Il bisogno di rilanciare le buone ragioni dell’antimafia e costruire il movimento del futuro è avvertito dagli stessi esponenti dell’associazionismo storico e non va lasciato cadere nel vuoto.

È però necessario adeguare la funzione stessa dell’antimafia, che deve passare dalla stagione della delega, in cui il movimento ha esercitato anche una sorta di monopolio, alla stagione della corresponsabilità, in cui la lotta alle mafie sia finalmente declinata in una dimensione corale e popolare e si esprima anche come una battaglia contro le tante forme di illegalità e violazioni delle regole.

In un tempo in cui il conflitto con i poteri mafiosi si è di fatto esteso a tutto il paese e investe non solamente la fornitura di servizi illegali ma anche un’area crescente di legalità malleabile e sostenibile, anche il campo dell’antimafia deve allargare i propri confini, imparare a riconoscere le nuove forme dell’agire mafioso, affinare gli strumenti di analisi e contrasto. In questa prospettiva si ritiene importante segnalare alcune contraddizioni che vanno affrontate per sviluppare una strategia più condivisa e più incisiva che faccia davvero terra bruciata intorno alle mafie. Si tratta in primo luogo di superare quelli che potremmo definire i due registri repressivi.

I due registri repressivi

Si sente spesso sostenere che l’Italia dispone sul fronte della lotta alla mafia delle migliori leggi, delle migliori forze di polizia e della migliore magistratura. Non si tratta di una affermazione retorica, ma di una tesi che corrisponde a una realtà di fatto.

Leggi d’avanguardia, nate anche per impulso di esponenti delle forze di polizia o della magistratura o sull’onda del loro sangue, costituiscono in effetti nel loro insieme uno straordinario patrimonio giuridico e operativo, in grado di svolgere oggi una funzione di battistrada per la comunità internazionale.

Si tratta di una strumentazione ricca, formatasi progressivamente, il cui cammino è stato accompagnato dalla elaborazione di una giurisprudenza sempre più affinata e incisiva, capace di dialettizzarsi con lo sviluppo delle conoscenze e con i mutamenti sociali. Quel che altre polizie e magistrature non trovano nel proprio repertorio per combattere le organizzazioni mafiose è invece a disposizione delle strutture di contrasto del nostro Paese. Né si tratta solo di leggi.

Perché la storia delle indagini internazionali illustra benissimo, sin dai tempi di Giovanni Falcone, la diversa qualità di abilità investigative e di conoscenze teoriche ed empiriche, l’intuito “sul campo” che il complessivo apparato antimafia nazionale è in grado di esprimere continuativamente, orientandosi con cognizione di causa anche nei tornanti più difficili. Sono stati studiati con sempre maggiore attenzione i modi operandi delle organizzazioni, le loro distribuzioni sul territorio, le genealogie familiari, i campi di affari, le connessioni internazionali, le logiche di movimento. Sono state affinate e portate a livelli un tempo impensabili le tecniche di ricerca degli stessi latitanti.

Si sono formate strutture specializzate di alto livello, dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo alle varie direzioni distrettuali, dalla Direzione investigativa antimafia alle strutture dedicate delle singole forze di polizia. I risultati di questa generale risorsa di contrasto sono sotto gli occhi di tutti, per numerosità, continuità e portata delle operazioni eseguite. E anche per la numerosità delle condanne definitive a cui giungono i processi scaturiti da tali operazioni. Tuttavia, in molte situazioni del Paese le organizzazioni criminali hanno potuto operare, insediarsi, diventare perfino potere palese senza subire le azioni preventive e repressive che ci si poteva aspettare alla luce del sistema repressivo così avanzato e specializzato.

Basta pensare alla velocità impunita con cui è potuta montare la criminalità foggiana o garganica e alla conseguente percezione di impunità che ha generato sul territorio sfide temerarie per la sicurezza pubblica.

O al caso di Brescello, poi sfociato nello scioglimento del comune, portato all’attenzione dell’opinione pubblica grazie all’inchiesta televisiva di un gruppo di studenti delle scuole superiori di Reggio Emilia, quando già il livello di guardia era stato abbondantemente e pubblicamente superato. O ancora, al lunghissimo periodo di incubazione (anche in quel caso: pubblica) della vicenda emblematica di Fondi.

O alle intimidazioni nei confronti degli amministratori locali nei comuni, soprattutto minori, della Lombardia.

Non mancano purtroppo gli esempi di laissez faire da parte delle istituzioni, in apparente inconciliabilità con il felice quadro di apertura o allo scarso ricorso allo strumento delle interdittive antimafia da parte di molte prefetture centro-settentrionali o, ancora, alla differente modalità di contestazione e applicazione del reato di associazione di tipo mafioso nei confronti degli stessi gruppi di imputati tra autorità giudiziarie di aree diverse: come se lo stesso comportamento illegale commesso dalle stesse persone fosse diverso a seconda del territorio di consumazione del reato. Di fatto è come se lo Stato italiano operasse contro la mafia usando due registri contrapposti. Da un lato c’è il registro delle strutture specializzate, il vero law enforcement, l’insieme di codici culturali e di comportamento in grado di portare alla vittoria contro i clan più potenti e aggressivi.

Dall’altro c’è un registro che non costituisce un gradino preparatorio dell’intervento specialistico; su cui operino persone non altamente specializzate ma comunque dotate di orientamenti omogenei a quelli delle strutture e dei corpi dedicati.

È il registro con cui purtroppo fanno pacificamente i conti ogni giorno i clan, sapendo di poter fare affidamento su una certa quota di distrazione, di quieto vivere, o di inconsapevolezza, quando non di connivenza o complicità. Fatto di comandi locali troppo esigui per intervenire, perché la geografia del potere mafioso non coincide con quella del potere ufficiale, che per decenni ha lasciato così sguarnite le capitali dei clan mafiosi, spesso piccoli paesi: Platì e San Luca, Rosarno (la massima densità di affiliati rispetto alla popolazione) e Limbadi, Volpiano e Buccinasco, San Giuseppe Jato e Casal di Principe, Fino Mornasco e Brescello, solo per fare alcuni nomi.

Fatto di timori a esporsi personalmente ma anche, come dicono le inchieste, di buoni rapporti di convivenza; di riluttanza a intervenire direttamente ma anche a riferire ai comandi superiori; di minimizzazioni delle segnalazioni.

A volte di totale incapacità di misurare gli effetti della propria inerzia sui beni comuni della giustizia e della libertà dei cittadini che si ha il compito di proteggere. “Come fa un maresciallo dei Carabinieri a non sapere che cosa sia la mafia?”, si chiedeva il generale dalla Chiesa nella celebre intervista del 1981 a Enzo Biagi, quasi a indicare un superiore bisogno di formazione, che non avrebbe potuto essere monopolio di strutture specializzate (allora peraltro inesistenti).

Da un lato l’eccellenza, l’efficienza esemplare; dall’altro un lassismo capace anche di caricarsi di tinte autoritarie, ma quasi mai verso le organizzazioni mafiose. Da un lato gli eroi, anche sconosciuti; dall’altro lato gli impiegati dell’ordine pubblico.

Fenomeni analoghi si trovano nella conduzione della giustizia, nella quale si rinvengono frequentemente fenomeni di sottovalutazione, di impreparazione a valutare, incapacità di riconoscere il fenomeno mafioso proprio perché non lo si è mai conosciuto. In cui, mentre giustamente si celebrano i nomi dei giudici amati da un intero popolo, si susseguono provvedimenti che seminano sconcerto non solo nell’opinione pubblica, ma anche tra gli esperti: disquisizioni su cosa si debba intendere “davvero” per mafia (e conseguenti assoluzioni o rinvii ai giudici di merito), con il risultato che si è dovuto attendere il 2017 per certificare in tribunale l’esistenza della mafia in Liguria. Provvedimenti di concessione degli arresti domiciliari a boss di notorio spessore criminale sulla base di apodittiche dichiarazioni di fine di pericolosità sociale oppure accettazione di perizie mediche o psichiatriche surreali, tanto da avere generato in merito una specifica letteratura scientifica.

La Commissione ha potuto raccogliere una significativa testimonianza sui cortocircuiti provocati dal doppio registro repressivo. Si tratta dell’aggressione subìta dal pubblico ministero Giovanni Musarò nel carcere di Viterbo da parte di Domenico Gallico, boss dell’omonima e potente cosca di Palmi pluricondannato all’ergastolo e detenuto al 41-bis dal 1990, nel corso di un interrogatorio richiesto dallo stesso detenuto, al momento imputato in un nuovo processo a Palmi.

L’aggressione brutale si consumava nei primissimi minuti dell’incontro nonostante il magistrato avesse preventivamente allertato la direzione del carcere sulla pericolosità di Gallico e sulla conseguente necessità di predisporre adeguate misure di sicurezza. Misure che non furono adottate, con una grave sottovalutazione della caratura criminale del detenuto che, lasciato entrare solo e senza manette nella stanza del colloquio, si scagliò contro il magistrato colpendolo ripetutamente con violenza.

Nei confronti di Gallico la procura di Viterbo si era limitata a ravvisare solo il reato di lesioni aggravate, senza rilevare l’aggravante mafiosa e trasmettere gli atti alla procura distrettuale di Roma, cosa che è avvenuta solo successivamente e dopo gli approfondimenti e le sollecitazioni della Commissione. E come tacere, risalendo nei gradini della sovranità statuale, del doppio registro della stessa produzione legislativa? Una produzione avanzata, pionieristica sulla mafia ma non sulla certezza della pena, la celerità dei processi o sui reati che fanno corona al fenomeno mafioso e lo alimentano organicamente, come quelli legati alla corruzione.

Non sulle forme sanzionatorie nei confronti di chi, con la divisa o la toga addosso, fornisca informazioni di qualunque tipo agli uomini dei clan. Si pensa e si legifera come se la mafia fosse una forma di comune delinquenza, separabile quasi fisicamente dalle patologie del sistema.

La consapevolezza del doppio registro può rappresentare il punto di arrivo di un importante percorso di maturazione istituzionale e civile e il necessario punto di partenza per allestire una strategia finalmente organica e partecipata nel contrasto delle organizzazioni mafiose.

Essa può essere infatti il motore di interrogativi e di scelte radicali, in grado di bruciare molti dei tradizionali punti di forza su cui i poteri mafiosi hanno potuto fare affidamento con ricadute su più livelli: dalla disposizione delle forze in campo, flessibilmente adeguata a quella dell’avversario, alla formazione di base e di motivazione etico-professionale di tutti coloro che sono chiamati a rappresentare lo Stato sul campo; dai livelli di specializzazione della magistratura giudicante, come questa Commissione non si è stancata di auspicare, alle condizioni organizzative necessarie a evitare l’assunzione di decisioni che suonino nominative e solitarie.

E infine sulle potenzialità di vigilanza e monitoraggio centralizzati, dal censimento effettivo di tutti i reati al monitoraggio delle sentenze su processi di mafia, per territori e livelli di giurisdizione. Alla valutazione dei possibili effetti criminogeni di determinate scelte legislative.

Si tratta in definitiva di avvicinarsi a quella logica “di sistema” che fa, essa sola, dello Stato non un “semplice” antagonista sul campo ma uno stratega quotidiano e coerente della lotta alla mafia. Ma occorre anche smascherare il paradosso di mafie più deboli che trovano nuova forza in una società che appare più mafiosa di un tempo e lavorare e restringere l’area della neutralità.

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