Continua il tracollo di Volkswagen. Dopo la conferma dei piani che prevedono tagli monstre sia sul numero di dipendenti che al numero di impianti produttivi i vertici aziendali hanno annunciato che anche per la fabbrica di Hannover non c’è futuro dopo il 2030: l’impianto diventa così uno dei quattro di cui nei prossimi anni il gruppo non sa che fare.  

Volkswagen ha annunciato di voler rinunciare in tutta Europa a capacità produttive per 500mila automobili per non andare incontro a un danno economico di 1,5 miliardi di euro ogni anno: i costi di produzione a Hannover continuerebbero a essere infatti molto più alti che in altre fabbriche europee. I vertici hanno spiegato che in gioco ci sarebbe la sopravvivenza del gruppo, da garantire attraverso una maggiore competitività dell’azienda sul mercato internazionale. Anche a prezzo di impianti e posti di lavoro, che pure la politica vorrebbe tutelare. 

I sindacati chiedono di ridistribuire i modelli prodotti riportando a Hannover il Transporter e hanno assicurato che, se i vertici non dovessero cambiare linea, sono pronti alla lotta. I rappresentati dei lavoratori hanno già preannunciato di non voler mollare il colpo dopo che nelle ultime settimane il gruppo di Wolfsburg ha annunciato di voler rinunciare a 50mila posti di lavoro in tutto il paese. L’ad Oliver Blume ha promesso che tenterà di creare prospettive di nuovo lavoro nei prossimi 6-12 mesi, ma non è detto che arrivino soluzioni. Sul tavolo ci sono anche strade insolite, come l’utilizzo delle fabbriche per la produzione di materiale bellico o la possibilità che modelli destinati al mercato cinese comincino a essere prodotti in Germania. 

I numeri, però, sono tutt’altro che rassicuranti: l’automotive tedesco sta soffrendo grossi tagli. Alla fine del primo semestre 2026 erano impiegate 691.500 persone, 42.300 meno dell’anno precedente, così pochi come mai dall’inizio delle registrazioni nel 2005. A calare in particolar modo sono per altro i dipendenti dei fornitori collegati ai grandi marchi, a dimostrazione che il tessuto produttivo diffonde le conseguenze della crisi dell’automotive anche fuori dalle case automobilistiche.

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