Un’audizione dei vertici di tre prestigiose università americane ha causato un’ondata di sdegno fortissimo a causa delle parole tentennanti usate per descrivere le manifestazioni di antisemitismo avvenute nei campus nelle settimane successive allo scoppio del conflitto in Medio Oriente tra Israele e Hamas, tanto da portare alle dimissioni di una rettrice. Martedì scorso la deputata Elise Stefanik, la numero cinque della leadership repubblicana ha fatto una semplice domanda durante la deposizione delle tre rettrici dell’Università di Harvard, della Penn University e del Massachusetts Institute of Technology (Mit) di fronte alla commissione istruzione e lavoro della Camera dei rappresentanti: le manifestazioni di antisemitismo esplicito violano il codice di condotta accademico?

Le tre presidenti hanno risposto tutte in modo evasivo: ad esempio Claudine Gay di Harvard ha dichiarato che, per quanto gli slogan come “From the River to The Sea” e l’invocazione del genocidio degli ebrei israeliani, siano per lei «aberranti», non è chiaro se certe espressioni siano protette in virtù della «libertà di parola».

Anche le altre due rettrici, Elizabeth Magill di Penn e Sally Kornbluth del Mit, hanno usato simili perifrasi evasive, attaccandosi a tecnicismi e regolamenti per non dover esplicitamente condannare certe espressioni ampiamente utilizzate dai manifestanti filopalestinesi. Non troppo sorprendentemente, la mancanza di coraggio delle tre accademiche nel dichiarare esplicitamente fuori dalla legalità l’esplicita invocazione della violenza contro gli ebrei, ha causato disgusto e condanna anche presso le fila dei democratici, a cominciare dalla Casa Bianca e da alcuni governatori dem come Josh Shapiro della Pennsylvania, dove ha sede la Penn.

Anche alcuni colleghi della deputata Stefanik, guidati da Kathy Manning del North Carolina, anche lei presente all’audizione incriminata, hanno scritto una lettera aperta, firmata da altri dodici rappresentanti dem, in cui si chiede ai consigli d’amministrazione delle prestigiose istituzioni in questione di aggiornare i regolamenti in materia di antisemitismo e di indicare cosa intendono fare per arginare un fenomeno che ha fatto sì che gli studenti ebrei «si trovassero di fronte un ambiente educativo ostile».

L’indagine

Stefanik, che peraltro si è laureata ad Harvard, ha annunciato che il Congresso lancerà un’indagine a tutto campo sulla diffusione dell’odio antisemita nei campus per «chiedere conto alle università dei loro fallimenti su scala globale». Lo scorso 29 novembre anche il dipartimento di Giustizia aveva lanciato un’inchiesta con al centro Harvard e il dipartimento per l’Istruzione di New York, responsabile delle università pubbliche dello Stato, includendo nelle possibili imputazioni anche l’islamofobia oltre all’antisemitismo.

Oltre a questo, alcuni donatori hanno deciso di colpire le istituzioni ritirando elargizioni promesse in precedenza: è il caso di Ross Stevens, un ex studente della Penn University diventato manager di fondi d’investimento, che ha cancellato una partnership con l’università per la creazione di un centro studi per l’innovazione finanziaria del valore di circa cento milioni di dollari perché l’istituzione avrebbe «fallito nel proteggere alcuni studenti dalle manifestazioni di odio».

Anche per questo la rettrice Magill ha annunciato le sue dimissioni domenica scorsa, segnando quindi una cesura tra due mondi che fanno funzionare l’università: da un lato i finanziatori privati e la politica, che subordinano il loro sostegno al mantenimento di certi standard di condotta da parte non solo degli studenti ma anche di certi accademici che professano posizioni estreme.

Libertà accademica

Dall’altra invece docenti e studenti chiedono che la libertà accademica protegga anche l’uso di espressioni discutibili, se usati nel giusto contesto. Questa è anche la posizione di una voce libertaria, Eugene Volokh, professore di diritto per l’Ucla di Los Angeles, che in un editoriale sul Los Angeles Times ha messo in guardia dai rischi di eccessive regolamentazioni riguardo all’uso di certe espressioni all’interno di manifestazioni pacifiche, pur comprendendo il bisogno di sicurezza degli studenti ebrei.

La soluzione, secondo Volokh, è di decidere caso per caso, comprendendo se alle espressioni utilizzate sono seguiti episodi di violenza vera e propria. Un filo sottile che però è difficile da seguire quando per anni la tradizione di libertà accademica in altri contesti ha fatto sì che un estremista come Grover Furr, studioso della Montclair University, piccola università pubblica del New Jersey, nonostante fosse un noto apologeta dello stalinismo e un negazionista dell’Holodomor, non fosse mai cacciato dall’istituzione per cui lavorava.

Un’usanza che però oggi rischia di non reggere di fronte agli episodi che hanno messo in pericolo l’incolumità fisica di diversi iscritti alle varie università che per anni hanno sbandierato la creazione di “luoghi sicuri” per ogni sensibilità. Evidentemente non abbastanza.

© Riproduzione riservata