l’anticipazione dell’inchiesta de il fattore umano

L’incubo iraniano dell’agente segreta Usa: «I miei dispacci diventavano morte»

Per quasi undici anni ha ascoltato comunicazioni in lingua farsi da un ufficio dell’Air Force, nel Sud degli Stati Uniti. «Sulla base delle mie informazioni, qualcuno premeva un bottone e cadeva un drone: poi vedi i morti e feriti, finisce che qualcosa si spezza dentro di te». La svolta? È arrivata quando Trump ha detto che veniva cancellata un’intera civiltà 

La chiameremo Jane Doe, per nasconderne l’identità. La sua voce arriva attraverso una connessione protetta e, ogni tanto, si spezza. Forse è la linea. O forse la tensione. Jane ha trascorso anni ad ascoltare le voci degli altri senza potersi permettere di usare la propria, vincolata dal segreto militare. Non ha mai messo piede in Iran. Per quasi undici anni, però, ogni mattina è entrata in un ufficio dell’Air Force, nel sud degli Stati Uniti, e si è seduta davanti a uno schermo, con le cuffie, p