Se i tubi che portano acqua nelle nostre case fossero considerati alla pari dei cavi dell’elettricità o delle reti del gas, la situazione sarebbe molto diversa.

Le infrastrutture idriche nel mondo perdono circa il 30 per cento di quello che trasportano (in Italia si arriva al 42 per cento). Non sarebbe così se l’acqua fosse considerata dai governi del mondo «una risorsa strategica nazionale, importante per la competitività economica, l’adattamento climatico e l’inclusione sociale». Per cambiare approccio ci vogliono soldi, tanti. Circa 6.500 miliardi di euro. Ma l’investimento verrebbe ampiamente ripagato: Pil aggiuntivo di 8.400 miliardi di euro e 14 milioni di posti di lavoro in più ogni anno.

La proposta è stata avanzata ufficialmente a Davos dall’amministratore delegato di Acea, Fabrizio Palermo, che ha presentato il report del World Economic Forum (Wef) “Bridging the €6,5 Trillion Water Infrastructure Gap”, realizzato in collaborazione con Acea e l’Università di Cambridge.

L’azienda basata a Roma, primo operatore idrico italiano e secondo in Europa, punta a convincere i potenti del mondo (tra gli incontri di Palermo al Forum, quello con la commissaria europea all’Ambiente, Jessika Roswall) che l’acqua deve essere al centro della crescita economica globale e della lotta alla crisi climatica, e lo fa con un paper del think tank che ogni anno organizza il meeting svizzero.

Il futuro dell’acqua

In circa 40 pagine lo studio motiva la necessità di spendere 6.500 miliardi di euro entro il 2040 per costruire e ammodernare le infrastrutture idriche con due obiettivi. Primo: dare accesso equo all’acqua a chi non ce l’ha. Il paper riporta che oltre 3 miliardi di persone (quasi metà della popolazione mondiale) oggi sono prive di «servizi idrici e igienico-sanitari sicuri e a prezzi accessibili». In Africa, Medio Oriente e Asia la percentuale di case collegate alla rete fognaria è inferiore al 50 per cento.

Il secondo obiettivo è quello di ridurre le perdite di acqua dalle infrastrutture esistenti ammodernandole e rendendole più resistenti ai cambiamenti climatici. Le reti idriche perdono il 30 per cento dell’acqua trasportata a livello mondiale, il 22 per cento in media in Europa. Questi tubi andrebbero rappezzati o sostituiti, al contempo andrebbero aggiornati gli impianti di trattamento dell’acqua per salvaguardare quella potabile da contaminanti come i Pfas e utilizzati in modo massiccio strumenti digitali, di automazione e intelligenza artificiale per gestire meglio i processi.

Per colmare tutte queste lacune, ha calcolato lo studio, servono investimenti annuali aggiuntivi pari a 431 miliardi di euro. Un sacco di soldi. Non a caso Acea ha scelto di presentare la proposta durante il tradizionale incontro in cui politici, banchieri ed esperti vari di tutto il mondo fanno il punto sulle nuove tendenze economiche mondiali.

«I governi dovrebbero posizionare l’acqua come asset strategico nei portafogli nazionali, creando quadri normativi prevedibili – si legge nello studio – incentivando l’efficienza e il riuso e mobilitando capitale pubblico strategico o garanzie per attrarre investimenti privati».

I capitali privati si spera arrivino anche grazie alla finanza. Acea cita strumenti come i blue bond e i partenariati pubblico-privati sostenuti da garanzie pubbliche. «La finanza potrebbe espandere l’uso di strumenti innovativi e considerare l’acqua come una classe di investimento separata verso cui indirizzare capitali».

Il report cita anche qualche caso di successo nel mondo. Come quello australiano, già applicato da anni. Nel bacino dei fiumi Murray e Darling, che attraversano buona parte della zona sud-occidentale dell’isola, il governo di Canberra ha infatti facilitato la creazione di un mercato delle concessioni idriche. Agricoltori, industrie e governi statali possono acquistare e vendere «diritti d’acqua», permanenti o stagionali. Ogni anno vengono scambiati miliardi di litri. Il mercato offre agli utenti la flessibilità necessaria per adattarsi alle annate secche o piovose.

Gli agricoltori lo utilizzano per assicurarsi l’acqua per colture ad alto rendimento, prendono in concessione i diritti per diversi anni o posticipano l’uso dell’acqua non utilizzata alla stagione successiva. «Sebbene rimangano sfide aperte in merito alla trasparenza e all’accesso», conclude il report realizzato da Acea, quello australiano «rappresenta un modello per la gestione di risorse scarse attraverso la determinazione dei prezzi e il commercio».

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