Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci dell’ordinanza del 18 Marzo 1995, “Azzi+25” di Guido Salvini, il giudice che a Milano provò, a più di vent’anni di distanza dai fatti avvenuti, a far condannare responsabili e complici di una stagione di sangue


Purtroppo, come si è appreso nel corso della testimonianza del maresciallo Felli il 15.2.1993, l'accesso di questo Ufficio presso il Centro C.S. di Padova è avvenuto troppo tardi per raccogliere anche la testimonianza di "Nico", il maresciallo Patrizio Fieni, che era improvvisamente morto poco tempo prima. Si è perduta così la possibilità di ascoltare il racconto del sottufficiale che aveva avuto più contatti con Turco e che certamente avrebbe ricordato con un maggior numero di dettagli e più nitidamente le notizie che erano state fornite dalla fonte.

Nonostante ciò, anche la deposizione del maresciallo Felli, che pure aveva avuto un solo incontro, insieme a Nico, con Gianni Casalini, ha introdotto nella ricostruzione del "Caso Padova" e quindi degli attentati della primavera del 1969 e della copertura di cui avevano usufruito i responsabili, elementi di grande importanza e in parte del tutto inediti.

Dalla testimonianza del maresciallo Felli si ricavano tre elementi fondamentali per la ricostruzione della vicenda trasfusa con preoccupazione nell'appunto del generale Maletti.

In primo luogo, il personale del Centro C.S. di Padova si era perfettamente reso conto di trattare una situazione estremamente delicata e di disporre di una "fonte" interna al gruppo che, in un momento in cui a Catanzaro le indagini erano ancora in corso, poteva fornire notizie di considerevole importanza per l'arricchimento del quadro istruttorio. Una fonte con un carattere chiuso e malinconico, soggetta a frequenti crisi depressive, ma del tutto attendibile e molto probabilmente soggetta a rimorsi per lo sviluppo tragico che avevano avuto gli eventi cui aveva pur marginalmente partecipato. Non a caso il maresciallo Felli ha usato il medesimo concetto ("scaricarsi la coscienza") che costituisce l'apertura dell'appunto sul Caso Padova.

In questo senso è del tutto comprensibile l'impegno e la preoccupazione del personale del Centro C.S. di Padova, che ha ritenuto di coinvolgere l'Arma territoriale eludendo molto probabilmente, in una prima fase, il controllo della Direzione del Servizio (già gravata da numerosi sospetti dopo i casi di Giannettini e di Pozzan) e sono ugualmente del tutto comprensibili i timori del generale Maletti, non lontano dall'essere arrestato dai giudici di Catanzaro per tali due episodi.

In secondo luogo, le pur scarse notizie ricordate dal maresciallo Felli, che era stato presente solo all'incontro a Campo San Piero, coincidono pienamente da un lato con quanto accennato nell'appunto e d'altro lato con quanto era emerso nell'istruttoria del G.I. D'Ambrosio sulle attività della cellula di Padova. Gianni Casalini, infatti, aveva affermato di aver accompagnato a Milano Ivano TONIOLO, il quale portava con sè una borsa con esplosivo, in un momento precedente la strage di Piazza Fontana e cioè in occasione di uno degli attentati che avevano costituito la prima fase della campagna terroristica.

Il riferimento al ruolo svolto da Ivano Toniolo è del tutto attendibile e si inquadra perfettamente con quanto già emerso nell'istruttoria milanese. Ivano Toniolo, infatti, giovane aderente alla cellula di Padova ed elemento spiccatamente operativo, era imputato nell'istruttoria milanese di partecipazione all'associazione sovversiva costituita da FREDA, VENTURA e POZZAN e si era reso irreperibile allontanandosi dall'Italia per sottrarsi all'interrogatorio degli inquirenti.

Molto probabilmente proprio a casa di Ivano Toniolo, secondo le pur caute e in seguito ritrattate dichiarazioni di Pozzan, si era svolta la famosa riunione del 18.4.1969 in occasione della quale, presenti anche gli inviati romani di Avanguardia Nazionale, era stato definitivamente messo a punto il programma della campagna terroristica che sarebbe iniziata di lì a pochi giorni con gli attentati del 25.4.1969 alla Fiera di Milano e alla Banca Nazionale delle Comunicazioni sita all'interno della Stazione Centrale della nostra città.

L'episodio narrato da Gianni Casalini a Nico è del resto certamente una parte della "trasferta" effettuata dal gruppo veneto a Milano il 25.4.1969 per commettere i due attentati, quasi contemporanei, all'interno dello stand della FIAT alla Fiera Campionaria e all'Ufficio Cambi della Banca situata all'interno della Stazione Centrale.

Il primo dei due attentati, fra l'altro, era stato di notevole gravità e aveva provocato 21 feriti. In entrambi i casi, infatti, i congegni esplosivi erano occultati in borse di pelle e la data era stata con ogni probabilità scelta per rendere più verosimile una paternità di sinistra dei due episodi.

Il ruolo di Gianni Casalini, pur marginale e probabilmente di mero accompagnamento del più determinato Toniolo, da lui stesso riferito a Nico è inoltre quasi perfettamente coincidente con il contenuto dell'appunto del 5.6.1975 (Casalini...ha portato esplosivo), a definitiva conferma della validità degli elementi che vi erano sinteticamente accennati.

L'acquisizione di ulteriori elementi di prova in merito a tale viaggio del gruppo a Milano, se la fonte non fosse stata abbandonata, avrebbe considerevolmente arricchito il quadro probatorio e meglio messo a fuoco la fase iniziale della campagna di attentati del 1969.

Per i due attentati del 25.4.1969, Franco Freda e Giovanni Ventura, soprattutto sulla base delle dichiarazioni di Ruggero PAN (uno dei componenti minori del gruppo, già detentore dell'arsenale poi rinvenuto a Castelfranco Veneto), sono stati del resto comunque condannati, anche se non era mai stata individuata alcuna delle altre persone, necessariamente almeno due o tre, che si erano mosse da Padova per eseguire i due attentati.

Emerge ora la presenza a Milano di Ivano Toniolo, uno degli uomini di fiducia di Franco Freda, il cui ruolo nella complessiva strategia degli attentati del 1969 non era, con ogni probabilità, interamente venuto alla luce nel corso dell'istruttoria milanese.

Non a caso Ivano Toniolo, dopo la sua fuga nel 1973, non è mai più rientrato in Italia ed è stato segnalato in Spagna, Sud-Africa e Angola, Paesi - almeno i primi due - noti per essere una sicura terra di rifugio per molti esponenti dell'estrema destra eversiva.

In terzo luogo, emerge con chiarezza dalle deposizioni del maresciallo Felli che il personale del Centro C.S. di Padova, dopo essersi forse illuso di avere affidato in buone mani le notizie raccolte tramite il coinvolgimento dell'Arma territoriale, che aveva l'obbligo di riferire quanto acquisito all'Autorità Giudiziaria, era stato completamente estromesso dagli ulteriori sviluppi della vicenda e non era stato in alcun modo sollecitato a proseguire, sulla base del rapporto fiduciario instaurato con la fonte, l'acquisizione di notizie così importanti.

Quasi sicuramente, ad un certo punto, la Direzione centrale del S.I.D. aveva sconsigliato il Centro periferico di proseguire l'azione informativa nei confronti di Gianni Casalini o quantomeno ne aveva convinto il responsabile che poteva ormai disinteressarsene, essendo la questione passata in altre mani - e vedremo quali - più "competenti". E' questo il senso profondo del pur laconico accenno del maresciallo Felli al termine della deposizione: "era un momento difficile e non escludo che la nostra azione sia stata vista con sospetto da qualcuno".

Dopo il racconto del maresciallo Fulvio Felli, le indagini finalizzate a ricostruire completamente questa gravissima vicenda di "depistaggio" e di abbandono o soppressione di elementi probatori già raccolti e ancora passibili, all'epoca, di rilevantissimi sviluppi, si orientavano in due direzioni.

Risentire in primo luogo Gianni Casalini al fine di tentare di "recuperare" almeno parte delle notizie fornite a Nico molti anni prima. Sentire i due sottufficiali dell'Arma dei Carabinieri di Milano e il Capocentro del S.I.D. di Padova dell'epoca, al fine di accertare dove fosse finita la relazione consegnata ad uno di essi dopo il "passaggio di consegne" all'Arma territoriale competente per la prosecuzione delle indagini grazie alle sue funzioni di polizia giudiziaria.

Gianni Casalini, in data 23.4.1993, rendeva quindi una nuova testimonianza: "L'Ufficio chiede innanzitutto a Casalini se abbia conosciuto TONIOLO. Posso dire che l'ho conosciuto nel periodo in cui frequentava la libreria Ezzelino, nella seconda metà degli anni '60. E' scomparso da Padova da moltissimi anni, cioè dagli anni in cui sono avvenuti gli attentati. TONIOLO aveva una sorella che io non ho mai conosciuto e che è morta in modo strano per avere ingerito una eccessiva dose di barbiturici, non si sa se volontariamente o per errore. Ho conosciuto però in qualche occasione, nei primi anni '60, la madre di TONIOLO, che si chiamava LENA, che era anch'ella molto orientata a destra. TONIOLO a Padova era studente, lo ricordo studente alle superiori, e faceva parte del gruppo di A.R.- L'Ufficio mi comunica che NICO, il sottufficiale con cui ero in contatto, è recentemente deceduto e che comunque risulta che io avrei reso dichiarazioni interessanti proprio a NICO nella prima metà degli anni '70. Non sapevo che NICO fosse morto, del resto non lo vedevo più da molto tempo. L'ultima volta l'ho incontrato qualche anno fa a Padova e mi aveva detto che era prossimo alla pensione. Ricordo che in uno dei nostri incontri andammo a cena in un ristorante fuori Padova e c'era anche LUCA e forse un'altra persona che però mi era sconosciuta.

Poichè l'Ufficio mi chiede di ricordare quali siano le notizie che in questa e in altre occasioni io abbia riferito, posso dire che mi è molto difficile rispondere anche per motivi di preoccupazione che sono ben comprensibili. E' vero che quasi tutte queste persone non sono più in circolazione da tanti anni a Padova, ma non si sa mai cosa può accadere. Vicino a Padova abita ancora POZZAN, che è una persona vendicativa. Poichè l'Ufficio mi chiede nuovamente ciò di cui io sia a conoscenza in merito ai fatti che precedettero gli attentati del dicembre 1969, nonostante le mie preoccupazioni mi sento di dire questo: Come lei ha notato, io ho più volte fatto riferimento agli attentati del 25 aprile 1969 a Milano. Ebbene, in una occasione FREDA, in un contesto molto ristretto, ne parlò da protagonista e fece capire che erano andati a Milano lui e qualche altra persona di Padova o del Veneto, che però non specificò. Questo discorso avvenne diverso tempo dopo i fatti, in epoca però che non so precisare, ma comunque quando le acque su quegli episodi si erano ormai acquietate.

Mi riferisco quindi ad un periodo almeno di mesi. In quella occasione non collegai assolutamente questa confidenza agli attentati del 12.12.1969. In quel momento erano presenti solo pochissime persone a lui molto vicine e quindi in un contesto di affidabilità. Non sono in grado di dire chi oltre a me fosse presente. Ricordo che FREDA parlò in particolare dell'Ufficio Cambi che non sapevo dove fosse ubicato a Milano. In quel momento certamente FREDA per questi fatti non era ancora sotto processo. A domanda dell'Ufficio: può essere, anzi è probabile, che io abbia parlato di questa circostanza a NICO. A domanda dell'Ufficio: nei medesimi anni cioè verso la metà degli anni '60, a Padova, avevo conosciuto IVAN BIONDO che era studente di legge.

Costui era figlio di un Sostituto Procuratore della Repubblica di Vicenza ed entrambi eravamo ancora nel M.S.I. So che in seguito è diventato giudice anche lui e mi risulta che lo sia ancora.

Una volta ho accompagnato Freda da Biondo in un Paese dove questi si trovava con la moglie ospite di parenti di questa. Il Paese era nella zona tra Vicenza e Venezia e ricordo che la moglie di Biondo si chiamava MARINELLA, una ragazza con i capelli neri e molto carina.

Accompagnai Freda con la mia LANCIA APPIA e questi parlò con Biondo di libri e di soldi. Eravamo all'inizio degli anni '70, all'incirca tra il '70 ed il '72. Voglio dire ancora una volta che esprimo preoccupazione per la situazione e per le persone che ho nominato in questa deposizione in quanto non si può sapere cosa può accadermi e non è possibile raccontare tutto.

Si dà atto che, chiestogli se sia preoccupato, il teste più volte annuisce."

La chiave di lettura dell'ultima deposizione di Gianni Casalini è assai semplice.

Gianni Casalini ha confermato di aver conosciuto molto bene Ivano Toniolo, sin dalla fine degli anni '60, peraltro spiegando subito e con accento di sincerità di avere ancora paura di lui e del suo ambiente ( ""queste persone non sono più in circolazione da tanti anni, ma non si sa mai cosa può accadere"" , ""Pozzan è una persona vendicativa"" ).

Tale circostanza, unitamente all'impossibilità di essere ormai rassicurato da Nico, persona di cui la fonte aveva fiducia, e al comprensibile timore di gravi conseguenze penali per se stesso, consente di comprendere le ragioni per cui Casalini non si è sentito di ripetere le confidenze fatte a Nico in occasione della cena presso il ristorante di Campo San Piero e probabilmente in occasione precedenti.

Gianni Casalini, tuttavia, pur non assumendosi responsabilità dirette per quanto era avvenuto il 25.4.1969 a Milano, ha arricchito il quadro d'accusa nei confronti della cellula padovana in relazione agli attentati avvenuti quel giorno, raccontando che Franco Freda, in un contesto molto ristretto e quindi di piena affidabilità reciproca, aveva rivendicato a sè e a qualche altra persona del gruppo veneto il "merito" di aver commesso tali due attentati.

La confidenza di Freda, secondo quanto riferito da Casalini, ha poi particolare valore in quanto era avvenuta ben prima che gli inquirenti imboccassero la "pista nera", e quindi a breve distanza di tempo dai fatti e in un momento di assoluta "serenità".

Gianni Casalini ha anche confermato di aver parlato di tali episodi con Nico e quindi la sua testimonianza, nonostante l'evidente reticenza dovuta al timore, non smentisce ma anzi indirettamente integra quelle del maresciallo Felli ed il quadro complessivo della ricostruzione dei fatti.

Si noti che Gianni Casalini ha anche accennato ai rapporti tra Franco Freda e Ivan Biondo, un giovane vicentino gravemente sospettato, nell'ambito dell'istruttoria milanese, di aver collocato l'8.8.1969, insieme allo stesso Freda, uno degli ordigni sui convogli ferroviari e precisamente quello sul treno Pescara-Roma.

Anche in questo caso, la dovizia e la precisione dei particolari sulla persona del Biondo e sui suoi rapporti con il gruppo di Padova testimonia la piena lucidità della "fonte" Casalini e dei suoi ricordi pure a distanza di tanti anni.

Al fine di completare il quadro dei rapporti fra Gianni Casalini e il Centro C.S. di Padova, è stato anche sentito il terzo sottufficiale con cui Casalini era stato in contatto, e cioè il maresciallo Romeo PIZZOLINI che operava con il nome in copertura NIEVO.

Il maresciallo Pizzolini non ha potuto aggiungere molto in quanto, pur essendo entrato in contatto per primo con Casalini, segnalatogli dal maresciallo Guerriero della caserma dei Carabinieri di Prato della Valle, aveva passato la gestione della fonte al collega Nico.

Tuttavia, anche il maresciallo Pizzolini ha potuto delineare un quadro della "fonte" comunque utile per descriverne la personalità e comprenderne le motivazioni psicologiche.

Infatti, "Nievo" ha descritto Casalini come una persona malinconica e silenziosa, come in situazione di attesa, tormentata da rimorsi, ma incerta sul da farsi (cfr. dep. Pizzolini, 27.2.1993). Un uomo in sostanza timoroso, ma prossimo a "scaricarsi la coscienza", esattamente come sottolineato nel preoccupato appunto del Capo del Reparto D del S.I.D.

© Riproduzione riservata