Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del “Processo alla Sicilia”, il libro che raccoglie trentacinque inchieste di Pippo Fava, direttore de “I Siciliani”, ucciso con cinque colpi di pistola il 5 gennaio del 1984 a Catania


Corleone, un nome bello, spavaldo; evoca sole, battaglia con lunghe armi bianche. Invece non c’è un altro luogo dove la morte sia così stupida e vile. Sempre a tradimento. Sono morti così più cittadini di Corleone di quanti non ne siano caduti nelle guerre della patria. Qui è il cuore della mafia. I «boss» italoamericani tengono aggiornati i quaderni dei vivi e dei morti ed hanno il linguaggio pittoresco: Palermo perciò la chiamarono la «Chicago degli anni sessanta», e Corleone semplicemente «Tombstone», cioè pietra tombale. Dire che Corleone sia il cuore della mafia è però un paragone romantico: se la mafia è un orribile ragno, questo è il ventre, le budella, la forza vitale, la voracità, le feci.

Quella di Corleone è una storia esemplare della mafia. Vale per tutte, poiché ne riproduce le cause, l’allucinante progredire, le stragi, gli interessi, l’indescrivibile ferocia. Un paese sprofondato in mezzo alle montagne, le montagne quasi deserte, le strade di comunicazione difficili, il fondo della valle coperto di agrumeti, le case aggrappate al pendio, tre chiese di favolosa bellezza architettonica, palazzi antichi che cadono a pezzi, edifici nuovi e squallidi, alcune strade che si incrociano dritte, alcuni bar, circoli dei contadini, degli agricoltori, degli artigiani dove si gioca a carte, il ginnasio, il liceo, una trentina di negozi, un centinaio di universitari, una biblioteca antichissima, il trenta per cento di analfabeti, due cinema; mai una conferenza, una mostra d’arte, cinquemila emigrati.

«Quando arrivai a Corleone per la prima volta - dice il vice questore Mangano - volli percorrere a piedi tutte le strade per conoscere da vicino questo atroce paese. Mi stupirono sopratutto due cose: la sporcizia delle strade in mezzo alle quali vagavano un numero incredibile di animali, cani, maiali, galline, e l’estaticità della gente. Stavano seduti in silenzio dinnanzi alle porte dei bar e non parlavano, sembrava non si conoscessero nemmeno fra di loro. Aspettavano...».

Il vice questore Mangano è un uomo alto un metro e novanta, con una grande barba grigia, gli occhi grigi. Fu lui a catturare il bandito Liggio accusato di quindici omicidi: sfondò con un calcio la porta e lo tirò fuori dal letto. Continua: «Arrivai al crocevia centrale del paese, nel punto dove erano stati uccisi tre uomini tutti insieme, e mi guardai attorno. A mano a mano che giravo lo sguardo le persone che erano intorno voltavano adagio le spalle e se ne andavano. La mia prima impressione fu di una grande miseria. Ma c’era una cosa che colpiva di più in quella gente: la paura...».

Nella zona di Corleone sono state assassinate cento persone in quindici anni: uccise sulle strade del centro ed in quelle della periferia, dentro le case o nelle campagne, di notte e di giorno, a tradimento o con una raffica in faccia, sulla porta del bar, sui gradini di una chiesa o sull’uscio di casa. A Corleone la casistica del delitto è completa: ci sono state vittime, come il sindacalista Placido Rizzotto, lasciate morire di fame, divorate dai cani e dai topi della campagna. Ci sono stati uomini, come il dottore Navarra, giustiziati con cento proiettili di mitra. Altri sono stati uccisi in gruppo, Giovanni Marino, Marco Marino e Pietro Maiuri, tre in una volta, in pieno giorno al centro della città, fucilati da dieci direzioni diverse. La strage cominciò con la spartizione dei feudi.

I contadini volevano la terra dei ricchi, i vecchi agricoltori ed i campieri la volevano pure; i braccianti ritenevano che la miseria desse loro diritto ad un pezzo di campagna, non si rendevano neppure conto che la campagna da sola non basta, ci vogliono gli animali per ararla, la casa per abitarci, l’acqua per irrigarla; ma erano tempi di confusione retorica: ad ogni buon conto facevano tumultuose ed innocue dimostrazioni, occupavano la terra con bandiere, bambini e donne e la sera se ne tornavano contenti al paese. I massari ed i campieri volevano invece acquistarla dai vecchi padroni, acquistarla a buon prezzo, avevano argomenti molto convincenti, tagliavano gli alberi, tagliavano i garretti agli animali delle mandrie, appiccavano incendi.

Taluni proprietari cominciarono a vendere, altri vennero a patti, altri infine cercarono di resistere, o addirittura presero l’iniziativa di ingrandire la loro proprietà. Tenete conto che, se tutte le terre di Corleone fossero spartite a tutti gli abitanti, esse non basterebbero ad assicurare ad ognuno un reddito tale da sopravvivere. Tutto cominciò così dalla miseria, anzi dalla spartizione della miseria. In quel tempo comandavano i «ras», cioè coloro che volevano soprattutto difendere la loro proprietà dalle occupazioni dei contadini ed i loro armenti dalle rapine dei malviventi affamati. Erano borghesi in definitiva. Non uccidevano mai di persona, facevano uccidere. Il più potente di tutti era Salvatore Cascone detto «Salomone» per la presunta saggezza delle sue decisioni. Commise un’imprudenza; pare facesse la corte alla moglie di un cafone, disposto magari a farsi camminare sulla faccia da un capomafia, ma non a farsi tradire dalla moglie. E Salomone si prese tre revolverate. Fu una morte banale. Gli succedette in potenza il dottor Michele Navarra, chirurgo, medico primario, direttore dell’ospedale e dirigente della «coltivatori diretti».

Era un uomo di sessant’anni, di piccola statura, grasso, con il volto largo e bonario, calvo, un paio di folti baffi. Possedeva un’ottima cultura letteraria, una grande perizia nella professione medica ed era ricchissimo. La sua parola era legge in mezza provincia. Non aveva mai fatto uccidere alcuno, poiché non ne aveva mai avuto bisogno, tale era la sua potenza.

Governava la distribuzione delle acque di irrigazione nella vallata, la elargizione dei concimi e dei contributi agricoli del governo, garantiva agli agricoltori l’immunità dai malviventi, distribuiva i posti e gli impieghi, raccomandava benevolmente gli amici ai deputati di Palermo, controllava le iscrizioni all’elenco dei poveri, la concessione dei sussidi, proponeva le opere pubbliche, disponeva di qualche migliaio di voti nel territorio. I voti erano la merce più preziosa da amministrare poiché in democrazia, anzi in un luogo dove la democrazia è esercitata da una popolazione di analfabeti, di poveri, di disoccupati, di ignoranti, i voti possono essere manovrati come i soldi dell’usuraio; valgono più delle campagne, del bestiame, delle acque per irrigare. In quel tempo fu assassinato il sindacalista Placido Rizzotto. Era un ragazzo di venticinque anni, un figlio di contadini il quale credeva veramente in una riforma sociale onesta, che costruisse le scuole, le dighe, che espropriasse la terra a chi non sapeva coltivarla per donarla ai poveri.

Lottava per ottenere queste cose, faceva comizi nelle campagne, arringava la gente. Morì. Alcuni uomini armati lo catturarono nottetempo nella sua stessa abitazione e di lui non si seppe più niente. Dopo sei mesi ne ritrovarono lo scheletro, legato con delle catene, in fondo ad una caverna del monte Busambra. Era morto di fame e probabilmente le bestie affamate della campagna, i cani, i topi, le donnole, lo avevano orribilmente divorato mentre ancora agonizzava. Ma non era stato Navarra a farlo assassinare. Era troppo all’antica, era troppo politico nei metodi della lotta per cadere in un errore così grossolano e feroce. Doveva essere qualcuno che portava nella mischia una nuova, inaudita carica di crudeltà. Tutti dissero subito che era stato Liggio.

Fu la prima ribellione al «ras»: poi iniziò l’ecatombe! Accadde così. Gli uomini più fedeli a Navarra erano diventati tutti ricchissimi. Luciano Liggio aveva acquistato parte del feudo di Piano della Scala; lo aveva chiesto al proprietario offrendogli un prezzo irrisorio, e il proprietario glielo aveva precipitosamente venduto, trasferendosi quindi a Palermo. Il sindacalista Rizzotto aveva denunciato in un pubblico comizio l’oscenità dell’affare ed aveva drammaticamente chiesto al governo l’espropriazione del feudo perchè fosse spartito ai contadini. Liggio non aveva virtù politiche, non aveva molta pazienza; aveva fatto divorare l’avversario dai cani e dai topi.

Era anch’egli figlio di contadini, era un giovane dal volto rotondo e molle, la piccola bocca carnosa, gli occhi da orientale; era gracile, leggermente zoppo, con la schiena serrata da un’armatura di gesso e di legno per una deformazione infantile al midollo spinale. Non aveva censo, né prestigio culturale, né forza fisica, nemmeno l’energia per affrontare un lavoro manuale, tutto il suo fascino era nella terrificante crudeltà che lo animava.

Fino a vent’anni aveva patito una fame sconvolgente. e perciò ora lo rodeva l’ansia, l’angoscia di possedere quanto più possibile. Si calcola che al momento della cattura egli avesse accumulato una fortuna di quasi cinque miliardi di lire e che in tutto il periodo trascorso in latitanza avrebbe dovuto pagare almeno mezzo miliardo di tasse. Lo Stato italiano è molto solerte in conti del genere. Ci ha messo quindici anni ma quel mezzo miliardo glielo farà pagare.

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