Il caso del casco con le foto degli atleti ucraini uccisi

Ricordare i morti non è un reato: la squalifica di Heraskevych a Milano-Cortina è una rimozione della realtà

Vladyslav Heraskevych con indosso il casco della discordia (FOTO EPA)
Vladyslav Heraskevych con indosso il casco della discordia (FOTO EPA)
Vladyslav Heraskevych con indosso il casco della discordia (FOTO EPA)

Vietando all’ucraino dello skeleton di gareggiare con il casco con le facce di alcuni degli atleti uccisi dalla Russia, Coventry ha disatteso completamente il messaggio di umanità espresso alla cerimonia d’apertura. Il Cio pretende che lo sport rimanga chiuso nella sua bolla, sia neutrale, ma se invochi una tregua olimpica, vuol dire che da qualche parte c’è una guerra. O dirlo costituisce un attentato alla serenità olimpica che si vorrebbe imporre a tutti i 2.870 atleti? Intanto la federazione di short track ha vietato all'ucraino Handei di gareggiare con una citazione della poetessa Lina Kostenko sul casco, ritenuta politica. Ora chi stabilisce il confine?

È passata una settimana da quando Kirsty Coventry si è rivolta agli atleti al culmine della cerimonia di apertura di San Siro, la prima per lei nel ruolo di presidente del Comitato olimpico internazionale. «So cosa si prova», ha detto giocandosi la carta dell’empatia e celebrando «il duro lavoro che ci vuole, le levatacce, le lunghe giornate, i sacrifici e le battute d'arresto». Dopo aver ricordato al mondo cosa significa essere atleti, ha voluto andare oltre, e spiegare cosa vuol dire essere um

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