Ci fosse una crisi – ha spiegato Blinken in una intervista alla tv australiana – l’impatto sui paesi nel mondo sarebbe grave. Il 50 per cento del traffico dei container passa ogni giorno attraverso lo Stretto di Taiwan».

«In altre parole – ha aggiunto – il commercio mondiale dipende da esso. Il 70 per cento dei semiconduttori che alimentano tutto passa da Taiwan. Ogni interruzione potrebbe avere gravi conseguenze per il mondo». E intanto la Cina perde quote di mercato negli Usa. Basterà a fermare Pechino sulle sue ambizioni su Taiwan?

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