Nel corso del processo nel 2012 Mario Crisci, il capo banda rispose alla domanda sulle ragioni che l’avevano portato a scegliere il nord-est in modo inequivocabile: «Beh, siamo venuti qui perché qui sono disonesti. Più disonesti di noi. (…)»
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
La Commissione ha dedicato costante attenzione alla presenza della criminalità organizzata nelle regioni settentrionali, lungo tutto l’arco della legislatura. Numerose missioni e importanti audizioni hanno permesso di raccogliere significative conferme e nuove indicazioni sulle dimensioni e l’intensità di un fenomeno che appare in espansione, sul modus operandi delle cosche, sull’infiltrazione nell’economia legale e sulle attività illegali prevalenti.
L’analisi delle dinamiche criminali si è avvalsa anche della collaborazione dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata (Cross) dell’università degli studi di Milano, diretto dal professor Nando dalla Chiesa, che ha realizzato quattro rapporti, illustrati alla Commissione in altrettante sedute e presentati anche in incontri pubblici, aperti al confronto con le istituzioni locali.
Gli approfondimenti della Commissione permettono di delineare un quadro complesso e preoccupante, nel quale la Lombardia riveste una posizione centrale, una regione che può essere definita a pieno titolo quasi di “tradizionale inserimento” tra quelle settentrionali, così come illustrato in più punti della presente Relazione.
Nel presente capitolo si è pertanto inteso porre al centro dell’analisi prevalentemente le altre regioni centrosettentrionali, in cui la questione dell’insediamento delle mafie non appare ancora raggiungere, all’interno dell’opinione pubblica, un livello di consapevolezza adeguato all’estensione del fenomeno.
La criminalità organizzata nelle regioni settentrionali: un fenomeno in espansione
Se l’espansione delle organizzazioni mafiose in aree non tradizionali è avvenuta per fasi e con modalità differenti, dalle prime presenze importanti di cosa nostra e dai primi insediamenti di ‘ndrine calabresi negli anni Cinquanta-Sessanta, fino a una progressiva affermazione della ‘ndrangheta negli anni Novanta, oggi si può affermare che quest’ultima organizzazione riveste un ruolo assolutamente dominante in quasi tutte le regioni. Anche se alcune aree sono risultate più accoglienti e attrattive di altre, nessun territorio può essere più considerato immune.
Si tratta di un movimento profondo e uniforme che interessa la maggioranza delle provincie settentrionali e che è stato favorito da diffusi atteggiamenti di sottovalutazione e rimozione che fino a tempi recenti hanno coinvolto larga parte della popolazione e anche personalità e protagonisti della vita pubblica. Si racconta spesso di una ‘ndrangheta impalpabile, che opera – invisibile – nel settore finanziario.
Si è coniata l’espressione “mafia silente” per designare una mafia che non spara ma ricicla e reinveste. Tuttavia, quello che rivelano le indagini della magistratura e gli studi scientifici è una realtà più complessa, fatta di mestieri tradizionali, a volte all’apparenza umili, di incontri nei bar dell’hinterland delle grandi città, e intessuta di un frequente ricorso alla violenza, benché in genere a bassa-media intensità.
Come ha più volte osservato il professor dalla Chiesa, sembra realizzarsi cioè una forma di colonizzazione dal basso della società che ha consentito alle ‘ndrine una crescita progressiva e costante. Il profilo sociale medio-basso di molti capi effettivi delle organizzazioni mafiose (padroncini, commercianti, pensionati) non è comunque in contraddizione con l’emergere di veri e propri imprenditori mafiosi e con la capacità di interloquire e fare affari con ambienti più sofisticati e dinamici della finanza, avvalendosi di differenti figure professionali e funzionari pubblici collusi che svolgono il ruolo di consulenti, facilitatori, intermediari.
L’ampia ricognizione svolta nel corso delle missioni in tutte le regioni settentrionali ha confermato la presenza pervasiva dei clan nel tessuto produttivo delle aree più dinamiche e ricche del Paese, che nel modus operandi mostrano una notevole flessibilità riuscendo a trarre vantaggi sia dalle fasi di espansione che da quelle di recessione economica.
In particolare desta preoccupazione quanto riferito da diverse procure sui rapporti di reciproca convenienza che ormai caratterizzano l’infiltrazione della criminalità organizzata nel sistema delle imprese legali. Sono gli imprenditori a cercare il contatto con esponenti della ‘ndrangheta nell’illusione di un rapporto temporaneo, finalizzato a superare una crisi di liquidità, a recuperare crediti di ingente valore o fronteggiare la concorrenza e che ben presto si ritrovano con l’azienda “spolpata” o scalata dai mafiosi.
Al nord le mafie hanno trovato la disponibilità e la complicità di imprenditori e professionisti locali e un terreno di illegalità economica diffuso. Un esempio indicativo è costituito dall’indagine “Serpe” contro un gruppo di appartenenti alla camorra attivo nel nord-est attraverso la società “Aspide” con sede a Selvazzano, in provincia di Padova.
Nel corso del processo nel 2012 Mario Crisci, il capo banda rispose alla domanda sulle ragioni che l’avevano portato a scegliere il nord-est in modo inequivocabile: «Beh, siamo venuti qui perché qui sono disonesti. Più disonesti di noi. (…) Vede, abbiamo scelto di concentrare le nostre attività nel nord-est perché qui il tessuto economico non è così onesto. Anzi, tutt’altro. Io sono un esperto di elusione fiscale. Qui lavoro bene. Il margine di guadagno era buono, perché qui la gente non ha voglia di pagare le tasse, peggio che da noi».
Le capacità relazionali delle mafie e in particolare il capitale sociale della ‘ndrangheta, quel patrimonio di conoscenze e contatti che si estende su vari livelli (dal poliziotto al funzionario di banca, dal medico al dirigente della pubblica amministrazione fino al politico) ha permesso di acquisire il controllo, diretto o indiretto, di società operanti in vari settori (edilizia, trasporti, giochi e scommesse, raccolta e smaltimento rifiuti), di inserirsi anche nei lavori per la realizzazione di grandi opere e di conquistare posizioni rilevanti nei sistemi di welfare locale.
La corruzione è diventata un fenomeno sistemico diffuso e più difficile da aggredire: «Oggi, visto che le soglie si sono alzate, si cercano vari sponsor, cioè più centri disposti per pochi euro a emettere fatture false. In questo modo si polverizza, non si arriva alle soglie alte, creando però un sistema molto pericoloso».
Emerge insomma «un’evidente liaison tra la criminalità economica e la criminalità mafiosa, liaison che nasce proprio sul territorio e perché i meccanismi utilizzati sono i tipici meccanismi della criminalità economica: evasione fiscale, frodi fiscali, corruzioni, riciclaggio».
Il passaggio da rapporti di necessità, imposti con la violenza e l’intimidazione, a rapporti di reciprocità trasforma l’omertà delle vittime in silenzi di complicità. In ogni caso si registra - come denunciano diversi magistrati - un numero limitato di denunce. Su queste nuove dinamiche corruttive e sull’“area grigia” ci si è già soffermati in generale nel secondo capitolo e sarà approfondito, in particolare sulla Lombardia, nel capitolo sul condizionamento dell’economia. Il metodo mafioso non viene utilizzato solo per alterare la concorrenza e inquinare l’economia legale.
Numerose inchieste hanno in vari gradi coinvolto le amministrazioni locali, segnalando preoccupanti episodi di corruttibilità in seno alla pubblica amministrazione e alla politica, con le quali le mafie si relazionano con estrema spregiudicatezza e senza fare differenze tra schieramenti e partiti politici, come confermano anche i diversi scioglimenti che negli ultimi anni hanno riguardato i comuni del nord: Bordighera e Ventimiglia (poi entrambi annullati dalla giustizia amministrativa) in provincia di Imperia nel 2011, Leinì e Rivarolo Canavese (TO) nel 2012, Sedriano (MI) nel 2013, Brescello (RE) nel 2016 e, infine, Lavagna (GE) nel 2017.
Mentre si registrano numerosi episodi di intimidazione ai danni degli amministratori pubblici, come denunciano i più recenti rapporti dell’associazione Avviso Pubblico. Segnali ulteriori delle difficoltà e dei rischi di condizionamento del sistema democratico a cui anche questi territori sono esposti. La distribuzione territoriale Difficile fornire in questa sede un quadro completo della presenza mafiosa al nord, per il quale si rinvia alle missioni svolte, riportate in allegato, e ai quattro citati rapporti.
Tuttavia è utile richiamare alcuni elementi ricorrenti nelle modalità di insediamento. La dimensione dei comuni e la densità demografica sembrano costituire elementi chiave nelle scelte strategiche delle organizzazioni mafiose e, in particolare, della ‘ndrangheta. Questa, infatti, affonda le radici e trae forza dai piccoli comuni del nord.
È in questi contesti che riesce a replicare il modello di insediamento tradizionale, anche perché piccoli comuni sono innanzitutto quelli calabresi di provenienza. In situazioni simili a quelle di origine, l’organizzazione può più facilmente, in corrispondenza dei movimenti migratori, trarre vantaggio dalle reti di solidarietà tra compaesani, mimetizzarsi nel tessuto sociale, controllare il territorio e inserirsi all’interno delle amministrazioni locali, dato anche lo scarso numero di preferenze necessarie per essere eletti. Allo stesso tempo, però, le mafie trovano anche un humus particolarmente favorevole nelle aree ad alta o altissima densità demografica.
Queste zone (come le provincie di Milano e Monza Brianza) sono state in passato oggetto di rilevanti flussi migratori che hanno spesso agevolato la mimetizzazione dei boss e degli altri affiliati. Zone, queste, che costituiscono al tempo stesso le aree a più alta cementificazione e che possono quindi offrire allettanti prospettive d’investimento per le imprese mafiose, così spiccatamente votate a operare nel cosiddetto “ciclo del cemento”. Il modello della penetrazione mafiosa in queste regioni sembra insomma essere rappresentato dalla combinazione di piccoli comuni inseriti in un contesto ad alta densità demografica.
Va tuttavia notato che, per motivi opposti, anche le aree isolate e a bassa densità demografica possono essere talora attrattive per la criminalità: in queste infatti sono più veloci i meccanismi di assuefazione e omertà ambientale ed è più facile non farsi notare dalle autorità investigative.
Un ulteriore elemento ricorrente è rappresentato dalla continuità dei clan, dalla capacità di rigenerazione e ricambio generazionale espressa in particolare dalla ‘ndrangheta, nonostante la pressione investigativa e repressiva. Molte inchieste rivelano la presenza di un alto numero di esponenti delle varie famiglie nati e cresciuti nelle regioni di nuova residenza.
Mafiosi di seconda e terza generazione perfettamente orientati a riprodurre gli schemi di condotta praticati dalle rispettive organizzazioni nei luoghi di origine, secondo le forme e i modi di una successione o di affiliazione che, in un numero significativo di situazioni, avviene nella più perfetta continuità con le tradizioni, a dispetto del mutato contesto sociale e territoriale di riferimento.
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