Tra politica, inflazione e fútbol, l’Argentina non sa proprio stare in pace. Tra il primo round di elezioni e il prossimo ballottaggio presidenziale, sabato prossimo al Maracanã di Rio de Janeiro, si gioca la finale di Copa Libertadores tra Boca Juniors e Fluminense. A sua volta, una tappa cruciale in vista delle imminenti elezioni interne al club Xeneize, che insieme al River Plate vanta il numero più alto di tifosi (19 milioni) e soci (315mila) del paese.

La cosa ha una sua insospettabile importanza. Che ci crediate o no, nella patria dei campioni del mondo i club continuano a essere associazioni civili senza fini di lucro. “Appartengono” ai soci e ai tifosi che periodicamente eleggono i loro dirigenti. I quali, naturalmente, fanno campagna elettorale, con tanto di comizi, manifesti e tutte le trame, più o meno misere, proprie di quel farraginoso sistema chiamato democrazia.

Macri e Milei contro Riquelme

In un paese dove gli stadi sono stati spesso termometro delle tensioni sociali, la fauna del fútbol, abituata a scrutare i flirt tra pallone e politica, ha saputo fiutare in anticipo le nubi che avrebbero solcato l’orizzonte nazionale. A chi gli chiese se stesse dialogando con il nemico Mauricio Macri (presidente del Boca dal 1995 al 2007, governatore di Buenos Aires dal 2007 al 2015 e presidente della nazione dal 2015 al 2019), il candidato dell’ultradestra Javier Milei, in tempi non sospetti rispose: «Non dimenticatevi che tra poco ci sono le elezioni al Boca».

Prima venne il racconto della sua fanciullesca passione azuloro, frustrata dall’ascesa dirigenziale del popolare e populista Juan Roman Riquelme, idolo xeneize e attuale vicepresidente del club, nemico di Macri, non a caso appoggiato dal candidato peronista Sergio Massa. Poi, il sostegno di alcune pedine del suo partito, La Libertad Avanza, alla corrente del Boca guidata da Andrés Ibarra, già ministro del governo Macri e suo uomo di fiducia nel gruppo Socma, la holding familiare prosperata in dittatura, che nel 1982, grazie al presidente della Banca centrale Domingo Cavallo, riuscì ad accollare allo stato il debito complessivo delle sue imprese. Infine, l’ultimo messaggio inviato da Milei alla lobby imprenditoriale del pallone è stato che la dollarizzazione prevista da un eventuale piano di governo sarebbe un’occasione unica per promuovere un nuovo paradigma di gestione dei club, mediante le tanto attese inversioni private.

In altre parole: il fatidico sbarco delle Sas, le società anonime sportive, il sogno a lungo inseguito da Macri e il suo entourage. Una battaglia che negli ultimi vent’anni ha provocato forme di resistenza popolare in club come Racing e San Lorenzo, un progetto che la cordata macrista del Boca ha sviluppato con più disinvoltura in Spagna, comprando l’Elche e inondandolo di giocatori provenienti dalla scuderia di Christian Bragarnik, l’artefice del trasferimento di Maradona dal Messico al Gimnasia di La Plata, agente di circa 130 giocatori e 30 tecnici del fútbol argentino. Un portfolio che gli ha permesso di sedersi a diversi tavoli, dalle serie minori alla prima divisione, fino ai corridoi dell’AFA, la Federazione che oggi ribadisce il carattere associativo dei club.

L’epoca dorata

In principio fu Carlos Bianchi. Il dt campione del mondo nel 1994 con il Velez Sarsfield, cacciato da Roma nell’aprile del 1997 senza nemmeno finire la stagione, sarà il padre di quel Boca che, tra 2000 e 2007, vince 4 volte la Copa Libertadores, battendo persino Real Madrid e Milan nelle finali intercontinentali di Tokyo. È l’epoca dorata che permette a Macri di entrare in politica e trasformare il Boca Juniors in un marchio. Tournée planetarie, sponsor, il restyling della Bombonera con i nuovi palchi Vip. Meno barrio e più marketing, l’essenza del Boca Fashion descritto da Martin Caparrós nel suo libro Boquita.

Più fama, più soldi e più sciacalli: mentre il paese implode, i rapimenti express per riscuotere denaro facile colpiscono anche i familiari dei calciatori, come il fratello minore dello stesso Riquelme o il padre dei fratelli Milito. Negli spogliatoi aumentano le richieste di “collaborazione” da parte delle barrabravas e circolano voci sulle percentuali da versare ai dirigenti in caso di cessione all’estero. Le torbide triangolazioni di calciomercato tra Europa e Sudamerica, nel frattempo, sono gestite da un notaio così geniale e ben connesso da diventare, tra 2015 e 2019, direttore dell’Agenzia Federale di Intelligence (AFI), i servizi segreti argentini.

Tra le istantanee più nostalgiche, il biondo platino di Martin Palermo, i passi di cumbia di Carlitos Tevez e il celebre gesto del Topo Gigio fatto da Juan Roman Riquelme al patron Macri, all’epoca dello stallo dei negoziati col Barcellona di Luis Van Gaal. Al rientro dal Villarreal, nel 2007, è lui, insieme a Palermo e Rodrigo Palacio, a regalare al Boca Juniors la sua sesta e ultima Copa Libertadores. Se sabato dovesse arrivare la settima, la candidatura a presidente del club – dicono - sarebbe sicura.

Epilogo

Al Maracanã si incroceranno dunque esperti felini carioca come Felipe Melo e Marcelo, e navigati banditi rioplatensi come Edinson Cavani e Sergio Romero, il portiere ex Samp e Venezia a cui Javier Mascherano rivolse l’indimenticato «oggi ti converti in eroe» prima dei rigori con l’Olanda, nella semifinale mondiale del 2014 all’Arena Corinthians di San Paolo. La stessa città dove un mese fa Chiquito ha ripetuto l’impresa, parando 2 dei 4 tiri calciati dal Palmeiras e indirizzando il Boca verso la dodicesima finale di Libertadores della sua storia. L’ultima, indelebile, rimane quella persa nel 2018 col River Plate al Santiago Bernabéu di Madrid. Il paradosso di un trofeo intitolato ai padri dell’indipendenza iberoamericana, assegnato nella cattedrale dei Conquistadores e di Florentino Perez.

«Organizziamo un G20, figurarsi se non sappiamo gestire un Boca-River» aveva annunciato l’allora ministra della Sicurezza Patricia Bullrich, prima che il pullman del Boca venisse preso a sassate - proprio su Avenida del Libertador - e il caos nei dintorni del Monumental provocasse la sospensione del Superclassico. Lo scorso 22 ottobre, al primo turno delle elezioni presidenziali, Patricia raccoglieva uno scarso 24% dei voti, superata da Sergio Massa (37%) e Javier Milei (30%). Quella stessa sera, sul palco dell’hotel Continental di Buenos Aires, l’ultralibertario Milei abbassava per la prima volta i toni, lasciando presagire la disonorevole alleanza con Bullrich e Macri, puntualmente annunciata pochi giorni dopo. Fuori, all’angolo tra Avenida Cordoba e calle Maipù, i suoi sostenitori ballavano al ritmo dei bombos, i grossi tamburi da parata che da queste parti si sentono anche negli stadi. A guardarli bene, in effetti, erano proprio i bombos con gli stemmi e i colori della barra del Boca Juniors. Alle volte, quello che chiamiamo caso è il nostro ignorare la complessa macchina della causalità, diceva Borges. O forse era Carlos Bianchi?

© Riproduzione riservata