In scena Rienzi, opera che ha ispirato l’azione politica di Hitler. Ma oltre la messa in scena prova di una storia trasformata in monito sul valore della democrazia, a colpire sono state le parole inaugurali del figlio di due ebrei polacchi fuggiti per sopravvivere alla Shoah
- Questo articolo fa parte di La Deutsche vita, la nostra newsletter sulla Germania e il dibattito europeo: ogni martedì un’analisi dei fatti più importanti della settimana (e di come vengono raccontati dalla stampa) nel mondo tedescofono. Iscriviti qui
Nel fine settimana sono cominciati i Bayreuther Festspiele, con la tradizionale prima di un’opera wagneriana che come ogni anno attira un pubblico di spicco, composto da persone dello spettacolo e della politica, un po’ come la prima de La Scala in Italia. Quest’anno si tratta di un’edizione tonda: 150 anni dalla fondazione, con una scelta del titolo da portare sul palco quantomeno provocatoria. Ma c’è una ragione validissima.
Quest’anno è stato infatti rappresentato Rienzi, una delle opere meno scelte perché tra le più amate di Adolf Hitler: il dittatore era un amico intimo della famiglia Wagner, che lo ospitava spesso a Bayreuth. L’opera in sé è una delle prime del compositore tedesco, ispirata ai destini di Cola Di Rienzo raccontati dal romanzo omonimo di Edward Bulwer-Lytton. Nei giorni che hanno preceduto la prima a lungo ci si è chiesti come le registe Alexandra Szemerédy e Magdolna Parditka avrebbero affrontato l’opera, che secondo un amico di gioventù di Hitler lo ispirò in parte alla sua azione politica sull’esempio della guida carismatica del personaggio wagneriano.
Le critiche comparse nei giornali dopo la prima, però, riflettono una trattazione nel segno del «Nie wieder», il “mai più” diventato Leitmotiv della cultura della memoria della Germania dopo la Seconda guerra mondiale. Rienzi diventa dunque monito di quanto la democrazia sia un bene prezioso e tutt’altro che scontato, vista la facilità con cui il fascinatore di masse protagonista dell’opera riesce ad attrarre a sé il potere e segnare il destino di un intero popolo. Per altro, con una collocazione distopica futura – o forse contemporanea, scrive la Zeit – in cui Rienzi è agevolato dal ruolo dei social media nella sua cavalcata per strappare il governo alle forze tradizionali. C’è addirittura una scena in cu viene meta-rappresentata Bayreuth e si ipotizza che nel pubblico sia seduto un dittatore. Un ulteriore segnale di una linea tracciata sotto la controversa eredità wagneriana, con cui gli eredi vogliono finalmente fare pace, cancellando però definitivamente l’ambiguità politica che ha sempre associato il compositore al regime nazionalsocialista.
Durante l’inaugurazione è prevista tradizionalmente una cerimonia di commemorazione dei musicisti ebrei perseguitati e uccisi dal nazionalsocialismo. A parlare quest’anno è stato però un ospite d’eccezione, lontano dalla comfort zone di altre edizioni. Sul palco è salito dopo un grande litigio con la famiglia Wagner che ha ritirato l’invito a causa di “rischi di sicurezza”, decisione poi rivista, Michel Friedmann, già politico della Cdu e figlio di ebrei polacchi fuggiti in Francia.
Le sue parole – durissime, come da aspettative – sono state accolte da grandi applausi. Friedmann è andato dritto al punto: «Il problema non sono quelli che ricordano qualcosa, ma quelli che non vogliono ricordare» ha spiegato, prima di passare in rassegna tutte le posizioni indicibili del compositore, antisemita dichiarato, e successivamente facendo i conti con l’impiego della sua musica da parte del regime. Il luogo dove stava parlando, sostiene Friedmann, è stato messo a disposizione dalla famiglia Wagner «per essere usata e abusata dalla macchina di propaganda culturale del regime nazista».
Non poteva mancare un riferimento al presente. «La nostra democrazia tedesca viene di nuovo minacciato da forze che cercano di portare al governo antisemitismo, razzismo, chauvinismo e nazionalismo». Motivo per cui Bayreuth è il miglior posto dove dire «no» a tutto questo. E per parlare della storia «in modo che il futuro non finisca di nuovo nel buio del passato».
TUTTI GLI ARTICOLI DELLA DEUTSCHE VITA
© Riproduzione riservata