Se il capitalismo è una macchina per l’innovazione così potente, perché finora non abbiamo visto progressi nell’agenda verde o, ad ogni modo, progressi troppo scarsi, data la predetta catastrofe del cambiamento climatico e del degrado ambientale in corso? Nell’odierno gergo di internet si potrebbe definire questo un fallimento epico, anzi, di proporzioni planetarie. 

Qualcuno, basandosi sulle teorie marxiste del valore, trae erroneamente le conclusioni che la crescita economica è dovuta solo al plusvalore estratto dalle risorse naturali, in particolare dai prodotti petroliferi. Qualcuno dice che il capitalismo non può uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili, perché le due cose sono profondamente intrecciate, condannate a ballare un tango al ritmo della crescita economica. La fine dell’estrazione del petrolio significherebbe la fine della crescita economica e il crollo del capitalismo. 

Dal punto di vista economico, non c’è niente di speciale nel petrolio. La rivoluzione industriale è iniziata con il legno, poi è passata al carbone, poi al carbone con la deforestazione dell’Inghilterra. Solo nel Novecento si è passati al petrolio e al gas, dopo l’invenzione del motore a combustione interna. Non c’è dubbio che un’economia con una complessità e una popolazione crescenti richieda più energia, come ha mostrato Ian Morris in prospettiva storica con il suo indice di sviluppo sociale.

All’inizio della rivoluzione industriale, la tecnologia dell’epoca era utilizzata semplicemente per aumentare la disponibilità di energia e soddisfare la crescente domanda di nuove macchine. L’affermazione che il capitalismo e i suoi meccanismi intrinseci siano necessariamente antitetici alla salute dell’ambiente non è quindi supportata in alcun modo. In effetti, trascinato dalla democrazia, e quindi rispondendo alle preoccupazioni dei cittadini per l’ambiente, il capitalismo ha prodotto meno danni dei sistemi non capitalisti. Lo testimonia l’Unione sovietica, immune alla logica capitalista, con gli esiti ambientali catastrofici che ha vissuto. 

Altezzosa indifferenza

Per quanto possa sembrare ottuso in un’èra di emergenza climatica, la riduzione delle emissioni di gas serra semplicemente non è stata percepita come un’esigenza urgente fino a tempi abbastanza recenti. Parte della spiegazione alla base di questa altezzosa indifferenza è che per molto tempo non è esistita una scienza del clima.

Anche quando questa scienza si è sviluppata, a partire dagli anni Settanta, la maggior parte degli elettori e quindi i politici hanno solo promesso a parole un’azione per la causa verde e sono stati indisponibili a mettere i loro soldi laddove erano le loro bocche. Questo è valso anche per le corti più ricche e istruite.

Il sistema produttivo capitalistico ha risposto come sempre agli incentivi di prezzo e domanda, compresi gli standard regolatori ambientali prevalenti. È sconvolgente che alcune società con interessi costituiti abbiano intrapreso sforzi attivi per minare la scienza del cambiamento climatico (nel caso della produttrice di petrolio Exxon, persino le scoperte dei propri scienziati). Questo invita a un commento più esteso sull’azione delle lobby, simile a quello già fatto sulla pubblicità.

Che le lobby possano influenzare pesantemente la politica e ritardare l’azione è noto e deprecabile, poiché sappiamo quanto il tempismo sia cruciale e i ritardi possano significare più sofferenza umana. Le dinamiche economiche e sociali che plasmano il corso della storia, ad ogni modo, sono più forti di qualsiasi società o gruppo di interesse.

Quando il cambiamento climatico ha iniziato a mostrare le sue conseguenze catastrofiche ed è diventato una priorità per gli elettori, è giunto il momento in cui le società energetiche potevano soltanto riallineare le proprie agende con la transizione verde. Come dice Keynes nella sua Teoria generale: «Presto o tardi, sono le idee, non gli interessi costituiti, a essere pericolosi nel bene o nel male».

L’analisi costi-benefici

L’interesse d’acquisto dei consumatori è una componente fondamentale per il passaggio a un nuovo equilibrio produttivo. Senza di questo, le invenzioni intelligenti sarebbero ancora nel pensiero, chiuse a chiave in un cassetto in attesa di essere tirate fuori in tempi migliori. Pensiamo alle celle fotovoltaiche inventate da Charles Fritts nel 1883 e installate per la prima volta su un tetto di New York nel 1884. Passato quel momento, sarebbe stato necessario un investimento importante per renderle rilevanti in ogni implementazione, data la loro efficienza limitata nella conversione dell’energia (circa l’1 per cento). La cosa non si è concretizzata perché non rispondeva a un bisogno del consumatore del momento, per la disponibilità a basso costo di energia da combustibili fossili all’inizio del Ventesimo secolo. 

L’interesse per la tecnologia ha preso piede invece negli anni Cinquanta, con la necessità di alimentare i satelliti spaziali. Un altro bell’esempio viene da The knowledge di Lewis Dartnell. Per quanto incredibile possa sembrare nella nostra epoca, ora che i veicoli elettrici sembrano appena entrati nel mercato, all’alba del Ventesimo secolo, nei primi tempi delle automobili, non era affatto chiaro quale tipo di motore le avrebbe alimentate.

Tre tecnologie effettivamente competevano testa a testa: il vapore, la benzina e l’elettrico. A Chicago, i veicoli elettrici hanno dominato il mercato nascente. Analogamente, dall’altra parte dell’Atlantico, hanno funzionato bene a Berlino. A Manhattan, nel 1900 c’era un buon servizio di taxi con auto elettriche, che scambiavano rapidamente le batterie scariche per quelle cariche in apposite stazioni di servizio. Alla fine, però, ha vinto la benzina.

La ragione di questa sconfitta precoce delle auto elettriche non ha nulla a che fare con le lobby del “grande petrolio”, o con il capitalismo irrimediabilmente legato al petrolio. Le auto a benzina hanno vinto la battaglia costi-benefici. Le auto elettriche erano più silenziose, meccanicamente più semplici e non emettevano gas di scarico. Ma la benzina consentiva una maggiore autonomia e i gas di scarico erano considerati un fastidio minore più che un inquinante tossico, specialmente rispetto all’odore nauseabondo di letame e urina di cavallo che aveva saturato l’aria delle città per secoli.

Alla fine, grazie all’economia di scala, le auto a benzina sono diventate più economiche e hanno conosciuto il boom con la famosa Ford model T. A sua volta questo ha significato che l’infrastruttura, tra cui una rete di stazioni di servizio, è stata ampliata solo per questa tecnologia, portando alla scomparsa precoce delle auto elettriche.

All’epoca non si conoscevano le emissioni di CO2, o la scienza del clima, quindi i fattori ambientali non entravano nell’equazione costi-benefici. Ovviamente, con il senno di poi, possiamo piangere quel momento in cui è cambiato il corso della storia tecnologica, e con esso il destino del clima, ma è importante capire perché è successo.

Meccanismo dei prezzi

Una volta sostenuti dai loro elettori, i governi possono intervenire per utilizzare il loro potere di tassazione o la spesa pubblica per generare domanda o alterare i prezzi relativi. In particolare sulle emissioni di CO2, una tassa può adeguare i prezzi per riconoscere che l’uso della tecnologia dei combustibili fossili produce una perdita sociale che le aziende non considererebbero altrimenti nelle loro decisioni standard di investimento e produzione. Una volta che questo accade, l’intero sistema capitalista si adegua per portare il corso delle cose in una nuova direzione.

Nel breve periodo le aziende che si affidano a tecnologie che emettono carbonio aumentano i loro prezzi. I prezzi aumentati costringono i consumatori a pensare maggiormente alle alternative. Le startup innovative e le aziende rivali che utilizzano tecnologie meno inquinanti individuano opportunità per servire nuovi livelli e forme di domanda. Allo stesso modo, le aziende rispondono riallocando parte dei loro investimenti di capitale per implementare processi di produzione a basse emissioni di carbonio.

Nel complesso, poiché il sistema capitalista si basa sul meccanismo dei prezzi, automaticamente si riaggiusta quando i prezzi cambiano. Il bello di questo, invece di avere, ad esempio, limiti rigidi fissati dalla regolamentazione, è che non richiede un regolatore con una conoscenza profonda dei processi di produzione e consumo. In sostanza, questo è il motivo per cui così tanti economisti vedono il prezzo del carbonio come il punto di riferimento in base al quale affrontare il cambiamento climatico.


Estratto dal libro “Growth for Good – Reshaping Capitalism to Save Humanity from Climate Catastrophe”. Traduzione a cura di Monica Fava.


 

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