Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà parte del libro Sulle ginocchia, edito da Melampo, riguardo la storia di Pio La Torre scritta dal figlio Franco


Mamma veniva invitata su e giù per l’Italia e non solo. Intitolazione di strade e di piazze, di scuole e sezioni di partito, dibattiti, incontri e conferenze. Il tema era caldo e molto sentito. La mafia non aveva smesso di colpire. Dopo poco più di quattro mesi dall’omicidio, la sera del 3 settembre, venivano uccisi in via Carini a Palermo il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, sua moglie Emmanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo.

Dalla Chiesa era arrivato a Palermo in occasione dell’omicidio di mio padre. Prefetto di Palermo ma senza quei poteri di coordinamento dell’azione antimafia dello Stato in Sicilia, che mio padre stesso aveva perorato gli fossero affidati, quando aveva incontrato Giovanni Spadolini, presidente del Consiglio, pochi giorni prima di essere assassinato.

Sempre a settembre venne approvata la legge Rognoni-La Torre, nata dalla fusione della proposta, che mio padre aveva depositato in Parlamento due anni prima, con il disegno di legge di Virginio Rognoni, ministro dell’Interno. Pochi giorni dopo la strage di via Carini, il 6 settembre 1982, il governo Spadolini approvò il Decreto Legge che istituiva la carica di Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa ed il primo a ricoprire l’incarico fu il direttore del Sisde, i servizi d’intelligence civili, Emanuele de Francesco. Dopo, sempre dopo, che il sangue era stato versato, il sangue di coloro che si opponevano alla criminalità e chiedevano mezzi adeguati per fare meglio.

Mamma aveva assunto, naturalmente, il compito di mantenere viva la memoria di papà. Ruolo che i familiari delle vittime di mafia svolgono attraverso un’azione costante d’informazione sul fenomeno delle mafie, su coloro che s’impegnano per contrastarle e su coloro che, da queste, sono stati uccisi. Ogni tanto poteva accadere che mio fratello o io la sostituissimo ma lei è rimasta in prima fila, almeno finché ne ha avute le forze, sino a pochi mesi prima di lasciarci, nel settembre 2009.

Nel 1991, il Pci le propose di candidarsi alle elezioni dell’Assemblea Regionale Siciliana. Lei accettò, venne eletta e restò in carica sino al 1996. Considerava quell’esperienza contrastata. Rivestì il ruolo di Vicepresidente della Commissione Antimafia di un Parlamento regionale con il 60 per cento circa dei deputati inquisiti dei reati più vari. A questo riguardo, aveva chiesto, al Pci prima e poi al Pds, un’azione volta alla moralizzazione, al rinnovamento, alla salvaguardia del più antico Parlamento, minato da una crisi ed un degrado profondi. Non fu soddisfatta, perché tutto restava immutato, tranne qualche protesta verbale, senza conseguenze sostanziali, mentre ognuno manteneva il suo posto. Allora lasciò il gruppo del Pds, per aderire a quello misto.

Gli anni passavano e le iniziative, cui mia madre partecipava, continuavano ad essere numerose. Eppure, ogni volta che doveva prepararsi ad un intervento, sentiva l’emozione, non della debuttante ma quella di voler riuscire a trasmettere il messaggio giusto. La capivo benissimo e la capisco, ancora di più, adesso che cerco di sostituirla, al meglio delle mie capacità.

I primi anni successivi all’omicidio, i segretari del Pci e di ciò che da quel partito è stato generato, in occasione del trenta aprile, si facevano sentire, a voce o per iscritto, e rilasciavano dichiarazioni alla stampa, ricordando la figura di Pio La Torre. Poi, hanno perso il ritmo, spero non la memoria. All’inizio, mia madre la prese male e noi figli con lei.

Poi capimmo o, almeno, ci convincemmo che la questione non riguardava la memoria di un singolo segretario ma il processo di sedimentazione della coscienza collettiva dell’organizzazione. In effetti, riguardando indietro, lungo i trentatré anni che ci separano dall’omicidio, quella parte politica, che ne rivendica l’eredità, a mio parere, non ha fatto buon uso del lascito.

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