L’assenza di un vertice unitario e di una base autorevole probabilmente ha fatto sì che cosa nostra non fosse più un interlocutore tale da potere dialogare, alla pari, con la politica. Tuttavia, il controllo delle amministrazioni comunali è proprio quello che consente, attraverso gli appalti di piccola o media entità e quelli in via d’urgenza, di rimpinguare non solo le casse ma anche le mire di supremazia dell’associazione mafiosa...
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
Il quadro complessivo che emerge dai lavori della Commissione impone, tuttavia, un altro genere di riflessioni, certamente non di natura allarmistica, ma che tendono a puntualizzare alcuni passaggi, talora superficiali, della lettura quasi trionfalistica spesso offerta nelle riflessioni sullo “stato di salute” della mafia siciliana.
Deve preliminarmente e doverosamente darsi atto, prima di ogni altra considerazione, dell’incessante impegno della magistratura e delle forze dell’ordine le quali, nel corso del tempo, si sono instancabilmente profuse per arginare la potenzialità di cosa nostra, ottenendo, in tal senso, risultati così importanti tanto da porre oggi, appunto, la questione della sopravvivenza della mafia. Indubbiamente, tale organizzazione criminale, ha subìto alcuni cambiamenti epocali che hanno inciso sulla sua connotazione di mafia eversiva che sfidava il sistema democratico e che, di conseguenza, si avvaleva di forme di efferata violenza dinamitarda e indiscriminata.
È certamente scomparsa, dalla fine del 1994 e fino a questo momento, la mafia stragista di area corleonese che, con una progressiva escalation, giunse ad essere la protagonista, ma non da sola, di una stagione di terrorismo politico-mafioso. Del resto, gli attori di quell’epoca, almeno quelli individuati dalla parte mafiosa, sono stati tratti in arresto, compresi quanti svolsero funzioni di promozione della strategia sanguinaria, quali Riina e Provenzano che, anzi, sono recentemente deceduti. In status libertatis è rimasto soltanto Matteo Messina Denaro al quale, tuttavia, al di là di aspetti di natura formale mafiosa, non viene riconosciuto l’interesse a intraprendere nuove campagne di violenza essendosi dedicato, invece, oltre che a garantirsi la latitanza, alla pacifica gestione di imperi economici.
In ogni caso, non sono stati finora registrati episodi significativi che lascino presagire né la volontà né la capacità di cosa nostra di un ritorno alla guerra alle istituzioni democratiche, fermo restando, ovviamente, che, trattandosi di un’organizzazione segreta, peraltro soggetta a continue trasformazioni, è impossibile effettuare qualunque genere di prognosi in termini di assoluta affidabilità.
A parte, dunque, questo straordinario risultato su cui ormai converge la gran parte delle opinioni, un altro cambiamento che si ritiene provato è quello secondo cui, nel periodo successivo alle stragi e all’arresto, nel 1993, di Totò Riina, cosa nostra abbia optato per la cosiddetta “strategia della sommersione”. In sostanza, l’associazione mafiosa, dopo avere patito pesantemente la mano ferma dello Stato con tutte le relative conseguenze in termini di detenzione, anche in regime di 41bis dell’ordinamento penitenziario, e di sequestri di patrimoni, avrebbe preferito, sotto la guida di Provenzano, rimasto libero fino all’11 aprile 2006, agire sottotraccia rendendosi quasi invisibile sì da non suscitare allarme sociale e da sfuggire alla morsa delle investigazioni.
Bisogna tuttavia riflettere sul significato della ipotizzata “sommersione” che potrebbe erroneamente evocare un cambiamento strutturale di cosa nostra. Innanzitutto va sottolineato che la “sommersione” era una strada necessitata non potendo la mafia, in quel momento, secondo le proprie regole, compiere azioni straordinarie di violenza che non fossero già state deliberate da Riina quale capo formale dell’associazione mafiosa o che, comunque, richiedessero la delibera delle commissioni - provinciali o regionale - di cosa nostra, rimaste inattive per lo stato di detenzione del suddetto corleonese.
Invero, durante il periodo della sua lunga reggenza, Provenzano, così come ricostruibile anche attraverso i pizzini sequestrati nel suo covo di Montagna dei Cavalli di Corleone, non aveva il potere formale di assumere un tal genere di decisioni. Basti ricordare la questione del ritorno dei cosiddetti “scappati”, rispetto alla quale lo stesso Provenzano dichiarava di non essere in grado di adottare da solo eventuali determinazioni diverse rispetto a quelle originariamente assunte sotto la direzione di Riina.
D’altra parte, che la regola fosse questa veniva più tardi confermato da una serie di intercettazioni registrate nel 2008, nell’ambito della nota operazione “Perseo” della direzione distrettuale antimafia di Palermo, in cui i vari capi mandamento del palermitano, da un lato, ricordavano che, in ossequio ai precetti di cosa nostra, Binnu Provenzano, durante la sua reggenza e prima della sua cattura, si limitava formalmente a esprimere consigli più che ordini, e dall’altro, evidenziavano che non era possibile procedere alla rifondazione della commissione provinciale di cosa nostra non potendo conoscere le determinazioni del capo Riina ristretto in regime di 41-bis.
Alla questione formale va aggiunto che, in ogni caso, nel periodo post-stragi, l’interesse dell’associazione mafiosa palermitana non era più quello della guerra allo Stato che, non solo non aveva prodotto, almeno per la popolazione di cosa nostra, i risultati sperati,
ma aveva causato, all’organizzazione e ai suoi singoli aderenti, danni incommensurabili. Allora, stando alle inchieste giudiziarie di quegli anni che continuavano a dimostrare comunque l’operatività affaristica dell’associazione mafiosa, ma anche il ricorso alla violenza, omicidi compresi, quando ciò si rendeva necessario, deve affermarsi che la “sommersione” non era né invisibilità né mutamento fisionomico di cosa nostra, ma semmai un ritorno al passato, a ciò che essa era prima dell’avvento corleonese, riappropriandosi dei suoi ambiti tradizionali.
Lo storico Salvatore Lupo ha efficacemente evidenziato alla Commissione che “in prospettiva storica, questa vicenda cosiddetta corleonese sembrerà un’enclave, perché la mafia è nascosta di sua natura, la mafia si nasconde nelle pieghe delle relazioni sociali, e si è inflitta da sola la più grossa sconfitta in quanto non ha più reso possibile che qualcuno dicesse che la mafia non esiste, perché la mafia si è palesata da sé nella sua esistenza indubitabile”.
Forse è proprio ad opera dello stesso Provenzano che finisce, dunque, la lunga epoca corleonese di cosa nostra per ritornare a quella della tradizionale convivenza con lo Stato. Un altro rilevante, ma successivo, cambiamento della mafia siciliana è quello dell’assenza, a partire dall’11 aprile del 2006, di un vertice unitario.
Con la cattura di Bernardo Provenzano, cosa nostra rimane senza un capo libero, universalmente riconosciuto, mentre i tentativi espansionisti del latitante Salvatore Lo Piccolo, qualora avessero mai potuto dar luogo ad una sua ascesa nella gerarchia mafiosa complessiva, vennero comunque stroncati il 5 novembre del 2007 con il suo arresto.
L’assenza di un capo attivo si è tradotta, ovviamente, anche in assenza di strategia unitaria e, dunque, di crescita delle potenzialità criminali. A ciò ha altresì corrisposto, grazie ai continui arresti, un generale abbassamento del livello degli uomini d’onore spesso posti a capo di famiglie o mandamenti come scelta obbligata, in assenza di figure di esperienza e di rilievo.
Tutto questo, tuttavia, non può leggersi in termini ottimistici di decadimento assoluto di cosa nostra, minata tanto al vertice che alla base, dato che le indagini giudiziarie dimostrano il contrario.
Con una certa frequenza vengono eseguite, in tutti i distretti siciliani, misure cautelari per il delitto di cui all’articolo 416-bis del codice penale e per i relativi reati-fine, quali le estorsioni che, essendo di norma indirizzate a commercianti e accompagnate da danneggiamenti e atti intimidatori, continuano a manifestare, sui territori, la presenza invasiva e condizionante della mafia.
Al contempo, la continua esecuzione di sequestri patrimoniali, in sede penale o di prevenzione, testimonia, a sua volta, che cosa nostra ha proseguito, comunque, nella sua attività di arricchimento. Inoltre, e soprattutto, l’elevato numero di scioglimenti di comuni siciliani per infiltrazione mafiosa, ma anche di amministrazioni ex articolo 34 del codice antimafia (che hanno riguardato banche e società di rilevante interesse), comprovano, qualora ve ne fosse bisogno dopo che due presidenti della Regione siciliana hanno subito processi per fatti di mafia, che è proseguita imperterrita l’attività propria dell’associazione mafiosa di infiltrazione nei settori della pubblica amministrazione, della politica, dell’economia.
L’assenza di un vertice unitario e di una base autorevole probabilmente ha fatto sì che cosa nostra non fosse più un interlocutore tale da potere dialogare, alla pari, con la politica. Tuttavia, il controllo delle amministrazioni comunali è proprio quello che consente, attraverso gli appalti di piccola o media entità e quelli in via d’urgenza, di rimpinguare non solo le casse ma anche le mire di supremazia dell’associazione mafiosa. Né può dirsi che l’attuale cosa nostra abbia rinunciato tanto all’idea di ricostituire i suoi organi deliberativi quanto alla sua vocazione violenta.
Come si accennava, alla fine del 2008 i capi mandamento del palermitano davano luogo ad una serie di riunioni per ricostituire la commissione provinciale di cosa nostra anche perché ciò, come affermavano testualmente mentre erano intercettati, avrebbe consentito loro di ritornare a fare le “cose gravi”. Progetto questo che, insieme ad altri tentativi di ridarsi organi di vertice, registrati dalle forze dell’ordine negli anni successivi, venne interrotto a causa dell’arresto dei soggetti coinvolti.
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