Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci delle motivazioni della sentenza di secondo grado del processo sulla trattativa stato-mafia.


Incertezze interne e palesi aporie o forzature riscontrate nella ricostruzione sposata dalla Corte d’Assise di primo grado circa un possibile link tra l’improvvida iniziativa intrapresa dai carabinieri del Ros attraverso i loro contatti con Vito Ciancimino e la presunta accelerazione della strage di via D’Amelio nella sua fase esecutiva non implica che abbia ragione la difesa - nonostante la forza di persuasione di taluni argomenti dedotti, supportati dalla cospicua documentazione qui allegata - a sostenere che a determinare quell’accelerazione sia stato invece il rinnovato interesse del dott. Borsellino per l’indagine su mafia e appalti e la sua conseguente determinazione a riprenderla e approfondirla.

E, alla luce delle considerazioni che precedono, è tempo di chiedersi se non sia sbagliato interrogarsi sulle cause della (presunta) accelerazione della strage di via D’Amelio; l’errore, cioè, prima che nelle diverse risposte che sono state date, si anniderebbe già nella domanda.

Ed invero, quando si afferma che vi fu un’accelerazione, o addirittura una repentina accelerazione dell’iter esecutivo, per cui ci si interroga poi sulle cause che l’avrebbero determinata (e si formulano le ipotesi più disparate), si sottintende che, se non fosse avvenuto qualcosa che modificò i piani di Riina, all’eliminazione del dott. Borsellino, la cui morte era stata da tempo decretata, si sarebbe giunti ugualmente, o almeno Cosa nostra ci avrebbe provato, ma non a distanza di così poco tempo dalla strage di Capaci.

E ovviamente si dà per scontato che un intervallo temporale di “soli” 57 giorni — poiché tanti ne passarono tra i due eventi delittuosi — sia troppo esiguo, per non pensare all’intervento di uno o più fatti nuovi che abbiano imposto di abbreviare i tempi: come se esistesse un prontuario delle stragi (mafiose) che insegni quale sia il tempo canonico che è opportuno far passare tra una strage e l’altra per cui, pur disponendo dei mezzi, degli uomini delle capacità organizzative e tecnico-logistiche, nonché del potenziale bellico necessari all’impresa, Cosa nostra avrebbe dovuto attendere più di due mesi (ma quanto di più, naturalmente, nessuno dei convinti assertori dell’accelerazione lo dice), prima di replicare un delitto altrettanto eclatante della strage di Capaci.

Il rischio è che si annidi una suggestione psicologica collettiva del tutto legittima ben inteso ma che può inquinare il ragionamento: dopo Capaci, con tutta la sua terribile carica distruttiva, nessuno di buon senso avrebbe mai voluto assistere a scene di distruzione e di morte come quelle ripetute in via D’Arnelio ed allora il tempo tra questi due eventi sembra restringersi, quasi a fondere questi eventi, ma solo perché in effetti neanche uno di essi è accettabile; il tutto, per di più, in una micidiale combinazione, uno-due, in danno dei magistrati che personificavano la lotta a Cosa nostra trucidati con esplosioni eclatanti e devastatrici.

E si dà per scontato — senza peritarsi di indicare le fonti che lo provino — che l’offensiva stragista, posto che la strage di Capaci segnava il punto più alto raggiunto da una strategia più complessiva di sfida allo Stato e di attacco frontale alle istituzioni, ma non la sua fine, avesse una sua tabella di marcia; e che questa sinistra tabella di marcia non contemplasse che due mesi dopo la strage di Capaci si mettesse mano ad un altro delitto, altrettanto eclatante. Un delitto, può aggiungersi, tanto importante da dovere avere la precedenza rispetto ad altri, benché già in programma o in itinere nella loro realizzazione concreta. Come l’uccisione del figlio di Salvo Lima, per il quale Onorato Francesco aveva concluso l’attività preparatoria ed era pronto ad entrare in azione quando si incontrò con Biondino, a marzo o aprile del ‘92, e questi gli disse di lasciar perdere perché si stavano preparando omicidi abbastanza delicati, gravi. Mi dice: no, lascia stare, ci sono altre persone. (E in quella circostanza il Biondino gli avrebbe detto che gli doveva rompere le corna, scusando la frase, al dottor Borsellino e al dottor Falcone, perché si dovevano pulire i piedi e avevano fatto condannare gli amici del Maxi processo). O come l’attentato all’on. Mannino, di cui ha parlato (soltanto) Giovanni Brusca (peraltro con tutte le incertezze di cui s’è detto sull’effettiva collocazione temporale dell’episodio).

E se è vero che la strage di Capaci era stato un vero e proprio atto di guerra oltre che di sfida allo Stato, ma non aveva concluso l’offensiva scatenata da Riina che semmai con quell’attentato aveva compiuto un salto di qualità, elevando a livelli mai visti in precedenza lo scontro con le istituzioni, allora, in una logica di tipo militare, qual è quella che si conviene ad una vera e propria guerra, era più che plausibile che gli attentati ai danni di soggetti già individuati come obbiettivi da colpire si susseguissero nel più breve tempo possibile, se v’era la capacità di realizzarli, senza dare respiro al “nemico”, e, in questo caso, senza dare allo Stato il tempo di riorganizzarsi, di serrare le fila e apprestare una reazione adeguata.

Una lunga scia di sangue

Quanto fragile sia l’argomento della brevità dell’intervallo temporale tra le due stragi siciliane lo dimostra del resto il lugubre calendario degli eventi delittuosi che cadenzano la guerra scatenata dai corleonesi allo Stato. In particolare, la strage di Capaci avviene 72 giorni dopo l’omicidio Lima, che aveva segnato l’avvio della campagna di guerra allo stato, varata già nella riunione di fine anno ‘91 della Commissione provinciale di Palermo (di cui hanno riferito Brusca, Cancemi e Giuffré) e in quella tenutasi ai primi giorni del nuovo anno della Commissione regionale (di cui è traccia nelle propalazioni dei collaboratori di giustizia che provengono dalle fila delle cosche catanesi: Malvagna, Pulvirenti e Avola). È in effetti un intervallo più lungo, ma solo di 15 giorni.

Ma l’intervallo si accorcia tra la strage Borsellino e la ripresa dell’offensiva corleonese dopo la “pausa” estiva: 56 giorni dopo si registra l’attentato a Germanà (14 settembre ‘92); e tre giorni dopo, e quindi a distanza di 59 giorni dalla strage di via D’Amelio, l’omicidio di Ignazio Salvo.

Ed ancora, sempre a distanza di due mesi (a novembre 1992) si collocherebbe il successivo episodio riconducibile alla campagna stragista, ovvero il mancato attentato al giudice Grasso (di cui hanno riferito, stavolta in termini sostanzialmente concordanti, Brusca e La Barbera).

Infine, 61 giorni distanziano temporalmente le stragi di Roma e Milano (la notte tra il 27 e il 28 luglio 1993) da quella di via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993), che segue di soli 13 giorni l’attentato di via Fauro (14 maggio). Sempre due mesi circa (giorno più, giorno meno). Mentre il più consistente distacco temporale delle stragi in continente rispetto alle stragi del ‘92 trova evidente giustificazione nello scombussolamento seguito tra le fila di Cosa nostra alla cattura di Riina e nel travaglio interno che precedette e accompagnò la decisione di riprendere l’offensiva stragista.

Ora, nel rammentare l’impressionante regolarità della cadenza con cui si susseguono i tragici avvenimenti del biennio ‘92-’93 non si vuoi certo insinuare che via una sorta di kabala nella successione dei più gravi episodi delittuosi in cui si è sostanziata la guerra dei corleonesi allo Stato.

Più prosaicamente si deve ritenere che in questa apparente (tragica) regolarità vi sia una componente di causalità, legata a possibili intoppi e circostanze fortuite che possono aver ritardato o al contrario affrettato l’esecuzione di questo o quell’attentato.

Ma vi è, con tutta probabilità, anche una componente di “ragione criminale” legata invece all’esigenza di una pianificazione accurata di ogni successivo attentato, all’attivazione di nuove risorse, in termini di uomini e mezzi, o al recupero di quelle già impiegate in un precedente attentato; alla scelta dell’obbiettivo cui dare precedenza; e, non ultima, la necessità di far decantare l’innalzamento di attenzione, tensione e capacità di reazione delle forze dell’ordine e degli apparati repressivi dello Stato, (in termini di dispiegamento di uomini e mezzi, posti di blocco, perquisizioni, mobilitazioni di fonti confidenziali e canali infoinvestigativi, attività tecniche di intercettazioni telefoniche e ambientali, controlli sul territorio), nonché lo zelo e l’impegno del personale operante nel dare concreta esecuzione ad eventuali nuove e più stringenti misure repressive: tutti fattori che raggiungono la massima intensità nei giorni immediatamente seguenti ad un delitto eclatante, ma di regola sono destinati ad affievolirsi con il trascorrere delle settimane.

E i corleonesi ne aveva una più che consolidata esperienza, avendo costruito la loro sanguinosa ascesa al vertice di Cosa nostra a suon di delitti eccellenti come l’assassinio: del giornalista Mario Francese; del segretario provinciale della Democrazia Cristina Michele Reina; del capo della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano; del Consigliere Istruttore Cesare Terranova e l‘agente Mancuso, nel 1979; del il Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, del capitano dei carabinieri Emanuele Basile e del procuratore della Repubblica di Palermo Gaetano Costa nel 1980; del M.llo dei Carabinieri Vito Jevolella nel 1981; del segretario regionale e parlamentare del P.C.I. Pio La Torre insieme all’autista e collaboratore Rosario Di Salvo, e cinque mesi dopo il Generale Dalla Chiesa, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta, nel 1982; del Consigliere Istruttore del Tribunale di Palermo Rocco Chinnici nel 1983, insieme agli agenti di scorta Salvatore Bartolotta e Mario Trapassi e al portiere dello stabile Stefano Li Sacchi; 1985; l’attentato al giudice Carlo Palermo a Pizzolungo, che provocò la morte della signora Barbara Rizzo Asta con i suoi due figlioletti gemelli, Giuseppe e Salvatore Asta, ed ancora il vice commissario Beppe Montana e qualche giorno dopo il Commissario Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia; poi nel 1988: l’agente di polizia Natale Mondo, scampato alla strage di viale Croce Rossa, e due giorni dopo l’ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco; ed ancora, a Trapani, il giudice Alberto

Giacomelli; poi il giudice Antonino Saetta insieme al figlio disabile Stefano e il giorno dopo il giornalista Mauro Rostagno, della Comunità Saman sempre a Trapani; 1989: l’attentato all’Addaura (21 giugno); il duplice assassinio dell’agente di polizia Antonino Agostino insieme alla moglie Ida Castellucci (5 agosto); ed ancora, 1990: il giudice Rosario Livatino; 1991: il giudice Antonino Scopelliti (9 agosto), in predicato di rappresentare la procura Generale nella trattazione del maxi processo dinanzi alla Corte di Cassazione, e poi (29 agosto) l’imprenditore Libero Grassi). E non mancano in questo terrificante elenco di morte delitti commessi con le modalità e i connotati di vere stragi e di stragi (Dalla Chiesa, Chinnici, viale Croce Rossa, e Pizzolungo), due delle quali commesse con la tecnica libanese di devastanti autobombe, come la strage Chinnici e la strage di Pizzo Lungo.

E mai li aveva frenati, o aveva costituito una remora ad agire, il timore delle prevedibili reazioni in termini di dispiegamento di forze di polizia sul territorio e intensificazione della caccia ai latitanti o delle indagini sui presunti affiliati alle cosche operanti nelle zone o nei territori direttamente interessati dalla consumazione di quegli eventi delittuosi. Certo, era prevedibile, da parte delle Istituzioni, e degli apparati repressivi, una reazione veemente, che però non vi fu, dopo una strage delle proporzioni di quella di Capaci che colpiva lo Stato in quello che era divenuto il simbolo vivente della lotta alla mafia.

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