Dopo il medio oriente e il nord Africa, la regione del mondo più colpita dal terrorismo jihadista è l’Asia. Se si considera anche il Pacifico (l’Oceania), la regione passa addirittura in testa. Contrariamente a ciò che si pensa, il fenomeno dell’estremismo islamico asiatico non è conseguente ma contemporaneo a quello del medio oriente e, in alcuni casi, più antico.

A partire dal Caucaso, l’Asia centrale a maggioranza musulmana è da secoli un crogiuolo di ideologie nazionaliste e islamiste sovrapposte, luogo di vecchi jihad proclamati in nome dell’indipendenza di interi popoli, forgiandone l’identità come nel caso dell’Afghanistan mai sottomesso, o del Pakistan creazione moderna operata su basi etno-religiose mediante una sofferta separazione dall’India. Ancora più a oriente, c’è il caso filippino dove i sultanati meridionali non sono mai stati soggiogati dopo cinque secoli di aggressiva colonizzazione spagnola. Nell’arcipelago indonesiano, nella Tailandia meridionale, in Malesia sono avvenute storie simili. 

Prima della colonizzazione occidentale

In Asia orientale le influenze indiana, cinese e islamica si fronteggiano da prima dell’arrivo degli europei. Quando Vasco de Gama giunse davanti a Calicut sulla costa indiana (attualmente stato del Kerala), mandò a terra alcuni dei suoi che incontrarono dei musulmani stabiliti lì da tempo. Commercianti internazionali, questi ultimi parlavano anche castigliano e genovese. Le cronache narrano che, riconoscendo nei visitatori portoghesi il segno premonitore della fine di un’epoca, quei musulmani tradirono la loro rabbia con queste parole: «Il diavolo vi porti, cosa vi conduce fino a qua?». La civiltà islamica è divenuta universale prima della colonizzazione occidentale, legando assieme tre universi: il mediorientale, l’africano, e l’euro-asiatico: «da Marrakech al Bangladesh», come dicono i musulmani. Le avventure di Aladino e del suo genio della lampada raccontano l’islam dell’oceano indiano e dei mari del sud, rievocate in tutta la umma islamica.

Gli scenari della globalizzazione

Oggi la globalizzazione contemporanea ha creato nuovi scenari: anche in Asia si è rimesso in moto il motore delle identità grazie a contaminazioni con altre aree del mondo. In questa maniera il jihadismo di marca salafita ha scavalcato le frontiere. Il Pakistan si rivela come un luogo predisposto ad accogliere la predicazione estremista. Non a caso uno dei maestri dell’islam radicale è un pakistano, Abou Ala Mawdudi (1903-1979), tra i più famosi studiosi della tendenza. Un buon impulso alla diffusione radicale è la fallimentare operazione militare sovietica in Afghanistan. Dopo il ritiro dell’armata rossa (1989) e la guerra civile tra i vari gruppi di mujahidin, emerge il movimento dei Talebani, che occupano la scena fino ad oggi. Adepti di una versione di islam arcaica e retrograda, rappresentano il punto di congiunzione tra salafismo e etnicizzazione islamica, dove la tradizione pashtun – il gruppo etnico più numeroso del paese –  e le regole rigoriste si fondono assieme.

Le due guerre di Cecenia e la crisi degli uiguri amplificano il caos asiatico, mettendo a disposizione dei reclutatori estremisti un’ingente massa di manovra di giovani disoccupati e arrabbiati. È l’inizio di un nuovo ciclo: dall’Afghanistan al Golfo in fiamme si riversano sul mercato della violenza militanti di ogni genere che vanno ad aggiungersi ai tanti che già combattono su quadranti caldi come la Bosnia, l’Algeria, l’Iraq, la Siria, la Libia o il Sahel. L’islam asiatico è scosso dagli stessi spasmi che decompongono l’islam arabo e l’africano. Nuove o risorgenti correnti estremiste hanno portato in estremo oriente il brand globalizzato di al Qaeda e poi quello dell’Isis.

La “questione moro”

A sud delle Filippine, il paese più cattolico dell’intero continente, resiste una minoranza islamica che ha dato filo da torcere a tutte le amministrazioni fin dall’epoca coloniale. Nel tempo il caso dei musulmani filippini è divenuta la “questione moro” dal nome etnico: a Mindanao (l’isola più meridionale dell’arcipelago) i moro sono maggioritari in alcune isole e nell’entroterra attorno alla cittadina di Marawi. Dalla fine degli anni Sessanta è attiva un’organizzazione armata di stampo laico e secessionista: il movimento nazionale per la liberazione moro. Nel 1996 un primo accordo di pace tra governo e Mnlf provoca la scissione del Milf, movimento islamico per la liberazione dei moro, che già nel nome porta il marchio religioso. Anche il Milf accetta di negoziare dal 2014 (mediazione a cui partecipa anche la comunità di sant’Egidio in partenariato con la Mohammedia indonesiana) fino all’accordo ratificato per referendum. In quello stesso 2014 malumori e scissioni portano alla creazione di gruppi jihadisti contagiati dal salafismo: Abu Sayyaf (un gruppo di pirati convertiti al jihadismo situati nell’isola di Jolo); Ansar al Khilafa; Bangsamoro freedom fighters ed altri. Ad essi si associano alcuni importanti lignaggi moro come i Maute. Inizialmente affiliati ad al Qaeda (il capo di Abu Sayyaf diviene emiro per le Filippine), successivamente aderiscono all’Isis. Il 23 maggio 2017 la coalizione jihadista compie un clamoroso atto di guerra: attacca la città di Marawi (175mila abitanti) e la occupa tenendola per cinque mesi. Improvvisamente l’opinione dell’arcipelago scopre che oltre ai consueti fronti moro esistono dei terroristi molto più spietati. Assieme ai militanti locali combattono anche una manciata di stranieri (ceceni, arabi e malaysiani) a dimostrazione che il contagio è in atto. La penetrazione jihadista è una delle ragioni che favoriscono le elezioni di Rodrigo Duterte: prima di divenire presidente egli è stato sindaco di Davao, il capoluogo dei Mindanao, e ha sempre propugnato la linea dura.

India e Indonesia

Il blitz jihadista di Mumbai del 26 novembre 2008 da parte del gruppo Laskhar-e-Taiba (formato in Afghanistan e operante dal Pakistan), che costa oltre 160 vittime fa comprendere anche all’India di essere il possibile target di attacchi del jihadismo internazionale. Già nel luglio dello stesso anno ad Ahmedabad oltre 200 persone erano morte in attentati di un altro gruppo (Harkat-ul-Jihad-al-Islami). Lo scambio di accuse con il vicino Pakistan sono roventi ma alla fine entrambi i paesi si devono arrendere all’idea di essere davanti a qualcosa di diverso dai soliti – certo gravi –  violenti attriti frontalieri tra i due paesi. Un altro grave attentato operato dallo stesso gruppo si era già svolto nel 2006 a Mumbai, colpendo varie stazioni ferroviarie. Terroristi hanno anche attaccato nel 2015 la base aerea indiana di Pathankot. Così l’India, oltre alle endemiche crisi con il Pakistan e alle frequenti esplosioni di violenza intracomunitaria (complice anche l’estremismo indù), rivolge oggi la sua attenzione anche al jihadismo internazionale.

Lo stesso si può dire per l’Indonesia, paese quasi interamente musulmano. L’attacco jihadista a Bali del 2002, che fa oltre 200 morti, è opera della filiera terroristica internazionale della Jemaa Islamiya più che di movimenti eversivi locali o ai pur gravi fenomeni di violenza intracomunitaria. L’attentato del 2016 al Sarinah shopping center di Jakarta viene rivendicato dallo stesso Isis, così come quello di Surabaya del 2018 contro tre chiese cristiane. Se si fa eccezione per la regione di Aceh, posta sulla punta di Sumatra e in possesso di una forma di autonomia che permette l’utilizzo della sharia, l’Indonesia rimane un paese laico anche se spesso scosso da crisi etnico-religiose tra musulmani e la minoranza cristiana.

Il Bangladesh è un paese quasi completamente musulmano eppure il terrorismo lo ha attaccato più volte, incluso l’attentato del luglio 2016 ad un ristorante di Dacca dove trovarono la morte 9 italiani, oltre che 7 giapponesi, 7 bengalesi e un indiano. Anche in questo caso l’Isis rivendica il crimine.

Prima di tutti, il Pakistan

Senza considerare l’Afghanistan in guerra, il paese asiatico che ha subito più attacchi è certamente il Pakistan, stato da cui proviene anche una gran parte dei terroristi asiatici stessi. Tra i più gravi si ricordano gli attentati dell’estate 2010 compiuti dai talebani contro la moschea e la comunità sufi di Lahore con circa 130 vittime, e quello nell’ottobre dello stesso anno contro la medesima comunità vicino Karachi che fece 42 morti. Nel dicembre del 2014 ancora i talebani attaccarono una scuola di Peshawar uccidendo 132 bambini su un totale di 149 vittime. Gli scolari sono figli di militari. Tra i target preferiti le chiese e le moschee sufi.

Ora alla lista si aggiunge anche lo Sri Lanka con gli attentati di Pasqua dell’aprile 2019 rivendicati dall’Isis: oltre 300 morti la maggioranza dei quali cristiani e turisti stranieri uccisi durante le celebrazioni. Gli autori del massacro sono cingalesi figli di famiglie benestanti, radicalizzati da poco, salvo il loro presunto capo che si è reso irreperibile con tutta la famiglia. Lo choc per lo Sri Lanka è enorme malgrado il paese sia stato almeno fino al 2010 funestato dalla violenza della guerra civile contro le tigri tamil.

L’ombra del jihad spaventa anche altri paesi come la Tailandia alle prese con la storica ribellione del sud alla frontiera con la Malaysia, dove si concentra la minoranza islamica del paese. Il timore è che la lotta per l’autonomia che dura dal 2004 delle tre provincie meridionali di Pattani, Yala e Narathiwat, divenga una ribellione etnico-religiosa. Segno premonitore la strage del 2015, quando terroristi uiguri attaccarono un tempio induista a Bangkok per vendicarsi delle espulsioni di uiguri da parte tailandese verso la Cina popolare. Al-Qaeda o l’Isis, seppur in competizione fra loro, avrebbero certamente interesse a colpire occidentali in uno dei paesi più turistici del continente, anche se ora il covid ha svuotato spiagge e resort.

Estremismo radicale buddista

Una situazione opposta avviene in Myanmar, l’antica Birmania. In questo caso è la minoranza musulmana dei Rohingya a soffrire la brutale persecuzione fomentata dai monaci buddisti e accettata dalla maggioranza della popolazione birmana. L’87 per cento dei birmani è buddista mentre i musulmani sono solo il 4 per cento circa. Tuttavia non godono dei diritti di cittadinanza e vengono considerati come immigrati clandestini seppur vivano in Myanmar da prima dell’indipendenza. Apolidi da sempre e senza documenti, fino a qualche anno fa i Rohingya potevano registrarsi come “residenti temporanei” anche se nati sul posto. Ma nel 2015 il governo ha revocato anche tale possibilità su spinta dei nazionalisti buddisti. Nell’agosto del 2017 un gruppo di armati appartenenti alla Arakan Rohingya Salvation Army ha attaccato un posto di polizia. La reazione birmana è stata durissima, con atrocità di vario tipo che hanno costretto oltre 600.000 rohingya alla fuga nel vicino Bangladesh, su un totale stimato di un milione di persone. Da notare che l’estremismo radicale buddista si sta diffondendo in tutte le aree in cui è maggioritaria tale religione, come in Tailandia e Sri Lanka.

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