L’idea di collocare nel Giardino di Boboli un proiettile d’artiglieria nacque nel contesto dei colloqui tra Gioè e Bellini e fu eseguita da un personaggio (Santo Mazzei) che, nella seconda metà del 1992, fu vicino ai referenti immediati di Gioè
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente
Strettamente collegato all’argomento trattato nel paragrafo precedente è quello relativo alla collocazione nel Giardino di Boboli di un proiettile di artiglieria ad opera di alcuni malavitosi catanesi.
Si può parlare di collegamento perché l’idea di quest’azione criminosa nacque nel contesto dei colloqui tra Gioè e Bellini e fu eseguita da un personaggio (Santo Mazzei) che, nella seconda metà del 1992, fu vicino ai referenti immediati di Gioè (vale a dire, Brusca e Bagarella) e a quelli mediati (Riina). Essa rappresentò, quindi, il preludio in tono minore della campagna stragista.
Di quest’azione hanno parlato uno dei diretti esecutori (Gullotta Antonino), nonché Brusca e La Barbera (questi ultimi due in contraddizione tra loro sulla natura dell’azione illecita posta in essere). Vari altri (Pulvirenti, Patti, Sinacori, Avola, Malvagna) hanno illustrato la posizione di Mazzei nel contesto della malavita siciliana.
Le dichiarazioni dei soggetti informati
Gullotta Antonino (Nel gruppo dei «Cursoti» di Catania dal 1990 – Arrestato a maggio del 1993 – Collaborante da novembre del 1994). Il Gullotta ha dichiarato di aver fatto parte del gruppo malavitoso dei «Cursoti» (da «corso») di Catania dal novembre del 1990 e fino alla data del suo arresto, avvenuto nel mese di maggio del 1993. Capo di questo gruppo fu, dal novembre del 1991, Santo Mazzei, arrestato il 10-11-92. Faceva parte del gruppo anche tale Cannavò Roberto.
Ha aggiunto che il suo gruppo operava prevalentemente a Catania, ma aveva interessi anche nel Nord-Italia, soprattutto a Torino, dove commisero anche dei delitti. Lui e Cannavò erano «vicini» al capo, da cui erano benvoluti.
Ha detto che Santo Mazzei aveva frequentazioni e rapporti molto stretti con la criminalità organizzata di Mazara del Vallo, dove aveva, come referenti diretti, tali Salvatore Facella e Giovanni Bastone.
Una parte di queste frequentazioni gli sono note per ciò che gli raccontò Cannavò Roberto, suo compare. Questi, infatti, si recava spesso nel mazarese per tenere i contatti con i personaggi locali, mandato da Santo Mazzei.
Dopo l’arresto di quest’ultimo ci andò anche di persona e incontrò le persone suddette.
Sempre il Cannavò gli raccontò, una volta, di aver accompagnato Santo Mazzei a Mazara del Vallo, dove questi aveva partecipato ad una riunione di alto livello, per il numero e la qualità dei personaggi presenti. Egli stesso riconobbe poi tra i partecipanti, vedendolo in televisione, Leoluca Bagarella.
Questa riunione avvenne poco tempo prima dell’episodio di cui passa a parlare.
Ha narrato di essersi recato, tra settembre e ottobre del 1992, a Milano, con la sua Seat Ibiza, insieme a Mazzei e Cannavò. Poiché non si potevano muovere agevolmente con la sua auto, che era targata Catania, acquistarono, per la cifra di otto milioni, una Opel Kadett S.W. targata Milano, che si intestò il Cannavò. A Milano li raggiunse Salvatore Facella e da qui andarono a Torino, dove incontrarono Giovanni Bastone, che abitava in questa città.
Il Bastone era «sorvegliato» a Torino (nel senso che a Torino era sottoposto alla misura di sicurezza della sorveglianza speciale).
A Torino il Mazzei chiese a Bastone di procurargli dei candelotti di dinamite. Bastone girò l’incarico a Facella.
Dopo un paio di giorni Facella disse di aver trovato non della dinamite, ma una «bomba». Mazzei rispose che andava bene lo stesso, perché l’ordigno serviva solo per un’azione dimostrativa («Il Mazzei rispose che era buona anche perché non è che doveva essere fatta esplodere ma dare un atto dimostrativo alle Forze dell'Ordine per la repressione che c'era contro diciamo i gruppi malavitosi, la mafia diciamo»).
L’ordigno era contenuto in una busta nera di plastica, come quelle della spazzatura.
Avuta la «bomba» si avviarono verso Firenze. Partirono verso mezzogiorno. Lui e Cannavò viaggiarono con la Opel Kadett; Mazzei e Facella con la Fiat Tempra S.W. di quest’ultimo.
Durante il tragitto dettero un’occhiata all’ordigno e notarono che «aveva la forma di un razzo»; era lunga 12-14 cm ed aveva il diametro di 8-10 cm. Era di colore «bronzo, un po’ più chiaro».
Giunsero ad uno dei caselli autostradali di Firenze verso le 16,30-17,00 e da qui si recarono a Palazzo Pitti, che raggiunsero in un quarto d’ora circa. Furono Mazzei e Facella a «fare strada» dal casello al Palazzo.
Giunti a Palazzo Pitti parcheggiarono nella strada antistante. Cannavò nascose l’ordigno sotto il giubbotto ed entrò «in questo museo». Tornò dopo circa 20 minuti dicendo di aver dovuto pagare un biglietto d’entrata e di aver collocato l’ordigno dietro una statua. Disse anche d’essersi dovuto affrettare, perché il museo stava chiudendo.
Quindi, ripresero la strada per Torino. Dopo un centinaio di chilometri Mazzei si fermò in un autogrill e fece una telefonata «all’Ansa, o comunque a una testata giornalistica», per rivendicare l’attentato. Il Mazzei parlò, però, concitatamente, tant’è che essi stessi, che erano vicini, non compresero nulla.
Prima della partenza da Torino, Mazzei aveva lasciato intendere che la telefonata di rivendicazione avrebbero dovuto farla loro (lui o Cannavò). Poi cambiò idea.
Il giorno dopo acquistarono dei giornali per capire se era stata recepita la telefonata di Mazzei, ma non trovarono nulla. Qualche mese dopo questo episodio Mazzei fu arrestato.
Circa lo scopo dell’azione posta in essere a Palazzo Pitti ha dichiarato, in sede di controesame di una parte civile: « Il motivo era perché ci furono le stragi di Borsellino e Falcone, e nel momento in cui ci furono queste stragi, nella città di Palermo, nelle zone di Palermo, ci fu una repressione delle Forze dell'Ordine talmente forte che, in poche parole, ci mancò il respiro, diciamo, ai gruppi criminali». L’atto intimidatorio fu compiuto affinché le forze dell’ordine «si calmassero» e per destare paura nella popolazione.
Brusca Giovanni. Anche il Brusca ha parlato dell’episodio posto in essere da Mazzei a Firenze.
Ha dichiarato di aver conosciuto Santo Mazzei verso il mese di marzo del 1992 ad Altofonte, in casa di Di Matteo Mario Santo, dove il Mazzei si incontrò con Bagarella. Erano presenti anche Mariano Agate e un certo Facella. Il Facella, ha spiegato Brusca, era «uomo d’onore» della famiglia di Lercara e svolgeva una attività lavorativa nel Piemonte («forse a Torino o nelle vicinanze»). Era in contatto con uomini d’onore del trapanese, tra cui Giovanni Bastone.
All’epoca di questo incontro Mazzei non era ancora «combinato». Era in contrasto con la famiglia catanese dei Santapaola, con la quale aveva avuto, in passato, motivi di frizione.
Il Mazzei, però, ha aggiunto Brusca, interessava al gruppo dei corleonesi, di cui egli faceva parte (Riina, Bagarella, Brusca, ecc.). Per questo decisero di «metterlo in famiglia nei catanesi».
A questo fine si recarono a Catania, nell’estate del 1992, lui, Bagarella e Gioè, dove incontrarono Nitto Santapaola, Salvatore Santapaola, Enzo Aiello, Eugenio Galea, Aldo Ercolano (tutti esponenti di punta della mafia catanese), con i quali perorarono la causa della sua «combinazione».
La loro richiesta fu accettata e Mazzei «fu messo in famiglia». Ciò avvenne, ha detto Brusca, circa una settimana dopo la strage di via D’Amelio.
Dopo la formale affiliazione Mazzei divenne «stretto» ai mafiosi del palermitano (e, più in generale, della Sicilia occidentale). Fu anche presentato a Riina, col quale partecipò, insieme ad un’altra quindicina di uomini d’onore, a una «mangiata» a Mazara del Vallo, nell’estate del 1992.
Con lui presero a discorrere dei problemi del momento, tra cui il 41/bis e la reazione statale alle stragi del 1992. Siccome erano in corso, in quel periodo, i contatti con Bellini e avevano ben presente i discorsi fatti con costui, pensarono a qualche iniziativa «eclatante» per «ammorbidire un pochettino» lo Stato. Parlarono infatti concretamente «di andare a piazzare una bomba a mano agli Uffizi di Firenze». Per questo, sapendo che Mazzei aveva rapporti «al Nord» e doveva «salire», gli chiesero questa «cortesia».
Questa iniziativa, ha precisato, nacque nel corso dei discorsi che si svolsero a Santa Flavia, a casa di Gaetano Sangiorgi, tra lui, Bagarella, Gioè, Mazzei e, qualche volta, La Barbera.
Egli allora mandò La Barbera Gioacchino e Gioè Antonino a ritirare una «bomba a mano» che aveva disponibile ad Altofonte. I due, però, rientrarono senza averla trovata, per cui rimandarono l’attuazione del progetto «a nuovo evento».
Senonché, ha aggiunto, il Mazzei, trovandosi al Nord, recuperò, di sua iniziativa, un proiettile di artiglieria e lo collocò nel Giardino di Boboli. Poi fece ritorno a Palermo e l’indomani, verso le 12,30, si ritrovarono tutti a Santa Flavia, a casa del dr. Sangiorgi, «con appuntamento già prestabilito», dove suggerì di accendere il televisore per ascoltare i commenti sull’accaduto.
Constatarono, però, che i mezzi di informazione non parlarono di questo fatto. Essi pensarono che avessero volutamente celato la notizia per non creare allarme.
Mazzei disse di aver collocato l’ordigno a Firenze insieme a Salvatore Facella e ad un altro «ragazzo». Questo fatto avvenne poco prima dell’omicidio di Ignazio Salvo.
Ha precisato che, secondo le sue conoscenze, l’ordigno maneggiato dal Mazzei era costituito da una bomba a mano ed era stato collocato agli Uffizi. Solo nel corso degli interrogatori apprese, su contestazione del PM, che si trattava di un proiettile di artiglieria e che era stato collocato nel Giardino di Boboli.
Ha giustificato le sue errate conoscenze col fatto che in presenza di Mazzei s’era parlato di bomba a mano e degli Uffizi. Il mutamento di mezzi e di obiettivo era stato opera del solo Mazzei, a loro non comunicata.
Rispondendo quindi ad una contestazione del PM (il Brusca aveva dichiarato, in tutti gli interrogatori istruttori, che a Mazzei fu dato incarico di agire a Firenze, in un edificio importante e significativo, ma non aveva mai fatto il nome degli Uffizi), dice: «In quanto io ho detto Uffizi in particolar modo, o una cosa importante, per me è la stessa cosa. Cioè dire Uffizi o un punto specifico, cioè un fatto importante, era come se io, dicendo gli Uffizi, per me era un luogo molto importante. Cioè nella sostanza per me sta... per me, con la mia mente, ha sempre un valore, dire una cosa importante, cioè un punto importante, che dire gli Uffizi. Che, ripeto, io non conoscevo Firenze sotto questo punto di vista».
E rispondendo alla contestazione del difensore di uno degli imputati (nei primi interrogatori istruttori aveva sempre asserito che l’iniziativa di collocare l’ordigno a Boboli fu di Mazzei; poi, solo a partire dall’interrogatorio del 19-6-97 ammise di aver dato l’ordine lui), ha detto che, in realtà, le modalità concrete dell’operazione furono scelte da Mazzei; l’imput era stato suo e di Bagarella (nella maniera sopra detta).
Ha aggiunto che, quando parlarono di collocare l’ordigno a Firenze, parlarono di effettuare una telefonata rivendicativa all’ANSA. In questa telefonata dovevano essere citati i detenuti di Pianosa e dell’Asinara. Infatti, l’azione doveva servire a lanciare un messaggio allo Stato sul 41/bis, per creare allarmismo e far si che si aprisse un canale di comunicazione tramite Bellini.
All’epoca, infatti, ha precisato, era ancora aperta la trattativa con quest’ultimo, nella prospettiva di benefici per i detenuti. Ha detto che dell’iniziativa non informò Riina. Non sa se lo fece Bagarella.
La Barbera Gioacchino (Entrato in cosa nostra nel 1981 nella «famiglia» di Altofonte – Arrestato il 23-3-93 – Collaborante dal mese di novembre 1993).
Ha detto di aver conosciuto Santo Mazzei nell’estate del 1992, in una villa di Mazara del Vallo, in cui fu concertata l’eliminazione di una persona a lui sconosciuta. A questa riunione erano presenti anche Riina, Bagarella, Brusca, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori e altre persone.
Il Mazzei era in compagnia di Salvatore Facella ed «altri personaggi residenti a Torino». A quell’epoca il Mazzei non era stato ancora «combinato». Era un semplice amico personale di Leoluca Bagarella, con cui era stato a lungo in carcere. Seppe poi da Gioè che Mazzei era stato messo nella famiglia di Catania su sollecitazione di Brusca e Bagarella. La «combinazione» avvenne, però, a Mazara del Vallo, dopo varie sollecitazioni dei palermitani.
Alla combinazione furono presenti, tra gli altri, Gioè e due-tre persone di Catania. Egli non fu presente. Sa solo quello che gli fu riferito da Gioè.
Successivamente, il Mazzei gli fu anche ritualmente presentato.
Ha detto che molto vicini a Santo Mazzei erano Salvatore Facella, originario di Lercara Friddi, ma che viveva nella zona di Torino, nonché Giovanni Bastone, mafioso di Mazara del Vallo che si era trasferito al Nord. Ha parlato, quindi, di un incontro avvenuto con Santo Mazzei in una casa di campagna tra Altofonte e Piana degli Albanesi dopo il 20-10-92.
A questo incontro parteciparono lui (La Barbera), Gioè, Brusca e Bagarella.
Nel corso di questo incontro il Mazzei parlò di un attentato da lui fatto ad un museo «nella zona di Firenze». Fece capire di aver versato del liquido infiammabile attraverso una finestra e che il liquido aveva preso fuoco. Non sapeva dire, però, quali danni aveva provocato, perché era scappato subito dopo il fatto. Non specificò se l’attentato era stato da lui compiuto personalmente, o a mezzo di altre persone. Lo raccontò come un fatto avvenuto alcuni giorni prima del 20 ottobre 1992 (15-20 giorni prima). Mazzei non si spiegava perché i mezzi di informazione non avevano divulgato la notizia. Espresse il convincemento che avevano voluto coprire l’accaduto.
Fece anche capire di poter agire tranquillamente al Nord, perché qui aveva molte persone intorno.
Santo Mazzei, a quanto egli capì, non si mosse di sua iniziativa, ma perché comandato: «Si, il Santo Mazzei aveva avuto un incarico ben preciso. Ben preciso perché, a quell'epoca, si stava sviluppando - almeno io, dai discorsi che assistevo - una cosa ben precisa: di colpire dei beni dello Stato.
E si sono fatti tanti discorsi. Per cui Santo Mazzei in particolare se ha versato della benzina per fare danni a un museo, gli era stato detto da Leoluca Bagarella e da Giovanni Brusca. Era una strategia ben precisa. È da escludere, in maniera assoluta, ha precisato, che il Mazzei avesse potuto prendere, di testa sua, una iniziativa del genere. Ha detto di non aver mai sentito parlare di bombe lasciate o collocate in qualche museo di Firenze, né da Mazzei né da altri.
Sinacori Vincenzo (Entrato in «cosa nostra» nel dicembre del 1981 nella famiglia Mazara del Vallo – Arrestato nel luglio del 1996). Il Sinacori ha dichiarato di non sapere nulla del proiettile di artiglieria collocato a Boboli. Ha dato, però, molte utili informazioni relative a Santo Mazzei, il protagonista della vicenda, che conviene riportare.
Ha detto di aver conosciuto Santo Mazzei in occasione di un duplice omicidio commesso a Rimini in danno di un certo D’Agati e di un’altra persona, agli inizi degli anni ’90.
Quest’azione criminale fu posta in essere da lui (Sinacori), Santo Mazzei, Antonio Patti, Salvatore Facella e Matteo Mazzei (fratello di Santo). In vista di quest’azione delittuosa Santo Mazzei si era recato a Mazara del Vallo per parlare con Bagarella e Mariano Agate. Glielo fece conoscere Salvatore Facella. Santo Mazzei, ha aggiunto, è un catanese che è stato lungamente detenuto insieme a Leoluca Bagarella. Fu detenuto anche insieme a Giovanni Bastone, «uomo d’onore» di Mazara del Vallo, che era stato per vario tempo a Torino.
Furono proprio questi due (Bagarella e Bastone) a portare il Mazzei in «cosa nostra», perché, altrimenti, non avrebbe mai potuto mettervi piede.
Infatti, egli aveva avuto delle «guerre» con la famiglia di Santapaola, in passato. Inoltre, un suo nipote era stato uno dei primi a collaborare, ai tempi in cui Alto Commissario era Siclari o Imposimato, una volta arrestato (questo fatto gli fu riferito da Giovanni Bastone). Per questi motivi le vie dell’affiliazione in cosa nostra gli sarebbero state sicuramente precluse, se Bagarella non avesse garantito per lui («Però,siccome Leoluca Bagarella era il suo garante, nel senso che diceva che Santo Mazzei era un cavallo da fare paura e ci serviva, allora è stato combinato»).
Mazzei era soprannominato «carcagnuso», «forse perché è piccolo». Fu «combinato» nella famiglia di Catania nell’estate del 1992 (Sarà stato fine giugno-luglio).
Per combinarlo andarono a Catania, per parlare con Santapaola, sia Brusca che Bagarella. Infatti, fu combinato alla presenza di questi ultimi due.
Una volta combinato fu messo a disposizione di Bagarella. Gli fu affiancato Salvatore Facella, che era già uomo d’onore della famiglia dell’Arcarafritta ed era stato combinato personalmente da Riina. Circa due mesi dopo la combinazione, Mazzei fu presentato a Riina.
Ciò avvenne in un incontro tra i due che si svolse a Mazara del Vallo, in contrada Ferle, a cui parteciparono lui (Sinacori), Bagarella, Giovanni Bastone, Salvatore Facella e, probabilmente, Messina Francesco («Mastro Ciccio»). In questa occasione Riina regalò a Mazzei 70 milioni.Dopo l’inserimento in famiglia di Mazzei ci fu, a Marsala, nel 1992, una guerra di mafia, a cui Mazzei collaborò.
Infatti, uccise a Torino, dove «si muoveva bene», un certo Scimemi, originario di Marsala, su incarico «nostro». Ha poi precisato che Mazzei agì senz’altro su disposizione di Riina.
Ha detto, infine, che Mazzei partecipò ad un incontro a Mazara del Vallo con Gioè, lui (Sinacori), Brusca, Bagarella e (forse) Gioacchino La Barbera, verso agosto del 1992, nel corso del quale Gioè manifestò l’idea di attentare alla Torre di Pisa. Questo incontro avvenne, ha precisato, circa una settimana prima che Mazzei venisse presentato a Riina.
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