Le cosche comprano alberghi, palazzi di pregio, ristoranti, strutture ricettive in Spagna, Germania, Svizzera, Francia e Malta avviando attività d’impresa, consentendo alle famiglie mafiose di operare alla luce del sole e nella legalità. Anche nel resto d’Italia la ‘ndrangheta ha ormai messo radici profonde: dalla Toscana al Piemonte fino alle Valle d’Aosta, dall’Umbria fino al Friuli Venezia Giulia
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura
La presenza mafiosa negli enti locali costituisce un indice significativo del controllo capillare esercitato dalle ‘ndrine sul territorio calabrese e dei solidi rapporti tra la ‘ndrangheta e la politica che investono i livelli comunale, provinciale e regionale. L’imponente numero dei comuni sciolti per mafia in Calabria, gli ultimi cinque alla fine del 2017, attesta la fragilità delle istituzioni locali, esposte alle infiltrazioni criminali che si realizzano non solamente attraverso forme di condizionamento esterno dei consigli comunali, ma sempre di più attraverso la presenza diretta di affiliati nella compagine amministrativa, con un preoccupante salto di qualità nella capacità di inquinamento della vita democratica.
Su questo versante la Commissione ha svolto un costante monitoraggio, non solo in occasione delle diverse tornate elettorali che nel corso della legislatura hanno visto il rinnovo di numerosi consigli comunali calabresi, ma anche con un immediato approfondimento sulla situazione del comune di Reggio Calabria, il primo e finora unico capoluogo di provincia sciolto per infiltrazioni mafiose nell’ottobre del 2012. All’analisi generale di questo preoccupante fenomeno è dedicato uno specifico capitolo della Relazione a cui si rinvia anche per una puntale illustrazione delle proposte avanzate in materia dalla Commissione, ma è utile tratteggiare anche attraverso gli ultimi dati giudiziari le peculiarità della situazione calabrese.
La ‘ndrangheta coltiva il preciso obiettivo di soggiogare e mantenere in condizioni di arretratezza e di isolamento la terra dove ha avuto genesi e da cui trae legittimazione.
Il rapporto con la politica è da questo punto di vista indispensabile a consolidare il potere delle cosche ed è efficacemente illustrato dal procuratore aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria, Nicola Gratteri: “25 anni fa erano i mafiosi che andavano col cappello in mano dal politico a chiedere cortesie o a chiedere l’assunzione alla forestale. Oggi, invece, sono i politici che vanno a casa dei capimafia, a chiedere pacchetti di voti in cambio di appalti.... Oggi se è il politico che va a casa del capomafia a chiedere i voti, vuol dire che nel comune sentire si ritiene che il modello vincente è il capomafia. Perché il capomafia interviene anche sulla ristrutturazione di un marciapiede da 20 mila euro? Con tutti quei soldi che hanno si interessa pure di un marciapiede? Sì, perché farà lavorare per venti giorni cinque padri di famiglia e quando sarà ora di votare quei cinque padri di famiglia si ricorderanno di votare per il candidato prescelto dal capomafia. Nei piccoli comuni, per esempio, è molto facile per le mafie decidere chi sarà il sindaco. Le mafie sono una minoranza… anche nei paesi a più alta densità mafiosa, ma la differenza è che si tratta di una minoranza organizzata. Loro contano sul 15 o al massimo sul 20 per cento dei voti, però spostando quel 20 per cento a destra o a sinistra loro determinano chi sarà il sindaco e quindi poi gli chiedono il conto”.
L’operazione “Stige” del gennaio del 2018, coordinata dalla DDA di Catanzaro – che ha coinvolto a vario titolo sindaci, ex sindaci, consiglieri comunali, assessori dei comuni di Cirò Marina, Mandatoriccio, Strongoli, Casabona, Crucoli, San Giovanni in Fiore e della provincia di Crotone – ha disarticolato una potente cosca del crotonese con ramificazioni in diverse regioni italiane, in Germania e in Svizzera.
L’operazione ha offerto un’ulteriore allarmante conferma della mutazione genetica delle cosche calabresi che ormai si muovono inserendo direttamente propri rappresentanti, senza distinzioni ideologiche tra forze politiche, nelle istituzioni locali. D’altra parte, il potere dei clan non arretra neanche laddove gli amministratori non intendono piegarsi. Significative, in proposito, le vicende del comune di Rizziconi, ricostruite in Commissione dall’allora procuratore della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria Cafiero de Raho. Nel comune di Gioia Tauro, la potente famiglia dei Crea aveva condizionato e guidato per anni l’andamento della pubblica amministrazione, non a caso sciolta per due volte nel 1996 e poi nel 2000.
Quando però, nel 2010 viene eletto un sindaco riluttante a cedimenti e compromessi mafiosi, i vertici della cosca fanno terra bruciata intorno al primo cittadino e di fatto impongono l’autoscioglimento del consiglio comunale, costringendo la maggioranza dei consiglieri a presentare le dimissioni. “Così aveva voluto la ‘ndrangheta che comanda e controlla il territorio in modo talmente pressante e pervasivo da condizionare l’espressione del voto”.
Altrettanto pesante la situazione nella Locride, dove la Commissione ha acceso un faro su numerosi casi di minacce e veri e propri attentati ai danni di amministratori pubblici. Un fenomeno in cui non sempre appare evidente la regia ‘ndranghetista delle intimidazioni, ma che comunque conferma le pesanti criticità di un territorio ad alta densità criminale, come hanno riferito nel corso della missione a Locri il prefetto di Reggio Calabria, i componenti delle commissioni straordinarie dei comuni di Bovalino e Africo e alcuni amministratori minacciati.
“In alcuni casi, i pubblici amministratori si rivelano vicini agli ambienti della criminalità organizzata o comune, oppure gli episodi maturano in un contesto riconducibile a interessi o dissidi che possono poi divenire evidenti sotto forma di atti e danneggiamenti. Non è escluso che, per altri aspetti, alcuni episodi possano essere riconducibili ad accordi elettorali poi disattesi o a semplici promesse non mantenute”.
In altre occasioni tali eventi maturano in un contesto politico poco sereno o addirittura litigioso. Possono, inoltre, sussistere ipotesi di opportunistiche interpretazioni di questi episodi al fine di pretesi accreditamenti o eventuale legittimazione, o ancora forme strumentali di eterogenesi dei fini per più o meno visibili interessi di varia natura. Spesso i tentativi di superare prassi amministrative approssimative e opache e avviare un’azione di bonifica delle infiltrazioni criminali si scontrano con l’inadeguatezza degli apparati burocratici e le diffidenze, quando non l’aperta ostilità, dei cittadini.
A Bovalino, per esempio, è stato segnalato che quando la commissione straordinaria ha bandito la gara per il servizio della raccolta differenziata, l’unica ditta che aveva presentato l’offerta era risultata in realtà destinataria di interdittiva antimafia o ancora che nessuna ditta si era resa disponibile per demolire un manufatto abusivo e lo sforzo dei commissari di ripristinare la legalità era stato contrastato con una raccolta di firme tra la popolazione, secondo una modalità tipica della ‘ndrangheta di delegittimare chi ostacola i propri interessi.
In alcuni comuni sciolti per mafia non si è stati capaci di utilizzare i fondi POR richiesti per il recupero dei numerosi beni confiscati presenti nel territorio. La vicenda più emblematica, anche sul piano nazionale, dei rapporti tra ‘ndrangheta e politica resta quella che ha portato allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del comune di Reggio Calabria e che aveva evidenziato le infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle società partecipate dall’ente locale, per drenare ingenti risorse pubbliche e consolidare il proprio potere e consenso, pilotando un numero significativo di assunzioni.
Le indagini della DDA di Reggio Calabria nel 2016, hanno gettato nuova luce sul sistema criminale che condizionava il capoluogo reggino.
Le indagini che hanno coinvolto esponenti di primo piano della politica locale, regionale e nazionale (dall’ex sindaco ed ex presidente della regione Calabria Giuseppe Scopelliti, agli ex assessori regionali Alberto Sarra e Umberto Pirilli, eletto poi al Parlamento europeo, fino al senatore Antonio Caridi), hanno rivelato come la ‘ndrangheta abbia condizionato le attività amministrative, le scelte in materia di servizi pubblici strategici, come il sistema integrato delle acque, drenato risorse pubbliche senza alcuna ricaduta sullo sviluppo della città e orientato attraverso il controllo di un consistente pacchetto di voti il consenso elettorale nell’ultimo decennio.
Secondo le valutazioni dei magistrati, nella città di Reggio Calabria si sarebbe creata una struttura riservata di comando, formata da esponenti di primissimo piano della cosca De Stefano, accreditati professionisti della città legati alla massoneria, come l’avvocato ed ex parlamentare Paolo Romeo e uomini della politica locale e nazionale. Un vertice in realtà non conosciuto né dalle strutture della ‘ndrangheta né dalle logge della massoneria regolare, ma che costituiva una “rete di legami finalizzata a condizionare organi comunali, ma anche costituzionali, se si pensa ai rapporti con parlamentari”.
“Quello cui ho fatto riferimento è lo strumento attraverso il quale negli ultimi dieci-quindici anni la ‘ndrangheta ha intrattenuto i propri rapporti con quell’area grigia che era anche inserita nella massoneria, quindi la massoneria è stata piegata all’esigenza della ‘ndrangheta di entrare in contatto con la società schermandosi. La componente riservata è formata da soggetti diversi, che restano occulti alla stessa massoneria, perché sono persone che, dovendo schermare l’organizzazione ed essendo note soltanto a determinanti appartenenti all’organizzazione dei vertici più elevati, non si possono esporre a nessuna altra forma evidente”.
Grazie a questa struttura riservata la ‘ndrangheta ha potuto avvantaggiarsi negli ultimi dieci anni dei rapporti con quell’area grigia che era anche inserita nella massoneria e la massoneria è stata piegata all’esigenza della ‘ndrangheta. Sui rapporti di lunga data tra massoneria e mafie, si rinvia alla relazione della Commissione in cui sono illustrati i risultati di una lunga e approfondita inchiesta sulle infiltrazioni di cosa nostra e della ‘ndrangheta nelle logge massoniche di Sicilia e Calabria [...].
L’espansione della ‘ndrangheta in Italia e all’estero
Si è già sottolineata la struttura transnazionale della mafia calabrese che, grazie alla leadership nel traffico mondiale di stupefacenti, esporta all’estero prassi di insediamento e radicamento sempre più incisive. Qui si vuole anticipare un tema che sarà affrontato nel capitolo sulla internalizzazione delle mafie e dell’antimafia. Nelle missioni in Spagna, in Olanda, a Malta e in Canada, la Commissione ha potuto registrare una buona e crescente collaborazione tra le rispettive autorità giudiziarie e gli apparati inquirenti, in particolare nella lotta al traffico di stupefacenti.
Ma in nessuno di questi Paesi le istituzioni, sia quelle politiche che quelle preposte al contrasto della criminalità, hanno mostrato una soglia di consapevolezza e attenzione adeguate a fronteggiare le nuove dinamiche criminali e le capacità della ‘ndrangheta, l’organizzazione più radicata e attiva, di individuare i varchi normativi e le opportunità imprenditoriali per investire e riciclare l’enorme massa di denaro frutto delle attività illecite.
Significativa in proposito l’inchiesta “Acero-Krupy” delle procure distrettuali di Reggio Calabria e Roma, con il coordinamento della DNA e in collaborazione con le autorità olandesi e canadesi, che ha accertato la presenza in Olanda e Canada di storiche cosche del mandamento ionico della provincia reggina (Commisso e Crupi di Siderno e Aquino-Colucci di Gioiosa Ionica) stabilmente inserite in segmenti strategici delle economie di quei Paesi, dall’import-export di fiori da Amsterdam all’Italia e agli investimenti immobiliari in Canada.
Dalle indagini emerge la grande flessibilità imprenditoriale della ‘ndrangheta, in grado di adattarsi a ciò che offre il mercato e al tempo stesso di intercettare i settori emergenti e diventare punto di riferimento per le attività di riciclaggio. Gli investimenti all’estero sono favoriti da legislazioni nazionali meno rigorose negli accertamenti sulla provenienza illecita del denaro e dall’assenza di norme paragonabili al nostro reato di associazione a delinquere di stampo mafioso con il suo efficace corollario delle misure di prevenzione patrimoniale.
Non a caso è molto difficile sequestrare e confiscare beni mafiosi in Europa e le cosche comprano alberghi, palazzi di pregio, ristoranti, strutture ricettive in Spagna, Germania, Svizzera, Francia e Malta avviando attività d’impresa, consentendo alle famiglie mafiose di operare alla luce del sole e nella legalità. Anche nel resto d’Italia la ‘ndrangheta ha ormai messo radici profonde: dalla Toscana al Piemonte fino alle Valle d’Aosta, dall’Umbria fino al Friuli Venezia Giulia. In particolare le modalità di colonizzazione delle regioni settentrionali, di cui si dirà più compiutamente in un capitolo successivo, segnalano la forza di un fenomeno in espansione.
Dalle inchieste più importanti degli ultimi anni emerge una ‘ndrangheta affaristica, dinamica, duttile, flessibile, profondamente infiltrata nel vitale tessuto sociale ed economico di queste realtà produttive, nel quale molti imprenditori, professionisti, dirigenti pubblici e amministratori locali hanno mostrato una sorprendente cedevolezza e friabilità rispetto agli interessi e agli appetiti delle locali di ‘ndrangheta saldamente radicate nei nuovi territori. […].
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