L’elezione ormai probabile di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti pone le basi per un deciso cambio di rotta negli orientamenti di politica internazionale della superpotenza americana. Se si guarda all’Africa, però, il capovolgimento sarà verosimilmente ben più contenuto.

Dall’inizio del nuovo millennio, infatti, le politiche africane degli Stati Uniti hanno mostrato elementi di continuità. Da George W. Bush – che avviò un inatteso ampliamento dell’impegno americano incarnato anzitutto in interventi di lotta al terrorismo, diversificazione degli approvvigionamenti energetici e forte aumento degli aiuti allo sviluppo – fino a Barack Obama – complessivamente meno attivo di quanto ci si attendesse – le priorità di Washington nel continente africano hanno fatto registrare variazioni spesso limitate ai toni e allo stile impiegati.

Nei quattro anni di amministrazione Trump il segno di questa continuità è parso vacillare, coerentemente con un approccio America first declinato in termini di minore interventismo in politica estera, ma i risvolti concreti sono stati piuttosto contenuti.

Shithole countries

L’Africa non ha rappresentato una priorità per Washington, e la definizione di “shithole countries” con cui Trump avrebbe designato gli stati africani nel 2018 ne ha dato eloquente dimostrazione.

La stessa scelta del leader americano di escludere l’Africa dalle destinazioni delle visite istituzionali – il primo presidente a non posar piede sul continente dai tempi di Ronald Reagan – è stato un chiaro segnale.

Poche anche le delegazioni africane ricevute alla Casa Bianca. Il compito di compensare il disinteresse del Presidente per i dossier africani è stato lasciato soprattutto al Sottosegretario di Stato per gli affari africani, Tibor Nagy, tardivamente nominato solo nel luglio del 2018.

La principale chiave retorica della politica dell’amministrazione Trump in Africa ha rinviato alla necessità di controbilanciare la presenza cinese e il crescente attivismo russo, nel quadro di una competizione tra potenze globali nella quale gli stati africani sarebbero poco più che attori passivi.

Questo approccio geostrategico è esplicitato nella Nuova Strategia per l’Africa presentata a fine 2018. Tra le priorità enumerate dall’allora consigliere per la sicurezza nazionale, il falco John Bolton, il consolidamento dei legami commerciali con l’Africa in funzione della necessità di “salvaguardare l’indipendenza economica degli stati africani” e proteggere la sicurezza nazionale americana.

«Le grandi potenze globali, Cina e Russia – dichiarava Bolton in un discorso alla Heritage Foundation – stanno rapidamente espandendo la loro influenza finanziaria e politica in Africa. Le loro pratiche predatorie […] inibiscono le opportunità di investimento statunitensi; interferiscono con le operazioni militari degli Stati Uniti pongono una minaccia significativa ai nostri interessi di sicurezza nazionale».

Con il Medio Oriente in testa

Alcune specifiche posizioni di Trump rispetto ai paesi africani sono invece direttamente legate al sistema di alleanze mediorientale degli Stati  Uniti. È da leggersi in quest’ottica, ad esempio, la recente decisione di rimuovere il Sudan dalla lista di stati sponsor del terrorismo.

Al nuovo regime civile-militare di transizione, istituito in seguito alla caduta di Omar al-Bashir, è stato chiesto, in cambio, un indennizzo per le vittime degli attacchi terroristici alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam nel 1998 – di cui Khartoum era considerata politicamente responsabile, avendo ospitato sul proprio territorio al-Qa’ida e Bin Laden negli anni ’90 – e, soprattutto, la normalizzazione delle relazioni con Israele.

Il coinvolgimento diretto di Washington nei negoziati tra Etiopia, Sudan ed Egitto per lo sfruttamento delle acque del Nilo ha visto il governo statunitense assumere un ruolo percepito dall’Etiopia come non imparziale, favorevole al Cairo. La recente presa di posizione di Trump, che ha paventato la possibilità che l’Egitto intervenisse militarmente per distruggere la nuova Grande diga del rinascimento etiope (GERD), è suonato come la conferma di una politica estera mirata a sfruttare le crisi nella regione in una direzione funzionale agli obiettivi strategici americani.

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Arginare Russia e Cina

Sul fronte della politica commerciale, a fronte di un relativo declino nei rapporti economici con gli stati africani, il varo del programma Prosper Africa riporta di nuovo, almeno in parte, al desiderio di contrastare la narrazione sino-russa e stimolare scambi e investimenti supportando le imprese americane.

L’iniziativa si inserisce su una linea di continuità rispetto all’African Growth and Opportunity Act (AGOA) del 2000 – mantenuto in vita da Trump, nonostante proclami ostili a trattati commerciali ritenuti svantaggiosi per l’America e la predilezione per accordi bilaterali – che consente alle merci africane di accedere al mercato statunitense libere da dazi.

Gli Stati Uniti, di contro, continuano ad avere una indubbia centralità sul fronte degli aiuti allo sviluppo e restano il primo donatore in Africa nonostante le proposte di tagli al piano di aiuti esteri, chiesti dal presidente e respinti dal Congresso.

È nel campo della sicurezza che sono emersi segnali di una potenziale discontinuità. Il segretario alla Difesa, Mark Esper, ha annunciato la volontà di ridurre considerevolmente la presenza militare in Sahel – dove gli americani contribuiscono alla lotta agli insorti jihadisti con un supporto logistico alle forze francesi, in termini di intelligence, rifornimenti aerei, trasporto strategico – e in Somalia.

L’intento sarebbe quello di concentrare sforzi militari e risorse economiche in aree del mondo considerate strategicamente più rilevanti per controbilanciare l’influenza crescente di Pechino e Mosca.

In concreto, tuttavia, le resistenze del Pentagono e del Congresso hanno ostacolato i programmi di riorganizzazione della presenza militare in Africa. L’Africa Command (AFRICOM) è stato ridimensionato solo in minima parte.

I circa 6.000 militari attualmente dispiegati nel continente attraverso una rete di basi permanenti e temporanee – l’ossatura della light footprint statunitense – sono in linea con i numeri degli anni dell’Amministrazione Obama.

Tutti d’accordo

La continuità di fondo della politica africana di Washington è in gran parte dovuta al consenso parlamentare bipartisan che ne fa materia in larga misura estranea allo scontro partitico, e si è tradotta nella conferma delle principali iniziative politiche, sociali ed economiche già in vigore.

Questa stessa tendenza suggerisce che nei prossimi quattro anni di presidenza Biden potrebbe cambiare relativamente poco. A vantaggio del continente, però, dovrebbero rivelarsi il ritorno ad un approccio multilaterale per le questioni globali – dal clima alla salute, dal commercio al peacekeeping, dall’empowerment di donne e giovani alla cooperazione con gli organismi regionali –, l’adozione di uno stile presidenziale più convenzionale e un dialogo più diretto per ripristinare relazioni più solide con i partner africani.

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