L’ingiustizia come prima regola

Il Palio di Siena tra riti e variabili: perché è l’unica corsa dove il merito non basta

Giovanni Atzeni \\\"Tittia\\\" festeggiato dalla Contrada dell'Aquila dopo la vittoria nella prima delle due corse annuali del Palio di Siena, quella in onore della Madonna di Provenzano, lo scorso 3 luglio (FOTO ANSA)
Giovanni Atzeni \\\"Tittia\\\" festeggiato dalla Contrada dell'Aquila dopo la vittoria nella prima delle due corse annuali del Palio di Siena, quella in onore della Madonna di Provenzano, lo scorso 3 luglio (FOTO ANSA)
Giovanni Atzeni "Tittia" festeggiato dalla Contrada dell'Aquila dopo la vittoria nella prima delle due corse annuali del Palio di Siena, quella in onore della Madonna di Provenzano, lo scorso 3 luglio (FOTO ANSA)

Dalle contrade estratte alle “ghiandine” che assegnano i cavalli, fino alla “fiasca” che stabilisce l’ordine ai canapi: il caso entra nella gara prima ancora che inizi. Preparazione, talento e strategia servono a restringere l’incertezza, non a cancellarla

Tutti gli sport moderni raccontano la stessa menzogna. Ossia che a vincere sia stato necessariamente il migliore. E pur di rendere credibile questa bugia hanno codificato regolamenti sempre più stringenti per rendere più omogenea la sfida, stilato classifiche, contato gol, canestri e punti, fissato tempi da abbassare e altezze da aumentare, primati da infrangere. Il risultato diventa quasi una sentenza morale: chi arriva primo ha lavorato meglio, chi perde deve capire dove ha sbagliato. Ogni acc