Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per circa un mese pubblichiamo ampi stralci della relazione della Commissione Antimafia della XVII Legislatura


Una prima fondamentale traccia di ciò che cosa nostra è e di ciò che, forse, sarà, la si coglie certamente dall’insieme dei dati che la Commissione ha acquisito nel corso della sua inchiesta parlamentare.

In via generale, può affermarsi che, dalla lettura complessiva del materiale raccolto: risulta la presenza di cosa nostra in ciascuna provincia siciliana; che l’associazione mafiosa si muove principalmente nel settore delle estorsioni; prova ad infiltrarsi nell’economia pubblica e privata; va alla ricerca di contatti, diretti o indiretti, con interlocutori istituzionali; ha ampliato i suoi affari nel settore più nuovo dell’accoglienza dei migranti e, comunque, laddove vi sia la possibilità di ottenere ingenti ritorni economici.

Emerge anche, però, che in tutte le parti dell’isola deve fare i conti con i continui arresti i quali, sebbene compensati, in qualche modo, dalle scarcerazioni di sodali che hanno scontato la pena, riducono il livello, ma non il numero, dei propri “uomini d’onore”. Un’analisi attenta dei singoli contesti fa trasparire anche qualcosa di nuovo che rivela segni di particolare vitalità e che offre ulteriori spunti di ragionamento. In particolare, la direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ha competenza anche sulle province di Agrigento e Trapani, e le forze dell’ordine dei diversi territori, sono state più volte sentite da questa Commissione.

Dall’insieme di queste dichiarazioni emergono, innanzitutto, taluni dati costanti relativi alle tre province interessate, e cioè la sussistenza: di una serie di operazioni aventi ad oggetto l’arresto di un numero rilevante di indagati per il delitto di cui all’articolo 416-bis del codice penale e/o per altri reati aggravati dall’articolo 7 del decreto-legge, n. 152 del 1991; di nuove collaborazioni con la giustizia, anche se di consistenza diversa rispetto a quelle degli anni Novanta; di continui sequestri, in via penale o di prevenzione, di cospicui patrimoni mafiosi; di mafiosi scarcerati per avere scontato la pena loro inflitta che ritornano a occupare le precedenti posizioni se non, addirittura, ruoli direttivi; della suddivisione mafiosa in mandamenti e famiglie che, tuttavia, specie a Palermo, risente della figura del relativo vertice in base alla cui importanza, almeno recentemente, vengono stabiliti gli ambiti territoriali; del controllo capillare delle attività economiche a cui corrisponde un numero elevato di imprenditori che ancora subisce silenziosamente il pizzo; di omicidi tra mafiosi che, di tanto in tanto, si compiono per rideterminare gli assetti o per finalità punitive; del ruolo di primo piano dei centri più piccoli delle province (quali Corleone, Bagheria, Castelvetrano, Favara) nel mantenere gli aspetti tradizionali della mafia che ne costituiscono la forza e che ne consentono la sopravvivenza nonostante l’intensa azione repressiva. Con specifico riguardo al contesto del palermitano, l’attività criminale per eccellenza, continua ad essere rappresentata dal racket delle estorsioni.

Nella città si paga il pizzo, esattamente come avveniva anni fa, in ogni borgata e in ogni quartiere del centro. Anche rinomati esercizi commerciali, come si scopre quasi quotidianamente, sono sottoposti alle imposizioni mafiose a cui soggiacciono nel più rigoroso silenzio.

È vero che alcuni commercianti si sono ribellati, è vero che associazioni come “Addiopizzo” continuano a svolgere un lavoro straordinario, ma il numero di coloro che sono disposti a denunciare non ha assunto una costante portata crescente. Se il pizzo, anche in un sistema economico moderno, resta al centro degli interessi e si rivolge ancora anche al piccolo artigiano, ciò non significa, tuttavia, che cosa nostra sia rimasta arcaica nei mezzi a cui ricorre.

È bene ricordare, infatti, che l’estorsione, certamente fonte di alimentazione delle casse mafiose (bisognose di essere rimpinguate per assicurare il mantenimento delle numerose famiglie dei detenuti mafiosi e il pagamento delle loro spese legali), è però lo strumento primario per il controllo del territorio attraverso il quale l’associazione si manifesta e impone la propria prevalenza sulle leggi dello Stato. Un altro settore che sempre più ha interessato la mafia palermitana è quello del gioco e delle scommesse clandestine.

Una volta ritenuto poco onorevole (insieme al racket della prostituzione) e lasciato ai “cugini” americani, oggi è tenuto in grande considerazione e spazia dal controllo delle macchine da gioco collocate nei vari esercizi commerciali ad ambiti di più elevato spessore come dimostrato anche da recentissime indagini della procura di Palermo sull’imprenditore Bacchi.

È inoltre ritornato l’interesse verso il traffico degli stupefacenti. I mafiosi palermitani, un tempo leader mondiali per il commercio di eroina, già negli anni Novanta - quando cioè si comprese che tale mercato comportava gravosi costi in termini di rischi, di arresti e di entità di pene inflitte, mentre il settore degli appalti pubblici produceva altrettanti e più sicuri introiti - abbandonarono quei traffici che rimasero nelle mani della ‘ndrangheta.

Cosa nostra si limitò a trattare qualche partita di droga e ad operare attraverso investimenti affidati ad altre organizzazioni, anche straniere, specializzate nel traffico internazionale di stupefacenti. Probabilmente per la crisi economica, si è invece registrato qualche segnale che fa ritenere il ritorno dell’interesse alla gestione del mercato della droga.

Si commerciano quantità certamente lontane dalle tonnellate che si movimentavano ai tempi delle raffinerie e dei rapporti con gli americani, si è ancora dipendenti dalle grandi operazioni gestite dagli ‘ndranghetisti, ma la situazione appare in una fase di sviluppo. Quanto alla forza numerica di cosa nostra palermitana, secondo quanto riferito dall’attuale procuratore della Repubblica presso il tribunale di Palermo, dottor Francesco Lo Voi , nell’audizione del 12 gennaio 2016, in quel momento, nonostante gli arresti continui, erano sottoposte a indagini per reati di mafia ben 1.658 persone identificate.

Anzi, particolarmente importante al riguardo, appariva alla Commissione, un ulteriore passaggio di tali stesse dichiarazioni del procuratore della Repubblica nella parte in cui riferiva di una operazione eseguita lo stesso giorno dell’audizione evidenziando anche il coinvolgimento di professionisti: “gli arresti che sono stati effettuati questa mattina (sono) un’indagine particolarmente importante e significativa, per più aspetti.

Non soltanto è stato colpito in maniera piuttosto severa il patrimonio di un gruppo mafioso molto ben consolidato nel territorio palermitano, facente capo alle famiglie dei Graziano e dei Galatolo, (...) ma anche alcuni soggetti appartenenti al mondo delle professioni (...) che si sono prestati (...) a riciclare gli enormi capitali prodotti da quelle famiglie e a intestarsi fittiziamente i beni (...) compiendo una serie di operazioni finanziarie che hanno necessità di essere svolte ed eseguite da persone non note agli ambienti mafiosi né ovviamente alle forze di polizia e agli inquirenti in genere, ma che appartengono al mondo delle professioni.

È un settore sul quale personalmente (...) ho ritenuto di dover investire e ho chiesto alle forze di polizia di investire le migliori energie e risorse, perché non siamo più ai tempi in cui il reinvestimento delle ricchezze frutto delle attività illecite della mafia avveniva con l’acquisto di terreni o con la costruzione di qualche fabbricato.

È invece un periodo in cui ormai, sia per l’evoluzione della stessa società, sia per l’evoluzione della finanza e dei circuiti finanziari, c’è necessità che determinate attività illecite inevitabilmente vengano svolte col contributo di professionisti, di commercialisti, di ingegneri, di avvocati, di esperti in materia fiscale, di esperti in transazioni anche internazionali, che possano consentire da un lato l’occultamento e dall’altro lato il riciclaggio e il reinvestimento”.

Una cosa nostra, dunque, che, per quanto falcidiata dagli arresti, non solo riesce a inglobare il mondo delle professioni e a mantenere la propria vis attractiva anche rispetto a ceti sociali medioalti, ma che si adegua al cambiamento economico e sociale. La provincia agrigentina, invece, è stata sempre considerata una zona assai povera dell’isola che sembra attrarre scarso interesse nel panorama criminale mafioso siciliano. Cosa nostra, lì presente, e in combutta con la stidda, altra organizzazione mafiosa minore operante nello stesso territorio, negli ultimi anni sembrava arroccata nel suo interno, intenta a districarsi in piccoli affari, legata alle vecchie tradizioni ormai lontane dal più evoluto mondo dei palermitani.

Tuttavia, negli ultimi tempi, sono stati avvertiti numerosi segnali che impongono una seria rivalutazione di quel contesto criminale. Per comprenderne la portata, bisogna partire dai punti di forza di tale associazione che la rendono una impenetrabile roccaforte della mafia tradizionale. È stato, infatti, riferito alla Commissione che “nella provincia di Agrigento ci sono soltanto 43 comuni e 450 mila abitanti. Siamo in una provincia in cui il numero di abitanti è inferiore a quello di una città come Palermo.

Questo comporta una familiarità di sangue tra coloro che fanno parte di cosa nostra in questi piccoli centri, il che permette a sua volta una possibilità di controllo da parte dei vertici di cosa nostra sui singoli affiliati. Infatti, è ovvio che parlare di un soggetto che è tuo consanguineo è estremamente difficile. Questo spiega perché in provincia di Agrigento da diversi anni non vi siano collaboratori e spiega anche l’impermeabilità alle indagini”.

Nella medesima audizione, si è anche sottolineato che la mafia agrigentina gode da tempo di pari dignità rispetto alle mafie delle vicine province di Palermo e Trapani: “il quadro è anche quello di una non subordinazione a cosa nostra palermitana. Potrei fare l’esempio di una diatriba, che è stata scoperta attraverso i pizzini che vennero trovati a Provenzano, tra il vecchio capo provincia Falsone e Matteo Messina Denaro.

Il rapporto tra Falsone e Matteo Messina Denaro di fronte a Provenzano, che doveva dirimere una questione relativa a una messa a posto, era un rapporto fra pari”. Nell’ambiente così delineato, come emerso attraverso le audizioni, si sono registrati alcuni eventi di rilievo. Intanto, si è appreso che la stidda, dopo la sanguinosa guerra conclusasi nei primi anni Novanta, e dopo un periodo di convivenza pacifica con cosa nostra, è stata parzialmente riassorbita da quest’ultima, il che incide in termini di rafforzamento dell’associazione mafiosa.

Si è data, inoltre, una descrizione complessiva di un territorio in cui sono ritornati in libertà storici capimafia, in cui vi è una ripresa degli omicidi con l’avvio di guerre sanguinarie anche verso l’estero, come in Belgio, in cui si dispone di arsenali, in cui rimane invariato il controllo capillare del territorio.

Per fare solo un esempio a quest’ultimo proposito, se in un tranquilla cittadina, vocata al turismo, come quella di Sciacca, ben diversa dai contesti di Favara o di Palma di Montechiaro, si iscrivono quotidianamente decine di procedimenti per danneggiamenti, e se, anche qui, “è inutile dire e registrare che, quando vengano sentite le persone offese, ovviamente la collaborazione è praticamente nulla e che nessuno avanza mai

sospetti. (...) non c’è ancora alcuna forma di apertura da parte della cosiddetta ‘società civile e imprenditoriale’” si ha, dunque, l’idea di ciò che accade in altre località con una maggiore densità mafiosa.

Tuttavia, pure in questi territori tradizionali si riscontra la continua ricerca di contatti sia con la pubblica amministrazione - che ha portato allo scioglimento di comuni, a condanne per fatti di mafia di sindaci e a procedimenti inerenti l’indirizzamento del consenso elettorale verso prescelti candidati , alla realizzazione di numerosi atti intimidatori sul territorio della provincia in danno di pubblici amministratori, come segnalato dal prefetto di Agrigento -, sia con il mondo delle professioni e, in particolare, con quello del settore bancario.

Il senso di questa particolare vitalità mafiosa nel territorio agrigentino che, peraltro, è quello in cui fu trucidato barbaramente il giudice Rosario Livatino, già avvertita dalla Commissione nel corso dei propri lavori di approfondimento, si coglie ed è sintetizzato nella recentissima e imponente operazione sul “mandamento della Montagna” che, il 22 gennaio scorso, ha portato all’arresto di oltre una cinquantina di associati mafiosi accusati di voto di scambio, di gestione di appalti pubblici, di imposizione dei propri uomini nelle amministrazioni comunali, di estorsioni ai centri di accoglienza per i migranti, ma anche di affari, più tradizionali, nel settore delle slot machine e del traffico di stupefacenti.

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