I clan di camorra hanno potuto sempre contare sulla disponibilità di ingenti quantitativi di armi, come attestano anche i sequestri operati tra il 2016 e il 2017 di veri e propri arsenali: granate per uso bellico, kalashnikov, mitra di vario tipo, mitragliette veloci, pistole di grosso calibro o comunque di tipo militare
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
La camorra di Napoli città e quella del suo immediato hinterland presentano tratti abbastanza simili, mentre hanno caratteristiche del tutto diverse i clan che si sono ramificati ad appena 25 chilometri di distanza, cioè quelli dei casalesi o quelli delle zone al di là del Vesuvio. Più camorra-massa la prima, più camorra-impresa quella casertana, nolana, vesuviana. Più frammentata e gangsteristica la prima, più solida e radicata la seconda.
Meno dipendente dal rapporto con il ceto politico e amministrativo la prima, più relazionata permanentemente a esso la seconda. Ed è proprio per queste caratteristiche che i capi camorra di provincia hanno lasciato indubbiamente un segno più duraturo, da Nuvoletta di Marano a Bardellino di San Cipriano d’Aversa, da Cutolo di Ottaviano ad Alfieri di Saviano, da Zagaria di Casapesenna a Fabbrocino di San Gennaro Vesuviano, da Bidognetti di Casal di Principe ai Moccia di Afragola, da La Torre di Mondragone a Galasso di Poggiomarino. Le due camorre, quella napoletana e quella casertana, hanno reagito in modo totalmente differente all’incisiva azione repressiva che ha riguardato negli ultimi anni le due province criminali.
A Napoli si assiste all’assalto di giovanissimi killer al potere criminale dei vecchi clan indebolito dai numerosissimi arresti e la repressione spinge alla creazione di nuove formazioni criminali anziché ridurle. La frammentazione delle bande crea un potere meno verticistico e strutturato, meno stabile e radicato, più esposto agli assalti dei nuovi, decisi a scalare velocemente le gerarchie. In questo senso la camorra si presenta più aperta con barriere di accesso basse e facilmente superabili.
Al tempo stesso se la repressione colpisce i capi non si assesta di per sé un colpo risolutivo all’organizzazione, la quale si rigenera continuamente proprio per la fluidità degli apparati di comando e per la bassa soglia di accesso alle élite criminali. Inoltre, i gruppi più strutturati non impediscono né limitano le attività predatorie, il confine tra attività camorristiche e attività di delinquenza comune è molto labile.
Alcuni clan pretendono dai criminali comuni che operano nelle loro zone la consegna di parte dei proventi dei furti, delle rapine, degli scippi e di altre attività di strada, in particolare del settore della contraffazione. Vi è, di conseguenza, un continuo passaggio di malavitosi comuni ai gruppi camorristici.
Le nuove bande che attaccano anche i quartieri controllati da clan storici non hanno ridimensionato il ruolo delle solide organizzazioni della città, alcune delle quali si trasmettono il dominio da diverse generazioni. Emerge piuttosto un intreccio del tutto particolare tra potere di vecchi clan e modalità criminali giovanilistiche.
C’è la convivenza forzata tra gruppi che interagiscono tra loro in equilibrio instabile ma con una connotazione comune: essi agiscono in territori caratterizzati da una densità abitativa molto alta, dove si concentrano povertà, emarginazione, assenza di nuclei familiari coesi da un’integrità di valori e tassi elevati di evasione scolastica.
Il mercato della droga, gestito sia nelle fasi di importazione che di spaccio rappresenta e continua a rappresentare, insieme alle estorsioni e alla contraffazione, la principale fonte di accumulazione delle ricchezze criminali. Nelle attività collegate al commercio della droga sono impiegati tutti i componenti della famiglia: dal nonno al nipote, dalla madre ai figli. Particolarmente allarmante il coinvolgimento sempre più massiccio di adolescenti, e persino bambini, nelle attività di spaccio, una sorta di pony express che provvedono alla consegna direttamente a domicilio per i consumatori di maggiore riguardo che vogliono conservare la loro privacy.
Né deve essere sottovalutato il ruolo attivo e di comando rivestito dalle donne dei clan, i cui capi sono tutti in carcere, più volte sottolineato dagli inquirenti: «Assistiamo al fenomeno delle madri di camorra, cioè di donne che sostituiscono i capi e lavorano come ‘zarine’ della camorra».
A questi aspetti emergenti e allarmanti la Commissione ha dedicato un lungo approfondimento e un capitolo specifico di questa Relazione, a cui si rinvia. Le fibrillazioni che interessano i quartieri del centro storico, con i violenti contrasti tra gruppi contrapposti nei quartieri del centro storico e le veloci trasformazioni della devianza giovanile in forme criminali più o meno strutturate, non devono distogliere l’attenzione dai circuiti affaristici più sofisticati nei quali i clan della camorra si sono da tempo indirizzati sia con crescenti investimenti all’estero, in cui riciclano i profitti del narcotraffico sia con vere e proprie attività imprenditoriali.
In particolare nella zona che va dalla cintura di Napoli fino al casertano, anche dopo la disarticolazione del clan dei casalesi, nuove aggregazioni camorristiche esercitano un penetrante controllo del territorio e si sono inserite nella gestione degli affari perseguendo lo stesso modello di espansione fondato sui rapporti con il ceto politico e amministrativo.
Permane la presenza del clan Moccia, la cui operatività è ormai distinta e ripartita sia sulla Campania, sia sulla città di Roma; sono ancora attivi i gruppi Contini, Polverino, Mallardo e Ferrara. Vi è nuovamente una significativa presenza camorristica nella zona di Nola che si spinge sull’intero Vallo di Lauro, in cui si manifesta un preoccupante fenomeno di infiltrazione nelle amministrazioni locali.
Ne è testimonianza la nomina della commissione d’accesso al comune di Pago del Vallo di Lauro, disposta dal prefetto di Avellino, nell’ottobre del 2017. Particolarmente attivo in quella zona è il clan Cava e vi sono segnali di una ripresa di attività dello storico rivale, il clan Graziano, entrambi protagonisti di una sanguinosa faida durata decenni e culminata con la cosiddetta “strage delle donne”, dopo la scarcerazione per fine pena dei suoi esponenti di spicco.
I clan di camorra hanno potuto sempre contare sulla disponibilità di ingenti quantitativi di armi, come attestano anche i sequestri operati tra il 2016 e il 2017 di veri e propri arsenali: granate per uso bellico, kalashnikov, mitra di vario tipo, mitragliette veloci, pistole di grosso calibro o comunque di tipo militare. Così nella zona sud di Napoli, zona Barra-Ponticelli, in cui Polizia e Carabinieri congiuntamente hanno operato sui due gruppi criminali che si fronteggiavano in quel territorio con scorrerie armate negli stessi comuni.
Così, ancora, nel territorio a nord di Napoli e nel casertano dove sono stati arrestati gli appartenenti ai clan Bidognetti e Schiavone. Sul versante casertano, dopo la cattura di tutti i capi storici, il clan dei casalesi non esiste più nelle forme e nei modi conosciuti. Il comando dei vecchi capi è passato ai figli che continuano a operare ma in settori diversi rispetto a quelli tradizionali.
Si tratta di una camorra ancora molto forte, violenta, organizzata essenzialmente sul vincolo familiare e che può contare sul prestigio ancora alto dei boss, ristretti in carcere al 41-bis, in una parte della popolazione. I clan ricavano rilevanti profitti dal controllo estorsivo delle piazze di spaccio, un dato che segnala il rischio “di un’evoluzione di quella camorra che è stata nel corso degli anni strutturata, secondo una deriva più napoletana, con tendenze alla violenza”. Ma si sono orientati anche nella nuova frontiera della gestione del gioco d’azzardo on-line, operato da piattaforme per lo più collocate all’estero.
I guadagni in questa filiera sono duplici «nell’imporre l’estorsione del pizzo al bar e al locale che deve tenere la macchinetta del gioco d’azzardo e nel ricavato del provento del gioco d’azzardo in sé e per sé».
Un elemento rilevante è rappresentato dalla presenza sul territorio di vecchi affiliati ai gruppi Bidognetti, Zagaria e Schiavone tornati in libertà mentre alcuni degli esponenti di rilevo si trovano in condizione di fine pena, prossimi alla scarcerazione, come Pasquale Zagaria, fratello del più noto Michele.
Per i magistrati della DDA di Napoli, si potrebbero ricreare le condizioni che consentirono agli inizi degli anni Ottanta lo sviluppo di una delle più agguerrite compagini mafiose conosciute nel nostro Paese. Il rischio di una riorganizzazione finalizzata alla riappropriazione degli spazi di controllo illegale in quei territori, considerate le risorse economiche e umane di cui ancora possono disporre, non va quindi sottovalutato.
Vi è la certezza che buona parte dei patrimoni accumulati nel tempo dai casalesi siano ancora nelle mani di imprenditori che per anni sono stati la sponda economica dei clan, attraverso i meccanismi delle intestazioni fittizie e della schermatura societaria.
Patrimoni che si sono riversati in numerosi mercati legali, in particolare nel campo dell’edilizia, nei grandi centri commerciali e turistici e nelle forniture agli enti pubblici. Inoltre si suppone che molti dei politici che si sono fatti strada grazie all’appoggio dei capi clan siano ancora operativi e presenti nelle amministrazioni, e non solo locali.
Il quadro di conoscenze sull’operatività e la struttura del clan si è arricchito negli ultimi tempi, grazie alle dichiarazioni di Antonio Iovine, ex boss dei casalesi, arrestato il 17 novembre 2010 dopo quattordici anni di latitanza, divenuto collaboratore di giustizia dal maggio 2014. Le informazioni raccolte hanno dato avvio a nuove indagini che potranno rivelarsi utili anche al fine di intercettare preventivamente i segnali di una possibile riorganizzazione del clan.
Le dichiarazioni di Iovine hanno permesso di ricostruire l’evoluzione dall’associazione e i suoi rapporti con il mondo dell’imprenditoria e della pubblica amministrazione. La camorra era divenuta “imprenditrice” creando relazioni stabili con le imprese, inserendosi e imponendosi in maniera sempre più attenta e oculata nel mondo degli appalti. Il camorrista si era trasformato da estortore in socio, in un collaterale dell’imprenditore stesso, o a sua volta in imprenditore in grado di fornire servizi alle altre imprese.
In questa nuova prospettiva erano altresì mutati i rapporti con il mondo della politica. Non vi è stata più necessità per il camorrista latitante di interagire personalmente con il politico. Tale rapporto è stato affidato alla mediazione dell’imprenditore stesso; è quest’ultimo che da allora in poi si è premunito di trovare i necessari riferimenti per conseguire l’oggetto finale delle sue aspettative, cioè l’appalto; che si è relazionato con la politica; che ha pagato, nell’eventualità, il funzionario o il politico, e in ogni caso la camorra per ottenere la possibilità di partecipare e di aggiudicarsi la gara; è l’imprenditore che ha scelto, una volta offertagli l’opportunità, di rivestire quel ruolo che gli ha consentito di consolidarsi sul mercato, di sbaragliare ogni concorrenza, di conseguire profitti.
Forte del suo rapporto con la camorra, si presenta al politico come l’imprenditore di riferimento di quel mondo e assume verso l’esterno una posizione di vero e proprio monopolio, in quanto tutte le parti sono consapevoli che nessun’altra impresa potrà mai svolgere quel lavoro al suo posto. Il meccanismo creato genera una comunanza di interessi: il camorrista riceve la tangente dall’imprenditore; l’imprenditore versa a sua volta una tangente a chi gli garantisce l’acquisizione dell’appalto e, nel frattempo, chi garantisce l’acquisizione dell’appalto si garantisce un appoggio e una sicurezza dalla base.
Una triangolazione che delinea un rapporto nuovo su base non più violenta, ma fiduciaria e si sviluppa su tre livelli, che vanno dalla corruzione, alla collusione, alla stessa cointeressenza nell’associazione. Sempre più la corruzione è divenuta lo strumento generalizzato attraverso cui la criminalità organizzata è riuscita ad acquisire il controllo di attività economiche e del territorio, assicurando la connivenza e la fedeltà anche per il futuro e non più solo in relazione ad un singolo episodio.
È stato rilevato che se «un appaltatore vince tutti gli appalti perché riesce a corrompere l’amministratore, costituisce un modello per gli altri che, per sopravvivere, devono perseguire strade analoghe, altrimenti sono destinati a soccombere. Costituisce, quindi, un modello comportamentale, negativo che si propaga come una forma di contagio».
Le indagini svolte negli anni e i processi celebrati, al di là degli esiti dibattimentali, hanno posto all’evidenza come la partecipazione societaria tra i clan camorristici e gli imprenditori ha comportato, grazie alle “compiacenza” di una parte della classe politica e di certe istituzioni, che imprese direttamente riconducibili a Michele Zagaria fossero divenute destinatarie degli affidamenti e delle commesse nel periodo dell’emergenza rifiuti in Campania; degli appalti dei servizi dell’ospedale di Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, ove «a decidere le nomine era la politica, per gli appalti decideva Franco Zagaria», cognato di Michele.
Sempre quelle imprese avevano gestito gli appalti per i lavori della rete idrica della regione campana, attraverso il meccanismo degli affidamenti diretti per le opere di somma urgenza.
È stata rilevata la pervasiva presenza nelle amministrazioni pubbliche dei comuni di quei territori, nonché tentativi di legittimazione degli imprenditori, al fine di evitare misure interdittive e di continuare ad operare indisturbati, attraverso fittizie adesioni alle associazioni antiracket.
Il livello di infiltrazione e di collegamento della criminalità organizzata per il tramite degli imprenditori nelle istituzioni appare ancora più allarmante ove riferito a soggetti appartenenti alle forze di polizia. Casi di collegamento tra criminalità e forze dell’ordine sono, purtroppo, emersi in vari procedimenti.
In proposito, il procuratore di Napoli, Giovanni Colangelo, ha riferito alla Commissione anche in merito alle indagini sulla inquietante vicenda della pen drive che sarebbe stata consegnata da Michele Zagaria durante il blitz che portò alla sua cattura presumibilmente a un uomo delle forze dell’ordine, presente al momento dell’irruzione nel bunker del latitante o nei momenti immediatamente successivi
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