Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha scommesso tutto sulla campagna vaccinale anti-Covid: da qui passa la sua eventuale conferma a fine marzo, alla quarta elezione nazionale in due anni, dopo che il partner di governo Likud ha archiviato l’alleanza che durava soltanto da maggio. Per ora l’operazione sembra andare al meglio e Israele è in cima a ogni classifica nella velocità di somministrazione delle prime dosi: dal 20 dicembre un milione e mezzo di cittadini sono stati vaccinati (la popolazione è di poco più di nove milioni). La campagna elettorale non è ancora cominciata, ma è chiaro che in ogni manifesto, in ogni spot il premier farà riferimento al successo della lotta contro il Covid-19.

L’organizzazione

Se la campagna vaccinale sta andando infatti a gonfie vele è soprattutto grazie alle caratteristiche del paese e al sistema sanitario israeliano: la popolazione e l’estensione geografica sono relativamente limitate, nove milioni di abitanti in uno spazio grande quanto l’Emilia-Romagna in cui il percorso più lungo da coprire per lo spostamento dei vaccini da Tel Aviv ai luoghi di somministrazione è di un’ora e mezza. A queste peculiarità va aggiunto un sistema sanitario ibrido, in cui ogni cittadino è obbligato a sottoscrivere un’assicurazione sanitaria che conserva digitalmente tutti i dati dei clienti. Combinandoli con una fitta rete di medicina sul territorio (per somministrare le dosi è stato utilizzato anche un laboratorio mobile), oltre a centri vaccinali collocati in parcheggi, stadi, cortili delle scuole e perfino in un gazebo drive-in, arrivare a inoculare 150mila dosi di vaccino al giorno è stato più facile che altrove. Le categorie a rischio, le prime a essere vaccinate, vengono avvertite via messaggio sul cellulare o chiamata con la comunicazione dell’orario esatto dell’appuntamento per evitare file.

Il vero merito del governo è però stato quello di essere tra i primi al mondo a mettersi in trattativa con i produttori dei vaccini, che altrimenti difficilmente avrebbero dato attenzioni particolari a un paese delle dimensioni di Israele. Le prime dosi sono state consegnate da BioNTech-Pfizer già il 9 dicembre, addirittura prima del via libera della Food and drug administration, l’autorità competente americana, arrivato due giorni dopo, per avere tempo a sufficienza per lavorare sulla logistica. Oggi la gestione è in mano a Sle, un’azienda specializzata, che spacchetta le dosi di Pfizer all’aeroporto di Tel Aviv e le distribuisce nel resto del paese. Per avere un trattamento preferenziale nella consegna del vaccino, secondo l’agenzia Reuters, il governo avrebbe pagato 30 dollari a dose, pari a circa il doppio del prezzo standard. Quanto sia stato pagato e quale sia la vera portata degli ordini commissionati dall’esecutivo di Netanyahu è un segreto ben custodito, anche perché ora le vaccinazioni dovranno essere rallentate, se non del tutto sospese: le dosi contenute nella prima consegna sono infatti quasi terminate, e la prossima fornitura dovrebbe arrivare a fine mese.

La portata politica

In un paese dove si registrano 8mila nuovi casi al giorno, in proporzione più del doppio di quelli contati quotidianamente in Italia, riuscire a raggiungere un calo dei contagi a metà marzo, dopo l’ennesimo lockdown che dovrebbe entrare in vigore nei prossimi giorni, potrebbe fare la differenza alle elezioni. Ed è per questo che il premier sta cercando di intestarsi il più possibile il successo, facendosi spesso vedere nei centri vaccinali: si sono così trasformate in operazioni di immagine la 500millesima somministrazione, e la milionesima, ricevuta da un arabo israeliano. L’opposizione intanto accusa il governo di approfittare della campagna vaccinale per guadagnare consensi senza lavorare intanto a una strategia di lungo periodo per affrontare disoccupazione e recessione, ma l’esecutivo nega.

Netanyahu, che si è vaccinato per primo in diretta televisiva, sta lavorando intensamente per portare più cittadini possibile a vaccinarsi, anche le minoranze come gli ebrei ortodossi e gli arabi, che in prima battuta erano rimasti lontani dai centri, soprattutto a causa di molte fake news circolate negli ultimi giorni. Resta però irrisolta la gestione della fornitura dei vaccini ai palestinesi della striscia di Gaza e in Cisgiordania. Secondo le norme internazionali, Israele, in quanto paese occupante, sarebbe responsabile della vaccinazione degli abitanti di quei territori, ma per il momento la campagna non li ha ancora raggiunti. Il governo israeliano ha però annunciato di essere pronto a cedere ogni dose in eccesso rispetto al fabbisogno della popolazione israeliana. Prima gli israeliani, insomma.

In realtà, non è chiaro se ci siano stati contatti tra l’Autorità palestinese, che tecnicamente presiede anche a un sistema sanitario autonomo, e il governo israeliano: sembrerebbe infatti che l’Anp abbia iniziato per conto proprio anche trattative con i produttori, tra gli altri anche quelli del vaccino russo. A breve dovrebbero comunque arrivare le spedizioni gestite dall’Oms nel programma Covax, creato per evitare che i paesi meno abbienti siano svantaggiati nell’ottenimento del vaccino.

Le autorità competenti hanno però già annunciato che ci saranno problemi nella conservazione del prodotto, che va mantenuto a temperature molto basse. Intanto, molte organizzazioni umanitarie tra cui Amnesty International si sono mosse per chiedere al governo israeliano di farsi carico anche della vaccinazione dei palestinesi.

 

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