In via Fauro non vi furono morti né feriti gravi, ma ciò dipese unicamente da un fortunoso concorso di circostanze che evitarono la tragedia. Infatti, tra quelli che sembrarono già a prima vista le vittime designate (Costanzo e il suo seguito), solo Domenico De Palo riportò una ferita da taglio guarita in 20 giorni. Gli altri, a parte lo shock, rimasero praticamente illesi
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa puntata pubblichiamo ampi stralci di carte giudiziarie che tengono insieme il biennio 92-93, la guerra della mafia allo stato e le bombe in Continente
L’attività di repertazione, sul luogo dell’evento, fu curata sia dalla Polizia, attraverso il suo servizio di Polizia scientifica, che dai Carabinieri, attraverso il Centro di investigazioni scientifiche (Cis) di Roma. Infatti, la zona fu divisa dagli investigatori in due aree: una a monte del cratere, verso via Borsi, della quale si interessarono i CC; l’altra a valle del cratere, verso via Boccioni (comprensiva di quest’ultima via), di cui si interessarono gli agenti della Polizia di Stato.
Anche le analisi dei reperti furono curate congiuntamente dai due organismi, che ne confrontarono poi i risultati. Anzi, in questo caso, per ulteriore scrupolo, i reperti raccolti dalla Polizia furono analizzati prima dalla Polizia scientifica e poi dai Carabinieri; quelli raccolti dai Carabinieri furono analizzati prima dal Cis e poi dalla Polizia: i risultati furono coincidenti.
Infatti, come è emerso dall’esame dei consulenti del PM, furono identificati, nei reperti: 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 1. 2. 3. 4. 5. Nitroglicerina (Ng); Etilenglicoledinitrato (Egdn); Isomeri del Dinitrotoluene (Dnt); Ammonio Nitrato (An); 2,4,6, Trinitrotoluene (Tnt – è il Tritolo); T4 Pentrite. Le tecniche utilizzate dai consulenti per la ricerca degli esplosivi nei reperti furono: Cromatografia su strato sottile (Tlc); Analisi per Spettrometria a Mobilità Ionica (Ims); Gascromatografia con Rivelatore a Spettrometria di Massa (Gc\Ms) e con Rivelatore Thermal Energy Analyzer (Gc\Tea); Cromatografia Liquida ad alta risoluzione (Hplc) con rivelatore U.V. e con rivelatore T.E.A Cromatografia Ionica (Ic).
I consulenti hanno spiegato che la tecnica di cui al punto 1 (Tlc) consente, variando adsorbenti e miscele d’eluizione, di separare ed evidenziare in una miscela complessa (in soluzione) composti di natura organica ed inorganica e di identificarli mediante calcolo dei tempi di ritenzione o per comparazione con campioni standards. Tale tecnica, che rivela la presenza di esplosivi solo in quantità superiori a 30 milionesimi di grammo, dette esito negativo.
La tecnica di cui al punto 2 (Ims) è una fra le più moderne e sensibili tecniche analitiche in materia di esplosivi. Essa consente la rilevazione di tracce di esplosivi in quantità variabili tra i 10 ng e i 50 pg a seconda dell’esplosivo. Sempre dai consulenti si è appreso che la tecnica di cui al punto 3 (Gc) è caratterizzata da un sistema di separazione (una colonna lunga circa 30 mt col diametro di un capello) che sfrutta la temperatura e un gas.
Può essere accoppiato a un rivelatore a Spettrometria di Massa (ogni componente immesso nella colonna viene identificato in base a due parametri: il tempo di uscita e lo spettro di massa); ovvero a un rivelatore a chemioluminescenza (Tea). Questo tipo di analisi, veloce ed efficace, rileva bene il Tritolo, ma non è adeguato per gli esplosivi termolabili (per es., il T4). Nella tecnica di cui al punto 4 (Hplc) la separazione delle sostanze esplosive avviene in una colonna in cui il campione viene eluito da un solvente in pressione, provocando la separazione delle sostanze.
Questa tecnica utilizza, quindi, non la temperatura, ma la pressione ed è, per questo, più adatta agli esplosivi termolabili. Questa tecnica può utilizzare un rivelatore a raggi ultravioletti (Uv), per le sostanze sensibili ai raggi di detto tipo, o un rivelatore a chemioluminescenza (Tea), che è specifico per le sostanze organiche contenenti nitrogruppi (No2). La tecnica di cui al punto 5 (Ic) è la migliore per la determinazione in matrici complesse di moltissimi composti solubili in acqua.
Proprio perché i diversi tipo di analisi danno risposte diverse a seconda degli esplosivi, i consulenti hanno spiegato che la ricerca di esplosivi va normalmente condotta con diverse metodiche. Può capitare, infatti, che un singolo reperto sia positivo con certe tecniche e negativo con altre. La risposta positiva all’analisi significa, comunque, che la specie esplodente è presente sul reperto.
Nulla hanno potuto dire i consulenti sulle percentuali di composizione della miscela esplosa in via Fauro (quanto di Tritolo; quanto di Nitroglicerina, ecc.), giacché, come essi hanno spiegato, a esplosione avvenuta non è possibile correlare la maggiore o minore presenza di una determinata specie esplosiva nei residui alla composizione della carica prima dell’esplosione.
Ciò è dovuto, è stato spiegato, alla casualità di formazione dei residui, alla relativa casualità di collezionamento dei reperti, alla variabile sensibilità degli strumenti, ma soprattutto al tipo di esplosione, che può portare a “bruciare” una sostanza in misura maggiore o minore, a seconda che l’esplosione sia più o meno “franca” (è denominata così l’esplosione in cui l’onda d’urto iniziale, che viaggia alla velocità di circa 8.000 metri al secondo, attraversa istantaneamente tutta la massa d’esplosivo e la fa detonare istantaneamente e completamente.
È segno di cura ed esperienza nella preparazione della carica). Per questo motivo non è possibile dire con sicurezza quale fosse la composizione originaria della carica esplosiva di via Fauro, salvo fare alcune ipotesi. Quelle più probabili sono, a dire, dei consulenti: un certo numero di candelotti di dinamite con l’aggiunta di Rdx (è l’altro nome dello T4), avvolti in una miccia detonante alla Pentrite; candelotti di gelatina commerciale (contenenti Egdn-Ng e Dnt) con l’aggiunta di esplosivo militare a base di Tnt e Rdx; un cocktail di esplosivi diversi.
Per quanto attiene al peso di carica, i consulenti del pm, tenendo conto delle dimensioni del cratere e delle devastazioni prodotte dall’autobomba, hanno stimato l’utilizzo di un quantitativo di esplosivo compreso tra i 90 e i 120 kg.
L’approssimazione si spiega col fatto che il cratere vero e proprio era fiancheggiato da un tombino della Sip, in cui si dissipò, fortunatamente, una parte dell’energia prodotta dall’esplosione (per questo motivo il cratere risultò di dimensioni sicuramente inferiori a quelle possibili in assenza dello sfiato suddetto), e perché il raggio di devastazione dell’esplosivo non era uniforme (e perciò non erano comparabili nemmeno gli effetti dell’esplosione).
Infatti, da una parte c’era terreno aperto, solo delimitato da un muretto; dall’altra i muri dei palazzi; a monte una fila di auto; a valle, uno spazio aperto. Nulla hanno potuto dire i consulenti circa le modalità di confezionamento dell’ordigno e quelle di innesco, perché non furono repertati elementi consentissero di far luce su questi due aspetti (probabilmente, il sistema di innesco era collocato molto vicino alla carica e andò distrutto nell’esplosione).
L’ordigno era collocato sicuramente nel bagagliaio o sul sedile posteriore della Fiat Uno. Infatti, i frammenti rinvenuti sul luogo dell’esplosione furono utilizzati per una ricostruzione, in scala, del veicolo (ricostruzione avvenuta nello stabilimento Ve.Ca di Farfa Sabina con la collaborazione di personale dell’azienda Fiat di Termini Imerese). Il risultato evidenziò una totale frammentazione della parte posteriore del veicolo (di cui non fu rinvenuto, praticamente, alcun pezzo).
In via Fauro non vi furono morti, né feriti gravi, ma ciò dipese unicamente da un fortunoso concorso di circostanze, che evitarono la tragedia. Infatti, tra quelli che sembrarono, già a prima vista, le vittime designate (Costanzo e il suo seguito), solo De Palo Domenico riportò una ferita da taglio guarita in circa 20 giorni; gli altri, a parte lo schock, rimasero praticamente illesi. Ma tutta la parte posteriore della Lancia Thema su cui sedevano De Palo Domenico e Re Aldo fu attinta da una grande quantità di schegge che danneggiarono gravemente la parte posteriore del veicolo: una sola di quelle schegge, diversamente proiettata, poteva essere letale per gli occupanti.
L’auto del Costanzo, invece, pur rimanendo danneggiata, non venne investita alla stessa maniera; ma questo fatto, come si comprende dalla disamina dei luoghi e come è stato messo in evidenza dal ct Delogu Giovanni, è da ascrivere alla presenza del muro di recinzione della scuola, che, venutosi a trovare tra l’autobomba e l’auto del Costanzo, fece da scudo a quest’ultimo. Quali sarebbero stati gli effetti dell’esplosione è dato comprendere all’esperimento effettuato dai consulenti e dalla pg presso il Centro Militare Esperienze per l’Armamento di Nettuno.
Qui, in data 26.11.93 fu fatta esplodere una Fiat Uno caricata con 105 kg di esplosivo della stessa specie di quello identificato in via Fauro. Vicina, a 13 metri, spostata di 30 gradi, fu posta una Mercedes con tre manichini a bordo (la posizione delle due auto riproduceva, grosso modo, quella dell’autobomba e della Mercedes del Costanzo in via Fauro). Ebbene, le conseguenze, in punto di frantumazione del veicolo stipato d’esplosivo e di proiezione delle schegge furono le stesse, con l’aggiunta che anche i manichini furono attinti da schegge letali.
Ma le persone sopra dette non furono le sole a scansare, per puro miracolo, l’incontro con la morte in quella sera. L’istruttoria espletata ha messo in evidenza, infatti, che proprio intorno alla Fiat Uno avevano gravitato, fino a pochi attimi prima dell’esplosione, per i motivi più diversi, una molteplicità di persone, che se ne erano poi allontanate.
D’altra parte, non poteva essere che così, posto che l’autobomba fu fatta esplodere in una zona intensamente abitata, in un’ora di svago delle persone (quella successiva alla cena), nei pressi di un teatro (il teatro Parioli, sito nella attigua via Borsi) e proprio alla fine dello “show” del Costanzo. Infatti, Buccioli Stefania e Juric Luigi sostarono, in auto, proprio sul passo carraio della scuola per alcuni minuti, leggendo il giornale. Ripresero la marcia e, dopo nemmeno un minuto, avvenne l’esplosione.
Intorno alle 21.15 del 14.5.93 si diedero convegno, proprio di fronte al civico 62 di via Fauro, Cerqua Andrea, Bello Vincenzo e Stovali Mario: andarono via, verso le 21.30, quando passò a prenderli, con una Fiat 126, il loro amico Maramai Fabio. Gambetta Claudia tentò di parcheggiare, con la sua Peugeot 106, quella sera, proprio davanti alla Uno. Ci ripensò e andò via. Non aveva ancora finito il giro dell’isolato quando avvenne l’esplosione.
Lo Conte Michele stette in attesa dell’amico Ortolani Fabrizio per circa un quarto d’ora, di fronte alla scuola. Ebbe anche il modo di appoggiarsi, per un tempo significativo (circa 5 minuti), sia alla Fiat Uno della Corbani che alla Fiat 500 della Roccella. Andò via perché passò a prenderlo, in auto, l’amico atteso. Erano appena giunti al semaforo di via Parioli quando sentirono il boato.
Rossi Roberto era, in auto, all’incrocio tra via Caroncini, via Fauro e via Boccioni, a circa 40 metri dal cancello della scuola. L’esplosione investì la sua auto, ma egli rimase illeso.
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