È innegabile che persistono, sulla figura e sull’operato del generale Subranni, pesanti ombre che ne appannano l’immagine di ufficiale integerrimo e fedele servitore dello Stato, sempre determinato a portare avanti con il massimo impegno la lotta alla mafia
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa nuova serie sarà dedicata alla sentenza d’appello sulla “Trattativa”.
Detto questo è innegabile che persistono, sulla figura e sull’operato del generale Subranni, pesanti ombre che ne appannano l’immagine di ufficiale integerrimo e fedele servitore dello Stato, sempre determinato a portare avanti con il massimo impegno la lotta alla mafia, nell’ambito delle sue competenze.
Così pesa come un macigno, è inutile girarci intorno, la terribile rivelazione fatta da dott. Borsellino alla moglie appena quattro giorni prima di esse ucciso, quando le disse di avere saputo — o capito — che il generale Subranni era punciutu. Anche se tale rivelazione, pur sempre de relato, da sola non poteva bastare a determinare, né giustificherebbe, un epilogo diverso da quello sancito con il decreto di archiviazione del procedimento che ne scaturì a carico dello stesso Subranni per il reato di associazione mafiosa, poiché, nonostante le approfondite indagine espletate, non fu possibile allora come non appare neppure oggi possibile risalire alla fonte di quella notizia -se davvero si trattò di una notizia appresa da qualcuno — o alle ragioni per cui il dott. Borsellino avesse maturato il convincimento sintetizzato in quell’icastica asserzione.
Né si è riusciti a trovare alcun significativo riscontro alla fondatezza di quella rivelazione, dal momento che né i nuovi pentiti che il dott. Borsellino aveva iniziato in quei giorni di luglio del ‘92 a interrogare, ma neppure tutti gli altri ex affiliati a Cosa nostra che negli anni successivi sono andati ad ingrossare le fila dei collaboratori di giustizia, compresi “pentiti” di innegabile spessore, come Giovanni Brusca o Antonino Giuffrè, hanno saputo riferire alcunché circa eventuali collusioni mafiose del Subranni.
E non può certo conferirsi dignità di riscontro alle velenose insinuazioni del Di Carlo sui rapporti del generale Subranni con i cugini Salvo e con l’on. Lima, che ne avrebbero favorito avanzamenti di carriera insolitamente rapidi (insinuazione smentita peraltro dallo stato di servizio versato in atti); o alle più che tardive propalazioni dello stesso Di Carlo sul ruolo che l’allora maggiore Subranni avrebbe avuto nel depistare, sempre su sollecitazione di Nino Salvo, le prime indagini sull’omicidio di Peppino Impastato, nel senso di essersi adoperato per una fulminea chiusura delle indagini che, escludendo la pista mafiosa, allontanasse ogni sospetto sulla possibile matrice mafiosa del tragico evento e dirottasse le indagini dalla locale cosca mafiosa che faceva capo a Gaetano Badalamenti.
Peccato che Di Carlo abbia indicato come proprie uniche fonti di conoscenza di quella devastante “verità” due soggetti morti da anni (come Nino Badalamenti, ucciso nel 1981, e Nino Salvo, morto per cause naturali nel 1986), e quindi impossibilitati a smentirlo; e che ne abbia parlato per la prima volta nel 2012, circa sedici anni dopo che aveva iniziato a collaborare con la Giustizia; e soprattutto che non avesse fatto il minimo cenno al ruolo attribuito (dalle sue fonti) al Subranni nei due procedimenti aventi specificamente ad oggetto quel delitto, il primo definito dalla Corte d’Assise di Palermo con il rito abbreviato a carico di Palazzolo Vito, esponente di spicco della cosca mafiosa di Cinisi (...); ed il secondo celebrato da altra sezione della stessa Corte d’Assise con il rito ordinario a carico del capo riconosciuto di quella cosca, Gaetano Badalamenti (...), pur essendo stato sentito nel processo celebrato con rito ordinario e nella fase delle indagini che avevano preceduto quello definito in abbreviato.
Tanto meno possono assurgere a dignità di riscontro le insinuazioni fatte sul conto del Subranni dall’allora maresciallo Canale, e raccolte dalla dott.ssa Camassa, la quale, nel confermare che Paolo Borsellino nutriva un rapporto di stima e affetto per i Carabinieri ed aveva rapporti di amicizia con molti ufficiali dell’Arma, rammenta altresì che lo stesso Canale, che all’epoca era uno dei più stretti collaboratori del dott. Borsellino, le aveva confidato, in occasione della cerimonia di commiato tenutasi alla procura di Marsala (il 4 luglio del ‘92) la sua preoccupazione per il fatto che egli si fidasse troppo del generale Subranni o del Col. Mori, che invece erano a suo dire personaggi “pericolosi”, senza specificare altro.
Ma la stessa dott.ssa Camassa ha precisato di non poter escludere che il Canale — il quale dal canto suo ha recisamente smentito la confidenza che la dott.ssa Camassa gli attribuisce: ma sono comprensibile le sue remore ad ammetterla, considerato che militava ancora nell’Arma quando è stato sentito sul punto - non le abbia fatto espressamente quei nomi e si sia limitato a fare riferimento ai vertici del Ros, sicché può essere stata lei a dedurne che potesse trattarsi di Mori e Subranni.
In ogni caso si tratta di asserzioni rimaste generiche e apodittiche, che potevano anche essere frutto di invidie o gelosie professionali, tant’è che lo stesso Canale o non ne fece mai cenno al dott. Borsellino, o, se lo fece, le sue preoccupazioni dovevano essere talmente disancorate da elementi specifici che il valoroso magistrato non ritenne di darvi alcun seguito.
Ma tornando alla rivelazione che la signora Agnese Piraino Leto attribuisce al marito, si può convenire, dando massimo risalto al contesto in cui quella frase fu pronunciata e al suo carattere anche di sfogo emotivo, su una lettura che ne stemperi il significato letterale, interpretandola nel senso che la notizia che tanto aveva turbato il dott. Borsellino era che il Subranni avesse avuto rapporti o tenuto comportamenti che ne implicavano una sostanziale collusione con l’organizzazione mafiosa.
E l’espressione “punciutu” non alludeva all’essere il Subranni formalmente affiliato a Cosa nostra con il classico rito del “santino” che brucia tra le mani del nuovo adepto, ma era solo un modo per enfatizzare il concetto che egli aveva inteso esprimere nel confidare alla moglie quel terribile segreto, quasi a voler trarre un minimo sollievo dal condividere con lei il turbamento che ne aveva ricavato sia nel venirne a conoscenza (tanto da avere provato conati di vomito), sia nel farne cenno alla moglie.
Ma era comunque una notizia così impressionante ed esplosiva, che, contrariamente a quanto eccepito dalla difesa del Subranni, e dallo stesso imputato nelle citate dichiarazioni spontanee, è del tutto plausibile che non si sia sentito di fame il minimo cenno con nessuno con i colleghi con i quali si vide ed ebbe contatti in quegli stessi giorni per ragioni di lavoro. Non era una notizia da poter commentare o comunicare con nessuno, al di là del fugace sfogo avuto con la moglie e compagna di una vita in un momento di particolare scoramento; e tanto meno poteva correre il rischio che una notizia simile. appresa pochi giorni prima, trapelasse in ufficio e dall’ufficio prima di avere fatto le necessarie verifiche e i doverosi riscontri.
D’altra parte, nessuno dubita della genuinità della testimonianza della vedova Borsellino, che peraltro nessuna ragione avrebbe avuto per calunniare, a distanza di tanti anni dalla morte di suo marito, il generale Subranni. E della sua sincerità sembrano essere convinti persino i suoi due coimputati, Mori e De Donno, per come si espressero (più il secondo che il primo, limitandosi Mori ad assentire con monosillabi alle esuberanti considerazioni del De Donnpo) nel corso della conversazione telefonica intercettata l'8 marzo 2012 e vertente proprio sulla testimonianza della signora Leto, come puntualmente annotato alle pagg. 1257 e 1258 della sentenza impugnata (che richiama anche la successiva conversazione intercorsa tra lo stesso De Donno e tale Raf, non meglio identificato: «perché poteva raccontare pure che cazzo voleva a dire la verità secondo me quindi, secondo me, forse la signora dice la verità io poi non la conosco la Signora Agnese, perché... perché dovrebbe inventarsi sta cazzata su Subranni... per cui presumo pure che probabilmente Borsellino l’abbia pure fatta sta battuta con la signora però bisogna vedere che cazzo intendeva lui, cioè chi glielo ha detto...»).
L’affidabilità poi del ricordo (fatta salva la remota possibilità che a distanza di tanti anni o anche in tempi più prossimi al colloquio del 15 luglio, la signora Agnese possa essere incorsa in un lapsus con conseguente scambio di persona sul nominativo dell’alto ufficiale del quale il dott. Borsellino avrebbe scoperto che era punciutu) anche con riferimento alle circostanze in cui aveva ricevuto dal marito la tremenda rivelazione, è puntellata dalla testimonianza di Diego Cavallaro, magistrato e amico di famiglia dei Borsellino, che continuò anche dopo la morte di Paolo, a intrattenere rapporti di amicizia e frequentazione con i congiunti del collega ucciso.
Questi, in occasione di una visita a casa Borsellino, che ha collocato temporalmente tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004, e in un momento in cui si trovò a conversare in un clima di assoluta confidenza a quattro occhi con la signora Leto, ne ricevette la stessa rivelazione di cui la signora Agnese avrebbe riferito all’a.g., per la prima volta, soltanto 5 o 6 anni dopo.
Per il resto, tutte le obbiezioni mosse dal Subranni nella sua appassionata autodifesa - e dai suoi difensori nel proposto gravame - si infrangono contro le persuasive argomentazioni spese dal giudice di prime cure nel motivare il giudizio di attendibilità della testimonianza della vedova Borsellino: argomentazioni che questa Corte ritiene di dover sottoscrivere integralmente e per le quali si rimanda alle pagg. 1254- 1257 della sentenza in atti.
Valga solo ribadire che la signor Leto ha offerto una spiegazione plausibile del ritardo con cui ha riferito all’A.G. quell’episodio, così svelando un segreto che aveva custodito per anni, senza fame parola con nessuno, nonostante I’ inesausta passione con cui aveva sempre onorato la memoria del marito, anche attraverso il suo personale impegno a dare il proprio contributo all’accertamento dei fatti nei tanti processi in cui era stata chiamata a deporre e prima ancora, o contestualmente, nelle indagini mai conclusesi per individuare i responsabili della strage di via D’Amelio, inclusi eventuali mandanti occulti.
Ha spiegato in sostanza la vedova Borsellino che temeva di danneggiare l’immagine dell’Arma intera, se avesse reso pubblica quella sconcertante confidenza. E, avendo mutuato da suo marito un rapporto di stima e ammirazione nei confronti dei Carabinieri, che in lui non era venuto meno neppure dopo l’orribile scoperta fatta nei suoi ultimi giorni di vita, aveva sempre ritenuto che essa fosse circoscritta alla persona del Subranni; e tale doveva rimanere, se non voleva fare torto all’Arma e a suo marito.
Non v’era quindi motivo di estendere un inevitabile giudizio di riprovazione nei riguardi dell’ufficiale infedele ai tanti altri ufficiali dell’Arma con cui suo marito aveva lavorato, nutrendo per loro una stima incondizionata, ed essendo legato, ad alcuni di loro, anche da rapporti di amicizia. Come non v’era ragione di che la signora Piraino Leto provasse imbarazzo nell’incontrare alti ufficiali dell’Arma (ma non il generale Subranni tra loro), come pure è provato che sia avvenuto in più occasioni (come la cena annotata dal generale Mori alla data del 16 febbraio 1993; o gli incontri con il comandante generale dell’Arma, Federici, che sono avvenuti il 13 maggio 1993 e il 28 gennaio 1994, come documentato agli atti del Comando generale; o in tante altre occasioni di incontri con ufficiali dei Carabinieri per cerimonie o eventi pubblici cui però non risulta abbia partecipato anche il generale Subranni).
E così si spiega anche la ferma volontà dei familiari del dott. Borsellino, confermata da più fonti, che fossero ufficiali del Ros a presenziare alla perquisizione dell’abitazione del loro congiunto, nell’immediatezza della strage di via D’Amelio.
Mentre resta solo un’astratta congettura, a fronte di un materiale probatorio così aleatorio e improbabile, l’ipotesi adombrata dalla pubblica accusa (peraltro solo nella requisitoria della discussione finale del giudizio di primo grado) che la ritenuta e brusca accelerazione dell’iter attuativo della strage di via D’Amelio possa ricondursi in qualche modo proprio alla sconcertante scoperta fatta dal dott. Borsellino negli ultimi giorni della sua vita su presunte collusioni mafiose del generale Subranni.
Basti rammentare, per tacere d’altro, che, se davvero vi fu l’asserita accelerazione, essa rimonterebbe comunque a diversi giorni, anzi a diverse settimane prima del 15 luglio ‘92.
© Riproduzione riservata