La taz analizza lo stato di salute precario della musica pop: l’industria soffre e da tempo privilegia l’aspetto economico su quello culturale. Il risultato è un settore in difficoltà, che soffrirà dei tagli previsti dal governo di destra, mentre etichette e giganti dello streaming non percepiranno nemmeno l’impatto
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La musica indipendente è minacciata? Secondo la rubrica Böse Musik (musica cattiva) della taz, non c’è da preoccuparsi. Ma non perché goda di ottima salute, anzi. Perché la produzione già da tempo non è più di sinistra: i musicisti di fascia media se la passano male, scrive il giornale berlinese, anche quelli che finora riuscivano a sopravvivere non se la cavano più benissimo. Colpa soprattutto del calo delle vendite di prodotti fisici.
Ma a stare male sono anche i club di piccole dimensioni, quelli che riescono a offrire ai propri dipendenti solo condizioni precarie: salgono i prezzi delle produzioni degli show, cala l’interesse del pubblico. I lavoratori del settore soffrono riorganizzazioni, nuove concentrazioni e ondate di licenziamenti. A trarne guadagno è l’industria musicale: il giro d’affari in Germania vale 670 milioni di euro nel primo semestre 2026 grazie alla vendita di vinili, cd, download e streaming, una crescita del 5,4 per cento.
Insomma, in un settore che si sposta sempre di più verso gli interessi dei giganti dello streaming e le grandi etichette, il disinteresse del sottosegretario alla Cultura Wolfram Weimer non preoccupa particolarmente perché è rimasto ben poco da smontare per indebolire gli ambienti alternativi di sinistra, come potrebbe aver intenzione di fare.
La paura del suo impatto è dunque una «sopravvalutazione» di Weimer, che è sì conservatore, ma dovrebbe esercitarsi su un’industria che si concepisce già molto più creatrice di “prodotti” che motore culturale, scrive la taz. Insomma, se in tempi di vacche magre i fondi dovessero essere ridotti e reindirizzati soprattutto verso altre forme d’arte – Weimer è grande sostenitore dell’opera di Bayreuth, da vero conservatore – il taglio del sostegno all’industria del pop difficilmente arrecherà un danno rilevante alle grandi etichette che continuano a macinare guadagni con tour e concerti.
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