Cos’è dunque la mafia, cosa è diventata negli anni ottanta? Abbandonate le prede miserabili; le assunzioni, le casse da morto, i fiori, le attività commerciali infruttuoso il settore edilizio per la crisi economica. Ora il mezzo è semmai quello più diretto e inequivocabile della compartecipazione economica agli immensi affari
Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo a questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Per una ventina di giorni pubblichiamo le inchieste de “I Siciliani”, ringraziando la Fondazione Fava che ci ha concesso la divulgazione
Cos’è dunque la mafia, cosa è diventata negli anni ottanta? Abbandonate le prede miserabili; le assunzioni, le casse da morto, i fiori, le attività commerciali per le quali semmai è data licenza di azzannarsi al sottobosco criminale, come accade in ogni altra grande città italiana, infruttuoso il settore edilizio per la crisi economica che ha quasi paralizzato il settore, la mafia ha dovuto in gran parte cedere anche il suo potere politico, cioè l’amministrazione dei voti elettorali con cui si poteva condizionare l’elezione e quindi la volontà del governante. Ora il mezzo è semmai quello più diretto e inequivocabile della compartecipazione economica agli immensi affari.
Ecco, la mafia si è concentrata solo sugli affari immensi che, per essere appunto tali, spaziano sull’intero territorio nazionale, presupponendo quindi una struttura criminale di perfetta qualificazione tecnica, tale cioè da potere reggere rapporti, alleanze ed eventualmente anche conflitti a livello internazionale.
Pochissime le prede e tutte essenziali.
Anzitutto la droga. Non esistono statistiche ufficiali ma, subito dopo il caffè e il petrolio, la droga è forse la merce che comporta a livelli mondiali il più alto impegno di capitali. Un chilo di eroina, proveniente dal medioriente viene a costare circa venti o trenta milioni di lire compresa l’altissima tangente che dev’essere pagata ai corrieri. In America viene rivenduta per un prezzo doppio ai grossisti i quali, attraverso una infinità di canali e complicità, riescono a ricavarne anche cento centocinquanta milioni al chilo.
Nel dettaglio, nel minuscolo miserabile commercio al quale affluiscono decine di milioni di infelici in tutto il mondo, la droga, suddivisa, adulterata, commista, moltiplica paurosamente le sue quotazioni, per dieci, per dodici volte. Le cifre diventano da capogiro: un carico di cento chili di stupefacenti, per una sorta di reazione a catena può portare ad un utile finale di diverse decine di miliardi.
Naturalmente le spese sono enormi, gli uomini che trasportano il carico sono pagati a peso d’oro, sono quasi sempre insospettabili che valutano dunque il lavoro del rischio della loro stessa dignità; nella rete di corruzione sono coinvolte, l’una all’insaputa dell’altra, centinaia di persone che nemmeno si conoscono fra di loro, dal mozzo di una nave al comandante, dal pilota di un aereo di linea al funzionario della dogana, dal professionista illustre al diplomatico.
C’è un dato significativo. In quegli anni, forse in quei mesi, nei quali parve che la commissione parlamentare antimafia fosse riuscita a sradicare letteralmente il fenomeno mafioso, il mercato clandestino della droga subì una specie di paralisi in Europa e i prezzi salirono vertiginosamente, segno inequivocabile che molte delle misteriose vie della droga passano appunto per la Sicilia, e comunque sono governate dalla mafia su quasi tutte le rive del Mediterraneo.
Poi i giganteschi affari pubblici, i programmi di governo che comportano stanziamenti per centinaia di miliardi, ad esempio per la costruzione di una diga per la quale bisogna espropriare terre e campagne ed impegnare lavoro, tecnica e produzione industriale per anni; oppure il risanamento della zona del Belice, un colpo esemplare: ventimila persone sono rimaste nella merda e trecento miliardi sono scomparsi. Il colonnello dei carabinieri Russo diceva di avere raccolto tutte le prove di colpa, sapeva i nomi, aveva un dossier di mille pagine.
Prima che completasse l’inchiesta era stato trasferito, prima che potesse acquisire le prove definitive, è stato giustiziato.
Diceva di avere scritto altri quattro dossier sull’anonima sequestri e di avere individuato alcune precise connivenze ad altissimo livello politico e non c’è dubbio che il candido e caparbio colonnello avesse visto giusto perché un’attività criminale, quale l’anonima sequestri, presuppone certamente complicità a livello politico nazionale.
Sono centinaia di miliardi che in Italia valgono poco più della carta straccia poiché le banconote sono sempre e infallibilmente segnate, ed è dunque denaro da riciclare all’estero, nelle famigerate banche svizzere che, proprio mentre la criminalità stringe alleanze sempre più profonde e micidiali a livello internazionale, sono disposte ad accettare denaro comunque e da chiunque, ancora con le macchie fresche di sangue.
L’esportazione clandestina del denaro è impresa difficilissima poiché esige una rete di complicità in ogni direzione, e non soltanto per la emigrazione delle banconote, quanto anche per il suo ritorno in Italia sotto forma di valuta estera, e soprattutto per il suo investimento in imprese pulite, villaggi turistici sulle montagne e al mare, complessi edilizi, città giardino, titoli azionari, aziende di trasporti, chissà, anche azioni in iniziative economiche di alto merito umanitario o scientifico.
La mafia ha avuto sempre questo senso del grottesco, dai tempi ruvidi quando si metteva una pietra fra i denti all’ucciso per significare che aveva parlato troppo, o gli si infilavano i genitali in bocca per significare che aveva recato offesa all’onore.
Con la qualificazione politica, e quindi con la maggiore certezza della propria potenza, il grottesco è diventato anche sottile capacità di ironia.
E d’altro canto basta pensare a Luciano Liggio, nel suo prospero carcere, con televisione, vestaglia, armadietto bar, buoni libri da leggere, barbiere personale, medico curante, equipe di legali, visite confortevoli di parenti e amici, la sicura possibilità di continuare ad amministrare.
Nei suoi occhi ora ammorbiditi dalla maturità ci sono tutte le cose che ha visto, i volti, le persone, i nomi, le violenze, i vivi ed i morti. Lui sì potrebbe raccontare una fantastica storia sull’Italia e gli italiani e spiegarci perfettamente come fu e come ancora è, in tante cose, la Sicilia. Venti anni fa era un piccolo contadino, grasso, un po’ sciancato, poverissimo, con due occhi che gli bruciavano in mezzo alla faccia pallida.
Sapeva appena leggere e scrivere, ogni sera arrivava dalla campagna nella piazza di Corleone, claudicante, silenzioso, sembrava un povero bracciante che chiunque avrebbe potuto prendere a calci.
E invece era già vestito di morte. La sua potenza è la dimostrazione di quanto sia ancora sbagliata e tragica la società siciliana e quali possibilità essa offre a chi possiede una virtù essenziale, la ferocia. Qui a Corleone, venti anni fa, fu ucciso Placido Rizzotto, un ragazzo che correva per le campagne chiamando i miserabili alla rivolta contro i padroni. Insieme a lui furono uccisi quell’anno altri nove uomini. Anche negli ultimi mesi a Corleone sono stati assassinati dieci esseri umani. Andiamo a Corleone!
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