La cerimonia di chiusura dei Giochi ha richiamato a qualcos’altro che accadrà a breve, piuttosto che al capitolo successivo di un unico racconto. Il paradosso più stridente della separazione sta nella meticolosa costruzione del “doppio”. Il mondo paralimpico non ha cercato una propria via simbolica autonoma, ma ha scelto di replicare pedissequamente la liturgia olimpica. Ma lo sport non può permettersi di restare indietro
C’è una sottile inquietudine che attraversa lo spettatore al termine di ogni Olimpiade. La chiusura di un grande evento, per definizione, non dovrebbe coincidere con il momento in cui ci si aspetta l’imminente nuovo inizio di una sua “copia”. Invece, lo spegnimento della fiamma, quando la festa ancora non è finita, genera una stonatura difficile da ignorare. Chi è attento ai temi dell’inclusione ha percepito quasi un piccolo dolore. Per l’osservatore esterno, che non conosce le logiche politiche


