Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci delle motivazioni della sentenza di secondo grado del processo sulla trattativa stato-mafia.


Nel rivendicare la validità della propria scelta, e senza recedere dal rivendicarne la paternità esclusiva, Conso ha tenuto a sottolineare come nessuno abbia protestato, e gli stessi pm che avevano chiesto l’adozione dei provvedimenti applicativi del 41 bis non hanno mosso alcun rilievo dopo il mancato rinnovo dei decreti scaduti a novembre.

Tutti si sono acconciati ad attendere la prova dei fatti (“stiamo a vedere cosa può succedere”). E la sua conclusione è che “i fatti mi hanno dato ragione”. Questa considerazione introduce ad un aspetto importante della vicenda, che va tenuto presente anche per intendere il senso della scelta di Conso : che fu, all’unisono, di non rinnovare i decreti applicativi del primo elenco, quello delle posizioni teoricamente di minor rilievo; e di rinnovare invece, e pure questa volta in blocco, i decreti concernenti i soggetti del secondo elenco.

Il segnale che così si voleva lanciare a chi poteva intenderlo, come del resto lo stesso Conso ha detto tra le pieghe della sua audizione, era che il 41 bis non era in discussione, come presidio fondamentale per l’azione di prevenzione tutela della collettività contro il rischio di aggressione da parte delle mafie e di perpetuazione del potere dei mafiosi; ma si poteva discutere o metterne in discussione l’applicazione o il rinnovo per i soggetti che non si riconoscessero nello stragismo, o a carico dei quali non v’erano elementi per ritenere che fossero compromessi con lo stragismo.

Né si può affermare che la scelta operata due mesi dopo di rinnovare in blocco (o quasi: ben 232 i decreti che vennero rinnovati) che andavano a scadere il 31 gennaio 1994 sia stata determinata da una levata di scudi, che non ci fu, o da proteste da parte di qualcuno. Né giornali, né i dirigenti responsabili dei massimi apparati investigativi, né ambienti giudiziari o esponenti politici o istituzionali gridarono allo scandalo o mossero il benché minimo rilievo all’operato del ministro, neppure quando ne vennero a conoscenza.

Come dice Conso, preferirono stare a vedere cosa succedeva; oppure, aggiungiamo, non colsero la rilevanza della vicenda.

Solo il presidente della commissione Antimafia, Luciano Violante prese l’iniziativa di chiedere, con nota del 10 novembre 1993 indirizzata al ministro della Giustizia e al Dap, una formale relazione sullo stato di applicazione del 41 bis e su quale fosse al riguardo l’indirizzo del Ministero. Un atto di vigilanza critica che però ebbe una risposta evasiva sul punto cruciale, come si vedrà in prosieguo, e non diede luogo a ulteriori richieste di chiarimento.

“Doppio Binario”

Si può quindi credere all’ex ministro quando sostiene che furono portati alla sua attenzione entrambi gli elenchi dei detenuti le cui posizioni dovevano essere vagliate ai fini dell’eventuale rinnovo del 41 bis; e afferma di avere deciso di rinnovare in blocco i decreti che scadevano a gennaio nello stesso momento in cui decise di non rinnovare quelli del primo elenco.

Meno credibile è quando afferma che, pur sapendo bene che anche i detenuti di questo primo elenco erano soggetti pericolosi, perché altrimenti non sarebbero stati sottoposti a suo tempo al 41 bis e quindi sarebbe stato necessario svolgere specifici accertamenti per verificare se la loro pericolosità persistesse, non lo fece perché le posizioni da esaminare erano troppe e il tempo a disposizione troppo poco.

È lecito dubitarne perché, come si evince dalla testimonianza del dott. Aliquò, già intorno alla metà di ottobre, o anche prima ferveva la discussione sull’eventuale rinnovo e il ministro aveva già manifestato (a Di Maggio) l’intendimento di non procedere al rinnovo.

Vi sarebbe stato quindi tutto il tempo di esaminare almeno una buona parte delle posizioni da decidere; o comunque il ministro avrebbe potuto incaricare il suo staff di segnalargli le posizioni meritevoli Di Maggiore attenzione. Inoltre, lo stesso metodo egli adottò, con esito speculare, per i decreti in scadenza a gennaio, che vennero rinnovati in blocco, senza esaminare le singole posizioni.

Ma si è accertato che il parere preventivo per questa seconda tranche di decreti fu espresso dalla procura distrettuale di Palermo già con Nota del 13 dicembre 1993, pressoché contestuali furono i pareri delle varie forze di polizia consultate in quell’occasione, sicché residuava un ampio margine di tempo per procedere ad un esame più accurato delle singole posizioni.

Ma il punto è che già ad ottobre il ministro aveva preso la sua decisione, che non era frutto di un’applicazione ponderata del 41 bis, ma dell’intento di lanciare un preciso segnale e in una precisa direzione (pugno di ferro per capi e promotori; gesto di indulgenza per chi non fosse compromesso con lo stragismo). E a tal fine era necessario che entrambe le decisioni, ancorché di segno opposte, fossero adottate senza distinguere tra le singole posizioni, ma utilizzando solo un criterio discretivo congruo a fare intendere quel segnale.

Come già accennato, ciò che nelle dichiarazioni testimoniali rese alla procura di Palermo riesce di più difficile comprensione, e fa quindi pensare inevitabilmente a un “non detto” sono le ragioni su cui si fondava la speranza che avrebbe pervaso la scelta di Conso. E in particolare, la speranza che la nuova leadership mafiosa succeduta a Riina abbandonasse la linea della contrapposizione violenta allo Stato.

I fatti (come pure è stato contestato a Conso in sede di audizione parlamentare) non giustificavano una simile speranza, perché Riina era stato arrestato il 15 gennaio 1993 ed erano seguiti, a partire da maggio del medesimo anno, ben 5 episodi di strage. E dunque, non si vede come si potesse sperare che il vento fosse cambiato, che chi aveva preso il posto di Riina, che fosse Provenzano o altri, avesse in animo di abbandonare la linea dura.

Si poteva davvero confidare puramente e semplicemente nella “speranziella” che il successore di Riina fosse una persona più equilibrata o meno esageratamente ostile? Nella sua audizione dinanzi alla commissione Antimafia, Conso adombra tre elementi fattuali che avrebbero concorso a dare corpo alla sua dichiarata speranza. Anzitutto, il prolungato silenzio di Cosa nostra, che da diversi mesi si asteneva dal porre in essere nuove azioni eclatanti. E come ripeterà anche alla procura di Palermo, quel silenzio poteva essere foriero di un mutamento di strategia.

Un segnale di distensione per qualcuno?

In realtà, se si considera che la decisione di Conso fu maturata già a ottobre, dagli ultimi tragici eventi delittuosi erano trascorsi solo tre mesi: solo un mese di più del tempo trascorso tra la strage di via dei Georgofili e la decisione che il ministro aveva adottato con convinzione e cognizione di causa il 16 luglio, di rinnovare quasi tutti i decreti che scadevano tra il 20 e il 21luglio 1993.

Pertanto, quella diversa lettura che fece del silenzio di Cosa nostra doveva fondarsi su elementi più concreti di un’astratta speranza, elementi di cui il ministro non disponeva ancora quando, il 16 luglio, adottò una decisione di segno opposto. Nel corso della sua audizione parlamentare Conso indica tali elementi nella riduzione di Riina, cioè la sua progressiva perdita di potere conseguente al prolungarsi della detenzione in condizioni di rigoroso isolamento (e della vicenda relativa alla detenzione di Riina il ministro Conso ebbe ad occuparsi personalmente, su sollecitazione del collega Mancino, a seguito di incandescenti polemiche per il trattamento privilegiato di cui Riina avrebbe goduto per non avere fatto, a distanza di mesi dal suo arresto, un solo giorno di carcere duro a Pianosa o all’Asinara, restando detenuto a Rebibbia: polemiche destinate a placarsi proprio nello scorcio finale del ‘93, quando finalmente fu avviato l’iter per l’assegnazione di Riina all’Asinara); e la importanza di Provenzano, cioè un accresciuto ruolo del capo corleonese, al punto da essere indicato come il nuovo capo di Cosa nostra e comunque ritenuto in grado di imporre la propria linea, che non sarebbe stata quella voluta da Riina.

Era quindi inevitabile che al dichiarante si chiedesse di spiegare di spiegare in che modo e attraverso quali canali il successore di Riina (ovvero, Provenzano o chi per lui) avesse manifestato il proposito di cambiare strategia; e, se ciò avvenne, come il ministro ne ebbe sentore. E la risposta è tutt’altro che convincente, perché rimanda a notizie diffuse dai giornali dell’epoca, che certamente non potevano darle perché, semmai, all’epoca circolava addirittura la voce che Provenzano fosse morto. […] Egli [Conso], infatti, senza negare di avere ricevuto informazioni riservate, ma senza neppure confermarlo e tanto meno rivelare da chi fossero venute, dirotta il discorso: e specifica, in pratica il contenuto delle informazioni che pure non vuole ammettere di avere ricevuto […].

In conclusione, e al netto di possibili assonanze con la relazione del senatore Pisanu, presidente della Commissione, che aveva ripercorso tutta la stagione delle stragi fino alla svolta e che Conso ripetutamente nel corso della sua audizione mostra di avere letto con attenzione facendovi più volte riferimento, senza tuttavia dare l’impressione di ricalcare la sua ricostruzione, il dato che emerge dalle dichiarazioni di Conso è quel dichiarato intento di lanciare un segnale di distensione che valesse a far decantare la tensione senza che potesse interpretarsi come una manifestazione di debolezza dello Stato: come comprovato dalla contestuale decisione di rinnovare in blocco i 232 decreti che scadevano alla fine di gennaio e concernevano le posizioni degli associati mafiosi ritenuti di maggiore spicco. Una contestualità cui il giudice di prime cure non ha ritenuto di attribuire invece alcun rilievo.

Era comunque un’operazione che comportava un certo rischio, e che per la prima tranche urtava con la linea della fermezza ribadita dal Governo Ciampi. Se quindi avesse comunicato le sue intenzioni in anticipo, ne sarebbero seguite polemiche e contrasti che avrebbero impedito di portarla a compimento.

Premesse di quell’operazione erano l’essere Conso, da un lato, edotto che c’era (o era altamente probabile) un nesso tra le più recenti ed efferate azioni stragiste e la stretta sul versante carcerario determinata anche alla pressione esercitata dai quasi mille decreti applicativi del 41 bis ancora in vigore (erano 909, complessivamente, alla data del 26 giugno), sinonimo di “carcere duro” e fonte di crescenti proteste e polemiche; e, dall’altro, preoccupato da fosche previsioni che davano per probabili se non imminenti ulteriori devastanti iniziative stragiste.

Ma ciò premesso, non v’è dubbio che quello che si voleva lanciare all’esterno era un segnale molto preciso, perché affidato ad un intervento articolato in due fasi, che prevedeva prima di non rinnovare i decreti in scadenza a novembre, nella presunzione (in parte di comodo) che concernessero posizioni meno rilevanti in quanto si trattava dei decreti che erano stati emessi, tra l'11 novembre 1992 e il 27gennaio 1994, dal vice direttore Fazzioli nell’esercizio della potestà delegata dal ministro Martelli (delega circoscritta appunto alle posizioni dei soggetti ritenuti sempre tanto pericolosi da meritare il regime di detenzione speciale, ma di non particolare spicco nell’ambito delle Consorterie di appartenenza, o solo contigui a cosche mafiose). E poi (seconda fase), di procedere invece al rinnovo in blocco dei decreti in scadenza alla fine di gennaio ‘94 e concernenti posizioni di detenuti presumibilmente di maggiore spessore criminale.

D’altra parte, nelle settimane e nei mesi precedenti alla decisione di lasciare spirare il termine di efficacia dei decreti di novembre non era accaduto nulla di particolarmente significativo all’interno del mondo carcerario, ovvero situazioni che potessero avere determinato un brusco innalzamento del livello di tensione nelle carceri, come era accaduto per esempio a febbraio, con i fatti di Poggioreale, a seguito dell’omicidio del vice Brigadiera Pasquale Campanello; o con le ricorrenti segnalazioni di abusi e maltrattamenti dei detenuti reclusi a Pianosa, sempre tra febbraio e marzo del ‘93 [...]. O almeno nulla che potesse giustificare una decisione che ribaltava quella che lo stesso Conso aveva adottato appena qualche mese prima quando aveva rinnovato quasi per intero i decreti che scadevano a luglio.

Non è anzi azzardato ritenere che in quell’autunno del ‘93 si fosse addirittura spenta l’eco del documento di protesta dei familiari dei detenuti di Pianosa, o comunque sottoposto al 41 bis; e delle altre segnalazioni ed esposti che avevano motivato indagine ispettive e visite di parlamentari a Pianosa e all’Asinara. Così come sembravano essersi affievolite doglianze e proteste che si levavano dalla massa della popolazione carceraria e di cui s’erano fatti interpreti, con vibranti documenti di denuncia, alcune organizzazioni cattoliche molto attive nel mondo delle carceri e a favore dei bisogni e dei diritti dei detenuti (come l’organizzazione dei Cappellani delle Carceri).

[...] E soprattutto egli [Conso] prende nettamente posizione a favore del modello del doppio binario anche per ciò che concerne l’applicazione del 41 bis: massimo rigore nei riguardi dei detenuti affiliati alle consorterie mafiose; maggiore flessibilità nei riguardi dei soggetti i cui legami con ambienti della criminalità organizzati - e soprattutto, la persistenza di tali legami - non potevano desumersi automaticamente dal titolo di reato per cui erano detenuti. Un modello di pensiero che però la scelta operata per i decreti di novembre non rispecchia affatto.

Ci si chiede allora quale fosse stato il fatto nuovo che poteva avere indotto il ministro al così radicale, in apparenza, revirement attuato con la decisione di lasciare scadere i decreti di novembre, rispetto all’opposta decisione di quattro mesi prima. E l’unico fatto nuovo non poteva che essere la recrudescenza dello stragismo mafioso, con le bombe di Roma e di Milano. Ma non solo questo.

“Il probabile triangolo Mori – Di Maggio – Conso”

Era subentrata una consapevolezza che evidentemente mancava in precedenza, che vi fosse un collegamento specifico tra queste efferate azioni criminali e la pressione che non accennava a diminuire sui detenuti mafiosi per i quali, erano stati confermati e prorogati i decreti di sottoposizione al 41 bis emessi nella fase di prima applicazione della normativa varata all’indomani della strage di via D’Amelio.

E tuttavia si traviserebbe il senso della scelta di Conso, e del segnale che si volle mandare all’esterno, se ci si fermasse al dato di questa acquisita consapevolezza. Perché questa stessa consapevolezza, unita alla determinazione di dare una risposta adeguata alla gravità della minaccia, non contraddice ed è anzi alla base della decisione di rinnovare invece i decreti che andavano a scadere alla fine di gennaio, come si evince dalla motivazione del provvedimento emesso il 30 gennaio 1994: […]. Può quindi convenirsi con il giudice di prime cure che una lettura “solitaria” della lettura degli accadimenti di quei giorni non possa giustificare la decisione del ministro; che qualcuno deve averlo edotto di ulteriori elementi di conoscenza dei fatti, che egli, poi, ha valutato, facendone derivare quella sua autonoma decisione finale; e che tali elementi non possono che essere quelli indicati dallo stesso Conso e rimandano a una differenziazione di posizioni all’interno di Cosa nostra tra un’ala dura, facente capo al sanguinano Rima e una componente più moderata, capeggiata da Provenzano, interessato agli affari e, quindi, “meno esageratamente ostile” allo Stato.

Ma se è vero che fu la conoscenza di questa differenziazione che fece maturare in Conso la convinzione che la sua decisione di non prorogare quel consistente numero di decreti del 41 bis in scadenza nel novembre 1993 per lanciare un segnale di distensione, nella speranza che la linea “meno esageratamente ostile” di Provenzano potesse prevalere, non si può concludere che quella decisione sostanzialmente raccoglieva il suggerimento del D.A.P fino ad allora da lui disatteso di non inasprire ulteriormente il clima carcerario e che, conseguentemente, non vi sarebbero più state stragi. In realtà, il ministro ebbe contemporaneamente ben presente la necessità di riaffermare il carcere duro nei confronti di capi e personaggi di maggiore spessore, e diede corso a questa scelta, anche a costo di attuarla in modo tranciante senza, operare alcuna distinzione tra le singole posizioni individuali. […].

Le risultanze che seguono comprovano che in effetti fu Francesco Di Maggio la fonte delle informazioni riservate che furono valutate al ministro per adottare le sue decisioni. Ed è altresì altamente probabile - ma non più di tanto - che sia stato a sua volta Mario Mori a rendere il Di Maggio edotto delle conoscenze più profonde e aggiornate, che erano all’epoca in possesso del R.O.S., sulla posizione e il ruolo di Bernardo Provenzano e sulla diversità di vedute strategiche rispetto al suo titolato compaesano.

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