Come vi rivolgereste a una malata terminale di cancro? Probabilmente non come ha fatto Friedrich Merz in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, quando una cittadina gli ha posto una domanda durante una sorta di town hall per criticare i tagli del governo al welfare. La donna ha anche polemizzato sulla notizia – poi rivelatasi una fake news – secondo cui i membri del governo si sarebbero alzati lo stipendio: proprio su questo punto Merz ha perso le staffe, insistendo sul fatto che «in nessun frangente» l’aumento della diaria sia stata davvero in discussione. Al di là del merito della risposta, sono i modi che hanno fatto scoppiare la polemica: Merz non è nuovo a gaffe pubbliche e non sembra in grado di fare passi avanti sul piano comunicativo. È certamente uno degli elementi che più lo hanno indebolito nel suo primo anno di governo. 

Un anno nel baratro

Il 6 maggio di un anno fa, Merz veniva eletto – per altro alla seconda votazione, ché alla prima i voti non furono sufficienti – cancelliere al Bundestag. All’inizio in salita è seguito un anno tutto fuorché facile. Oltre a fare un punto sulla sua politica esteri di fughe in avanti compensate da immediati passi indietro (quindi un grosso caos), soprattutto in termini di rapporti con gli Stati Uniti, abbiamo raccontato la vita difficile – lui stesso ha dichiarato che «nessun cancelliere prima di me ha dovuto subire tutto questo sui social» – di Merz a un anno dalla sua elezione. 

Binario triste e solitario

Lo Spiegel dedica una lunga disamina ai progetti di Italo per il mercato ferroviario tedesco, su cui l’azienda italiana sta valutando di investire 3,6 miliardi di euro. «Montezemolo presenta questo progetto con la rilassata “grandezza” con cui gli italiani annunciano quelle cose che per i tedeschi sembrano impossibili» scrive il settimanale. 

Che la Deutsche Bahn abbia più di qualche problema è cosa nota, ma effettivamente i piani di Italo rischiano di dover affrontare diversi ostacoli, nonostante Montezemolo abbia deciso di acquistare i treni blu che dovrebbero percorrere le tratte che collegano Monaco, Berlino e Amburgo dalla Siemens, un’azienda tedesca. Innanzitutto, c’è il tema dell’assegnazione degli slot: come in Italia, i binari sono in mano a DB Infrago, formalmente autonoma, ma comunque parte del gruppo pubblico delle ferrovie. E a fronte della possibilità di una maggiore concorrenza che potrebbe ridurre i prezzi, com’è successo sul mercato italiano, in Germania la rete – così antica che sta per essere rimodernata a caro prezzo – è piccola rispetto alle necessità e rischia di finire per essere sovraccarica. 

A complicare le cose ci sono anche le stazioni spesso in overbooking di Monaco e Amburgo. Anche sfruttando appieno i binari jolly sulle tratte interessate, per altro già servite da DB – quelli a disposizione per deviazioni ed emergenze – si rischia di andare incontro banalmente a una lunga coda. Per non parlare dei contratti quadro: per sottoscriverne uno che possa garantire la sicurezza di un investimento a lungo termine, italo dovrebbe aspettare addirittura il 2029-2030.

Mordi e fuggi

C’è movimento sui social network in Germania. Mentre Verdi, Spd e Die Linke hanno scelto di lasciare X, il governatore-star dei social (e campione di insulti ricevuti nei commenti) Markus Söder ha cambiato la sua strategia social. «X è affondato nel caos negli ultimi anni. Il dibattito politico vive di uno scambio che raggiunge le persone e le informa. X invece continua a spingere progressivamente la disinformazione. Per questo lasciamo questo account» scrivono intanto all’unisono i social media manager dei partiti di sinistra sul social del miliardario tech. 

Una parte della politica tedesca stava valutando l’addio da tempo: Elon Musk, il proprietario di X, in passato ha sostenuto apertamente AfD in manifestazioni di campagna elettorale e anche con post pubblici sul suo social network in cui a volte attaccava anche politici in carica in Germania. Il cancelliere Merz e la sua squadra continuano invece a utilizzare il social senza troppi problemi. Per AfD, la decisione di Verdi, socialdemocratici e Linke impedisce il dibattito politico.

Diversa la scelta di un altro politico di centrodestra. Markus Söder, governatore bavarese, si è fatto un nome come food influencer, oltre che come leader della Csu: spesso su Instagram pubblica scatti in cui inquadra i piatti che sta per consumare accompagnandoli con l’hashtag #söderisst (“Söder mangia”). O almeno, l’ha fatto finora: in un’intervista al giornale Merkur ha spiegato di voler rinunciare ai suoi post culinari da adesso in poi. «La situazione economica e geopolitica si complica di settimana in settimana, la comunicazione deve adeguarsi» ha scritto il governatore, che ha promesso che rimarrà autentico. «Ma ormai tutti sanno che mi piace mangiare – ha confessato il leader che supera ampiamente il metro e novanta di statura e può vantare una stazza importante – Ci sono temi più importanti». Sicuramente troverà il modo di discuterli (e magari di far crescere i voti della Csu, non tanto in forma ultimamente) con i suoi 800mila follower – che comunque sono il doppio di quanti ne conti l’account di Merz. 

Vicinissimi al dossier

Una notizia inaspettata: i servizi segreti svizzeri hanno concesso l'accesso alla cartella che riguarda Josef Mengele. Il dossier sul medico di Auschwitz era stato secretato fino a oggi nonostante diverse richieste d’accesso inoltrate da numerosi storici. Tutta gente che voleva vederci chiaro sulla fuga del crudele medico del campo di concentramento dopo la guerra: c’è infatti una possibilità tangibile che il fuggitivo nel 1961 sia stato lasciato fuggire dalle autorità elvetiche da Kloten, nel cantone di Zurigo.

La ragione giuridica della scelta di concedere l’accesso è stata trovata in una legge del Bundesrat del 2001, che facilita la possibilità di leggere certe pratiche. Finora, invece, le richieste erano state respinte per tutelare le informazioni girate su Mengele da servizi segreti stranieri, da tenere nascoste per ottant’anni per evitare di mettere a rischio la reputazione della Svizzera. In più, lo stato elvetico citava «interessi privati di Mengele e dei suoi eredi lesi da un eventuale accesso»: uno degli storici coinvolti ha citato la confederazione davanti a un tribunale amministrativo e i giudici hanno deciso che lo studioso debba avere accesso alle carte, anche se a condizioni ancora da stabilire. Da quel momento in poi il dossier dovrà essere reso accessibile per tutti alle stesse condizioni. 

La fuga di Mengele, in ogni caso, sarebbe materia da film, se non si trattasse di uno dei criminali di guerra più sanguinari della storia. Anni fa la Zeit aveva pubblicato un lungo resoconto dell’avventurosa caccia del Mossad al medico firmato da Ronen Bergmann. Nonostante numerosi avvistamenti del medico nazista in sud America, i servizi segreti israeliani, che pure sono riusciti ad assicurare alla giustizia Adolf Eichmann, non sono mai riusciti a catturarlo: nel 1948 fuggì a Buenos Aires, rivela il dossier del Mossad consultato da Bergmann, poi nel 1956 si separò da sua moglie. Tutto documentato con i nomi veri dalle carte stilate dall’ambasciata tedesca. Quando nel 1959 la procura di Friburgo spiccò un mandato di cattura per Mengele di cui, visti anche gli atti del divorzio, la posizione era ben nota, il medico si trasferì in fretta e furia in Paraguay. Nel momento in cui acquisì la cittadinanza, il Mossad riuscì a localizzarlo, ma subito dopo il rapimento di Eichmann Mengele si trasferì di nuovo: nel frattempo la sua seconda moglie Martha era tornata in Europa e si era stabilita per l’appunto nei pressi di Zurigo, dove gli agenti israeliani speravano di veder prima o poi comparire il comandante nazista in fuga. 

Niente da fare, nonostante il tentativo di circuire Martha per farsi rivelare il nascondiglio del medico il Mossad scoprì soltanto molto dopo che Mengele si trovava a San Paolo in Brasile: all’ultimo però – nonostante gli agenti fossero certi della presenza del medico nei pressi dell’indirizzo indicato – l’operazione di rapimento non fu autorizzata da Tel Aviv. E, nonostante altre presunte dritte e piste che in alcuni casi arrivavano vicinissime all’obiettivo, passarono altri anni di ricerche inutili. A scoprire quale fosse stato il vero destino di Mengele furono alla fine inquirenti tedeschi e brasiliani: perquisendo l’abitazione del suo fedelissimo Hans Sedlmeier trovarono una serie di documenti compromettenti. Tra questi, un messaggio che lo informava del fatto che il medico – a quel punto noto come “Wolfgang Gerhard” – era annegato a febbraio 1979 nei pressi dell’abitazione della famiglia Bossert: ironia della sorte, quel nome compariva anni prima in una delle segnalazioni degli informatori dei servizi. 

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