Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


Anche la mafia trapanese si è rivelata, nel panorama mafioso generale, secondo quanto accertato dalla Commissione, di particolare pericolosità e insidia, e ciò proprio perché, al contrario di altri territori, è rimasta sostanzialmente uguale a se stessa e priva di eclatanti novità.

Pur essendo un’espressione tradizionale di cosa nostra che, peraltro, ha operato in stretto contatto con la mafia palermitana guidata dai corleonesi, l’associazione presenta aspetti propri che fanno di essa una organizzazione moderna e, per questi aspetti, più assimilabile alla mafia catanese. Tradizione e modernità sono, del resto, le caratteristiche che, parallelamente, contraddistinguono il capo della provincia mafiosa di Trapani, il latitante Matteo Messina Denaro.

Si tratta, innanzitutto, di un territorio storicamente caratterizzato da una massiccia presenza della massoneria, e dall’accadimento di eventi difficilmente spiegabili solo in termini di criminalità mafiosa. Inoltre, si tratta di un territorio dove non si ricorre all’imposizione indiscriminata del pizzo poiché, spesso, è la stessa imprenditoria a essere essa stessa mafiosa ovvero socia in affari della mafia.

In particolare, il latitante Matteo Messina Denaro, da almeno un ventennio, gestisce l’associazione mafiosa trapanese secondo regole solidaristiche volte all’acquisizione del potere economico nonché del consenso sia degli associati che della società civile. Anche per questo l’imprenditoria non è vessata ma riceve l’aiuto finanziario e il sostegno mafioso offrendo in cambio, sinallagmaticamente, la titolarità di quote delle imprese. Stando alla quantità e alla qualità dei sequestri, si coglie che gli affari sono in crescita nei settori più moderni, quali quelli del turismo e delle energie alternative, mentre il pizzo, a maggior ragione, rimane confinato nei settori di bassa manovalanza.

Inoltre, a parte i contatti con il mondo della politica che, stando ai provvedimenti giudiziari, possono in ipotesi ritenersi sporadici, ma comunque vi sono, particolarmente significativi appaiono sia numerosi procedimenti penali sui condizionamenti degli appalti dove si evince l’assoggettamento dei pubblici interessi a quelli particolari dell’associazione mafiosa sia, soprattutto, i diversi scioglimenti delle amministrazioni del trapanese ex articolo 143 TUEL (sette enti dal 1992 al 2012) e i molteplici provvedimenti di accesso ispettivo adottati negli anni, sebbene non conclusi con la misura sanzionatoria, fino a giungere, nel giugno 2017, allo scioglimento per infiltrazioni mafiose di Castelvetrano, comune di origine di detto latitante.

Probabilmente anche la modernità degli affari della cosa nostra trapanese, che comporta contatti con interlocutori di profilo diverso rispetto al mafioso tradizionale, ha inciso sul fatto, riferito alla Commissione, che Messina Denaro, sebbene capomafia legato al territorio, non abbia sentito la necessità di permanervi stabilmente e di mantenere comunicazioni continue con la base dell’associazione.

A questa mafia imprenditoriale moderna si affianca, però, anche una mafia tradizionale che lo stesso Messina Denaro riesce a incarnare e ad alimentare, coniugandola con il proprio tratto innovativo. In effetti, anche in questo territorio le operazioni di polizia sono state pressoché costanti, specie per la necessità di giungere alla cattura del latitante.

Le relative indagini, che hanno comportato decine di arresti, hanno tutte avuto un filo comune: la persistenza di una mafia conservatrice ancora legata alla catena dei pizzini che consente al capo provincia di Trapani di gestire l’associazione mafiosa ancorché assente. I sistemi di comunicazione immediati o moderni, che pure sono stati individuati, hanno riguardato invece rapporti diversi, cioè quelli del latitante con la famiglia che, sebbene sia essa stessa, in parte, famiglia mafiosa, gode naturalmente di un canale diretto e più immediato. In tale circuito, vecchi fidati uomini d’onore scarcerati ritrovano presto un posto nel sistema di comunicazione del latitante che, non per questo, perde le sue caratteristiche di sicurezza, e comunque, si attivano per mantenere i contatti, per conto del loro capo, tra famiglie, mandamenti e province limitrofe.

Scarsissimo pertanto il numero dei collaboratori di giustizia e, anzi, emblematico è apparso alla Commissione il recente caso del dichiarante Lorenzo Cimarosa, cugino di Matteo Messina Denaro e unico soggetto di quell’ambito familiare che ha offerto informazioni agli investigatori minando, per la prima volta, l’intangibilità di quella famiglia.

La reazione, rispetto a tali dichiarazioni di apertura, da parte di taluni concittadini, fino a giungere, dopo l’improvvisa morte del Cimarosa, avvenuta nel gennaio del 2017, alla profanazione, nel mese di maggio 2017, della sua tomba, riporta indietro di tanti anni, a quella mafia che si riteneva scomparsa. Dalle audizioni della direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, competente anche sulla provincia di Enna, e in particolare dalla relazione scritta dall’allora procuratore Sergio Lari, dalle dichiarazioni di quest’ultimo, nonché da quelle del suo successore alla guida della procura, dottor Amedeo Bertone, viene confermata l’esistenza, ancora, della mafia di Piddu Madonia nonché la pacificata convivenza, inizialmente burrascosa, tra cosa nostra e stidda.

Anche qui si segnala la pervasiva presenza della mafia sul territorio, il ricorso alle estorsioni come strumento di predominio, l’infiltrazione nei pubblici appalti, il controllo esercitato su talune amministrazioni comunali e, di converso, l’esecuzione di numerosi provvedimenti di carcerazione per delitti di mafia.

Emerge anche una certa ripresa. Il mandamento di Gela appare in fase espansionistica, coinvolto, come risulta dalle ultime indagini, in traffici in ogni area della Sicilia (da Catania a Palermo a Trapani), in piazze italiane (Roma e Milano), con interessi anche fuori dai confini nazionali (in Nord Africa), e con contatti e relazioni con la mafia delle altre province quasi a creare una sorta di coordinamento.

Accanto ai grandi affari, è tuttavia anche l’aspetto microcriminale che deve far riflettere sulla pericolosità di quella zona e sulle sue potenzialità criminali. La Commissione ha appreso dal procuratore della Repubblica presso il tribunale di Gela che in quel territorio si verificano “più che quotidianamente” incendi di autovetture, fino a registrare, nell’ultimo anno, “circa 600 episodi delittuosi di questo genere, quindi circa un episodio o quasi due al giorno sul territorio gelese. L’altra notte, cinque autovetture sono state incendiate nell’arco di quattro ore”. Episodi questi che si affiancano ad un’altra forma di ricorrente intimidazione, quella degli “spari contro esercizi commerciali in orari notturni o contro portoni di abitazioni private”.

Di converso, le vittime, che non sono soltanto commercianti e imprenditori ma anche appartenenti al mondo delle professioni, non collaborano, “scatta il famoso muro di omertà”. In sostanza, un controllo militare del territorio, una vessazione a tappeto che ancora genera timore e senso di sopraffazione nella popolazione.

Un fatto ancora più allarmante è, inoltre, quello che il territorio di Gela, secondo le dichiarazioni del procuratore, rappresenta una sorta di laboratorio della delinquenza giovanile che si risolve in costanti fenomeni di violenza tanto che “la consistenza quantitativa delle notizie di reato per lesioni personali dolose è, in totale, di circa una lesione personale dolosa al giorno”.

Pure la arroccata provincia di Enna, che respira più l’aria catanese che quella nissena, dà segni di una particolare crescita criminale. E invero, se il procuratore di Caltanissetta, Amedeo Bertone dava contezza di collegamenti con ambienti della criminalità organizzata catanese, di efferati omicidi consumati in quel territorio, di atti vandalici, in taluni comuni dell’ennese, in danno di amministratori locali e forze dell’ordine e, da ultimo, dell’uccisione a Pietraperzia, nell’ottobre 2016, di un noto avvocato che aveva appena acquistato un importante fondo agricolo, a sua volta, il procuratore della Repubblica presso il tribunale di Enna, il dottor Massimo Palmeri, riferiva di rilevantissime indagini che evidenziavano “cointeressenze tra reati comuni e delinquenza organizzata in un ampio filone di indagine che riguarda le truffe AGEA, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura dei contributi forniti dall’Unione europea, che opera in sede locale con i Centri di assistenza agricola, ai quali vanno presentate per essere istruite le domande per ottenere i contributi (...). Agricoltori ed esponenti della malavita organizzata hanno avuto quindi tutto l’interesse ad apparire nella disponibilità di terreni”.

Si descriveva, dunque, un contesto collegato al crescente e ampio fenomeno della cosiddetta mafia dei Nebrodi (che coinvolge i territori di Enna, Messina e Catania), di cui si tratterà più avanti, che assume dimensioni sempre più imponenti e riguarda un lucroso sistema di speculazione. Se si passa alla provincia di Messina, un tempo considerata zona in cui le varie mafie catanesi e calabresi transitavano ma non si fermavano, invece, secondo gli accertamenti della Commissione, pare meno innocua di come era stata rappresentata nel passato.

Il dottor Guido Lo Forte, allora procuratore della Repubblica presso il tribunale di Messina, sentito il 27 ottobre 2014, infatti, offriva una prospettiva che portava a rivalutare la cosa nostra della provincia messinese come una mafia autoctona e strutturata e a comprendere le rilevanti trasformazioni avvenute nel capoluogo. Spiegava, innanzitutto, che “nel passato si alimentò una tendenza leggermente fuorviante (...), nel senso di indurre l’opinione che la provincia di Messina come tale non fosse produttiva di una criminalità organizzata strutturale autoctona, ma fosse, piuttosto, il terreno di passaggio e di influenza di altre criminalità organizzate come quella calabrese o quella catanese.

Tuttavia così non era e così non è. In effetti, le indagini degli ultimi anni hanno evidenziato, in sintesi, che la provincia di Messina ha una sua criminalità organizzata di tipo mafioso strutturata (quando dico ‘strutturata’ intendo con controllo sistematico del territorio e organizzazione gerarchica tendenzialmente piramidale) (...). Inoltre, questa provincia dialoga secondo le regole tradizionali di cosa nostra, a pari livello con le altre province”.

Tale mafia strutturata, inoltre, almeno nell’ultimo decennio, ha installato il suo epicentro di comando nella città di Barcellona Pozzo di Gotto (prima era invece a Mistretta) che, sebbene colpita da numerosi arresti, rimane attualmente la roccaforte della cosa nostra tradizionale (come più di recente dimostrato dagli arresti eseguiti in tale contesto dalla procura di Messina, ora guidata dal dottor Maurizio de Lucia).

Particolarmente interessante, appare la situazione della città di Messina che, secondo, il procuratore Lo Forte, “fa un po’ eccezione nel senso che, per motivi storici, (...) è rimasta per un certo periodo zona franca perché i ricorrenti disegni ora di cosa nostra palermitana, ora della ‘ndrangheta di insediarsi a Messina (...) non ebbero esito. Quindi, si è sviluppata una criminalità organizzata che, a differenza di quella barcellonese, non è organicamente inserita in quello che definiamo ‘cosa nostra’, anche se ne svolge tutte le attività (...).

Questa criminalità (...) è molto simile a quella che era la realtà criminale di Catania prima dell’insediamento di una famiglia di cosa nostra a opera di Giuseppe Calderone. (...) Anche lì c’erano gruppi criminali territoriali organizzati che non erano cosa nostra. Poi, a metà degli anni Settanta si è insediata la famiglia di cosa nostra – quindi a Catania c’è, mentre a Messina non si è insediata – ma anche dopo questo insediamento cosa nostra non ha totalizzato il controllo della realtà catanese perché ha continuato a coesistere con diversi gruppi criminali che non appartengono a cosa nostra e che nel panorama criminale sono, talvolta, più noti e più famosi della stessa cosa nostra.

Quindi, a Messina c’è stata e continua registrarsi una sorta di evoluzione simile a quella dei gruppi criminali catanesi, che, però, ha avuto notevoli progressi”. Si è evidenziata, dunque, una certa tendenza alla modernità della mafia messinese “nel senso che negli ultimi anni si è passati (...) dalla mera predazione del territorio basato sulle estorsioni e sul controllo del traffico di stupefacenti al riciclaggio del denaro, sotto forma di creazione di un’imprenditoria mafiosa. Abbiamo, quindi, il mafioso che fa direttamente l’imprenditore e non più il mafioso collegato con l’imprenditore (...) e la tendenza a investire il denaro non più nei tradizionali acquisti immobiliari, ma in forme di attività commerciale, imprenditoriale e così via”.

Per questo motivo la cosa nostra barcellonese “non ha proiettato direttamente i suoi uomini d’onore nel territorio messinese, bensì i suoi imprenditori. Questo attualizza un fenomeno antico. (...) Quando cosa nostra palermitana (e in misura minore la ‘ndrangheta) a un certo punto, anziché perseguire l’obiettivo che le avrebbe creato dei problemi sia con Catania sia con Reggio Calabria di insediare una sua famiglia mafiosa direttamente qui, ha preferito esportare a Messina non uomini d’onore, ma la borghesia mafiosa per fare affari”.

Concludeva, quindi, il procuratore, che l’inclinazione della mafia messinese e della città di Messina “è quella a farsi imprenditori. Infatti, quasi tutti i collaboratori che abbiamo avuto prima facevano i piccoli o medi imprenditori. I vertici dell’organizzazione mafiosa barcellonese (...) erano tutti imprenditori anche medio-grandi in tutti i settori. Insomma, la vocazione all’imprenditoria è una caratteristica tipica della provincia di Messina, per cui studiando bene gli imprenditori si arriva anche ad altro”.

A ciò si aggiunga, come si accennava, che negli ultimi tempi anche nel territorio messinese opera, quale espressione di cosa nostra, la cosiddetta mafia dei Nebrodi che potrebbe apparire una mafia rurale dei pascoli in controtendenza rispetto alla finora descritta evoluzione imprenditoriale.

In realtà, essa ha ben poco di antico se non nei metodi. Si sta facendo luce, infatti, su un fenomeno sempre più cruento che conta, anche nei territori di Catania ed Enna, numerosi gravi episodi di violenza, minaccia, danneggiamento, ma anche attentati e omicidi, con l’obiettivo di entrare in possesso dei fondi agricoli dell’area e di ottenere gli ingenti contributi economici concessi dall’Europa.

Si tratta di un campo molto remunerativo, per questo oggetto di svariati interessi criminali, al cui ambito la stampa ha ricondotto anche il preoccupante, anche per le sue modalità, attentato del 17 maggio 2016 a Giuseppe Antoci, presidente del Parco dei Nebrodi, oggetto di indagini in corso, bloccato da un commando armato mentre viaggiava a bordo della sua auto sulla statale che collega San Fratello a Cesarò, forse perché promotore di un protocollo che ha dato luogo alla revoca dei contributi per migliaia di ettari di terreni ricadenti nelle aree di riserva naturale del Parco dei Nebrodi.

Una situazione estremamente interessante si registra nella Sicilia orientale, storicamente zona di influenza delle famiglie Santapaola-Ercolano di Catania. Nonostante il capo Benedetto Santapaola - ormai ottantenne - sia in carcere dagli anni immediatamente successivi alle stragi, la cosa nostra catanese continua a rivelarsi la mafia imprenditoriale per eccellenza.

Considerata una mafia inferiore rispetto a quella palermitana, al contrario, si è rivelata più capace di infiltrarsi nel tessuto economico e politico rispetto alle altre fazioni siciliane di cosa nostra.

Chiara, sul punto, è l’analisi del dottor Giovanni Salvi, allora procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catania, secondo il quale “Catania in qualche maniera possa dirsi un luogo dove si è sperimentato in passato quello che poi oggi vediamo diffondersi anche altrove, cioè un legame tra alcuni settori dell’imprenditoria e alcuni settori della politica e organizzazioni criminali, nelle quali il rapporto è diverso rispetto a quello che conosciamo, per esempio, a Palermo”. Precisava, al riguardo, anche che “Catania è stato, negli anni, un laboratorio di nuove forme di criminalità organizzata (...). I capi di cosa nostra palermitana sono i mafiosi ‘con la coppola’.

A Catania i capi di cosa nostra non sono gli imprenditori collusi o che chiamiamo mafiosi, ma sono imprenditori. Sono i Santapaola, i Mangion, gli Ercolano. Questo avrà un significato. Questa non è una cosa nostra più debole. Santapaola uccide o fa uccidere. (…).

È una mafia imprenditrice, ma spara. Adesso ci ritroviamo tutto questo con una maggiore difficoltà di distinguere il bianco dal nero, con una zona grigia più vasta”. Di pari passo, nella relazione della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo per l’anno 2016, si dava atto, altresì, della compenetrazione di questa mafia imprenditoriale con “taluni esponenti politici e amministratori locali, come emerso in vari processi in cui sono stati accertati episodi di patto di scambio politico mafioso e il condizionamento di competizioni elettorali da parte dei sodalizi criminali, che hanno procurato pacchetti di voti consistenti a candidati che ne facevano richiesta e quale contropartita hanno ottenuto l’aggiudicazione di pubblici appalti in favore di imprese colluse o infiltrate dalle stesse cosche”.

Anche in questi territori si registra l’espansione di interesse verso nuovi settori, quali quelli dell’accoglienza dei migranti, quelli del - sempre in crescita - mercato ortofrutticolo del ragusano e quelli delle sovvenzioni della comunità europea. Il fatto, inoltre, segnalato dal procuratore Salvi, che anche questa mafia “spara” veniva ulteriormente avvalorato dalle sue dichiarazioni rese sia il 24 marzo 2014, nel corso della missione a Catania, sia durante l’audizione del 15 gennaio 2015, in cui riferiva di gravi e recenti episodi omicidiari nel Calatino e a Biancavilla, ma anche a Vittoria, evidenziando, peraltro, che e “a Librino è stato recentemente sequestrato uno dei più potenti arsenali nella storia recente delle organizzazioni criminali: vi erano vari kalashnikov, varie mitragliette di immediata portabilità, una ventina di pistole nuove di zecca e alcuni fucili a pompa”.

Lo stato attuale e le prospettive di cosa nostra Gli ultimi anni sono stati caratterizzati, come è noto, da una percezione diffusa di avanzamento criminale della ‘ndrangheta, definita ormai l’associazione mafiosa italiana più pericolosa, a cui ha corrisposto, di converso, nel sentire comune, una valutazione della mafia siciliana quale quella di un’organizzazione che, ferita e decimata dall’azione repressiva dello Stato, vive inabissata e, comunque, stenta a sopravvivere. Si muoverebbe, dunque, in un ristretto circuito in cui uomini d’onore sempre meno autorevoli si limitano alla realizzazione di delitti di second’ordine per far fronte ai bisogni essenziali dell’associazione, senza né capacità né mire espansionistiche che possano riportare cosa nostra alla potenza del passato.

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