Napoli diventa così una “narco-città” dal punto di vista della distribuzione all’ingrosso e dello spaccio (così come nel passato era stata “cittàcontrabbandiera” per eccellenza) e Scampia (e poi altre zone della città e del suo hinterland) si trasforma per decenni nel “narco-quartiere” per antonomasia
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
Dalla seconda metà degli anni Novanta del Novecento la camorra ha assunto un ruolo crescente e, assieme alla ‘ndrangheta calabrese, ha scalzato cosa nostra dal ruolo leader rivestito fino alla cattura di Totò Riina. L’offensiva dello Stato contro la mafia siciliana e la contestuale evoluzione del mercato delle droghe con il passaggio dall’eroina alla cocaina, hanno permesso a camorristi e ‘ndranghetisti di occupare lo spazio lasciato da cosa nostra, specializzata nel traffico di eroina grazie ai rapporti con la mafia statunitense, e divenire interlocutori privilegiati dei narcotrafficanti del Sud America.
Ancora una volta è una merce, o un commercio illegale o proibito, a fornire a Napoli basi di massa e consenso sociale alle organizzazioni criminali. Napoli diventa così una “narco-città” dal punto di vista della distribuzione all’ingrosso e dello spaccio (così come nel passato era stata “cittàcontrabbandiera” per eccellenza) e Scampia (e poi altre zone della città e del suo hinterland) si trasforma per decenni nel “narco-quartiere” per antonomasia.
Se per un periodo storico la camorra aveva incontrato e utilizzato il contrabbando di sigarette per espandersi e poi la vendita di prodotti contraffatti all’estero, ora è la droga e il suo commercio a ribadirne le prevalenti caratteristiche mercantilistiche-criminali. Senza il ruolo occupato nel commercio delle droghe a livello nazionale e internazionale, non sarebbe possibile spiegare l’ascesa della camorra nell’élite della criminalità mondiale.
Mentre la ‘ndrangheta si è diffusa a partire dalle cellule di calabresi che riproducevano all’estero o nel nord dell’Italia il modello delle ‘ndrine, la camorra non ha esportato un suo modello organizzativo o di vita ma solo criminali in affari, che si stanziano nei posti strategici della produzione e delle rotte del narcotraffico o in ogni luogo dove è possibile fare investimenti, smerciare prodotti contraffatti, senza seguire necessariamente le rotte dell’emigrazione napoletana e campana.
Anche per questo sarebbe sbagliato pensare a un’unica organizzazione, cui fanno riferimento e si rapportano i malavitosi di Napoli e della Campania, né tanto meno la parola “camorra” indica una élite criminale che si differenzia dalla delinquenza comune. I diversi clan non hanno mai avuto una “cupola” né su base comunale né provinciale né tanto meno regionale; nessuna struttura verticale di comando, di coordinamento o di condizionamento sulle singole attività; non hanno modalità per dirimere controversie, o per rispondere unitariamente ad una eventuale azione repressiva dello Stato. Ogni tentativo di unificazione sotto forma di un unico comando è degenerato in una carneficina.
Tranne nel caso del clan dei casalesi, dove ha operato per anni una specie di federazione criminale, circoscritta al territorio di Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa. Questa caratteristica rappresenta la maggiore pericolosità sociale delle camorre. Ciò che ha consentito il loro lungo durare non è stato l’agire unitario ma proprio un’anarchica frammentazione e, soprattutto, la loro secolare capacità di trarre vantaggio e organizzare l’emarginazione e il disagio sociale dei ceti più poveri della città di Napoli e della sua provincia, dove è storicamente forte la tolleranza per le attività di sopravvivenza e per i commerci illegali.
La camorra va considerata come una criminalità catalizzatrice di tutte le attività criminali illegali e di una parte consistente dell’economia informale-sommersa, che si sviluppa nel tessuto economico della città essenzialmente modellato sulle attività commerciali piuttosto che su quelle industriali o dei servizi. Ed è qui che i camorristi, specializzati nei ruoli di mediazione, si sono inseriti, facendo leva sulla violenza come fattore competitivo.
La frammentazione si è dimostrata più congeniale a farla aderire a tutte le ampie, diffuse e stabili forme di illegalità che, variamente, hanno caratterizzato la vita economica e sociale della città di Napoli e del suo hinterland in tutti i periodi storici. E la sua organizzazione reticolare le ha consentito di aderire con naturalezza a tutta l’economia informale che caratterizza una parte non secondaria dell’economia napoletana e campana. Il successo di questa criminalità “trafficante” è dovuto alla grande massa di consumatori disposti a comprare beni o merci contraffatte di grandi marche venduti a prezzi più convenienti rispetto al circuito legale (sigarette, per esempio, o cd) o perché mette a disposizione beni il cui consumo è proibito, ma la domanda è ampiamente sostenuta (come nel caso delle droghe, della prostituzione e degli altri settori che fanno parte della cosiddetta “economia dei vizi”).
Sotto questo profilo la camorra a Napoli e in Campania, come ha sottolineato il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, è “elemento costitutivo, dato strutturale permanente, che ci trasciniamo dall’unità d’Italia ad oggi senza che sia stato mai affrontato. Parliamo del cuore del problema, perché l’intervento giudiziario è sì necessario, ma è una parte dell’intervento dello Stato per recuperare questi territori che stanno morendo”
Il quadro d’insieme . Gli approfondimenti sviluppati dalla Commissione nelle missioni presso le DDA di Napoli e Salerno e nelle regioni italiane in cui le camorre mostrano una forte operatività, nonché le audizioni svolte in sede con i magistrati napoletani, i sindaci di diversi comuni della regione e studiosi del fenomeno, hanno confermato il quadro di una realtà criminale multiforme e complessa, difficile da inquadrare in una definizione unitaria che mai come oggi appare forte e aggressiva, con un esteso controllo del territorio regionale, uno stretto rapporto con la politica e le istituzioni di alcune aree, una vasta proiezione nazionale e internazionale.
In base ad alcune stime, la Calabria risulta essere la regione italiana con la più elevata densità di reati in rapporto alla popolazione; Napoli invece ha il primato per omicidi ogni 100 mila abitanti e il record assoluto nel numero di clan e di affiliati. S
e si analizzano le ordinanze di custodia cautelare dal 1992 al 30 giugno del 2017 per il reato di cui all’articolo 416-bis del codice penale, si può verificare come la camorra tocchi la cifra di 3.100 unità, la ‘ndrangheta quella di 2.707, cosa nostra 2.093, mentre la criminalità mafiosa pugliese arriva a 751.
Nel 2015 si contavano ben 180 clan camorristici a Napoli e provincia, un numero record in rapporto alle altre criminalità mafiose italiane. E se si dà uno sguardo alle mappe della presenza delle mafie nel centro-nord d’Italia, in Europa e negli altri continenti, si resta colpiti dal maggior radicamento e dalla più alta capacità di espansione di camorra e ‘ndrangheta rispetto a cosa nostra.
Nel mondo criminale nazionale e internazionale si parla sempre più il napoletano e il calabrese che il siciliano. Per numero complessivo di morti ammazzati negli ultimi quarant’anni i clan di camorra detengono il primato tra le organizzazioni mafiose italiane.
Da quindici anni la media annuale di omicidi di camorra è superiore a quelli di cosa nostra e della ‘ndrangheta. In Campania le armi non hanno mai taciuto, anche quando si è sfiorato il numero zero negli omicidi in Sicilia e in Calabria. Da quindici anni la media annuale di omicidi di camorra è superiore a quelli di cosa nostra e della ‘ndrangheta.
Nella provincia di Napoli nel 2015 ci sono stati quarantacinque omicidi di stampo camorristico, mentre nel 2016 si è toccata la soglia dei sessantacinque, concentrati in gran parte nei quartieri del centro storico e nell’area nord della città. Negli ultimi due anni si sono verificate cinquantadue “stese” in cinque diversi quartieri della città partenopea.
Dal 2010, un solo omicidio camorristico si è verificato a Caserta, ma questo dato non va interpretato come la crisi delle strutture militari del clan dei casalesi, quanto piuttosto come una scelta strategica tesa a realizzare un modo diverso di governare e controllare il territorio. Mentre nel distretto di Salerno si sono registrati quattro omicidi di stampo camorristico, segnali inquietanti di un’inversione di tendenza in un territorio tradizionalmente ritenuto meno esposto a influenze camorristiche.
Ciò che rende eccezionale e complesso il caso criminale campano è proprio il fatto che convivano fenomeni diversi sotto il profilo dei metodi adottati, dei settori economici occupati e delle classi sociali di riferimento.
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