Nel cristianesimo il sabato santo, il giorno dopo la morte di Cristo, è il giorno del silenzio. Non ci sono celebrazioni liturgiche, le chiese sono buie e silenziose, l’invito è alla meditazione. La morte di Gesù, evento di massima drammaticità per i credenti, non porta alla parola, al discorso, figuriamoci alla polemica e al dibattito polarizzato. La morte porta al silenzio.

Gli eventi terribili, del resto, necessitano sempre di essere rielaborati e non subito discussi. Al di là dello specifico esempio del sabato santo e del cristianesimo, dove il trauma viene poi risolto con la resurrezione, e al di là della propria fede (o non fede), la necessità della rielaborazione del dramma è una verità umana difficile da mettere in dubbio. Un’umanità che non stia mai zitta, ma parli continuamente e soprattutto immediatamente, senza far tacere le campane delle chiese neanche per un giorno, non potrà mai crescere e guarire.

Per stimolare in me qualche riflessione, negli ultimi giorni ho cercato di isolarmi dalle polemiche (non penso serva precisare di quali notizie sto parlando, anche perché se lo precisassi dovrei scegliere delle parole, ed entrerei nelle polemiche senza volerlo). Mi sono allontanata dagli eventi e ho iniziato a riflettere sul posto che occupa la religione nella contemporaneità. Parliamo spesso del concetto di fondamentalismo, per esempio.

Non lo facciamo da oggi, non per forza lo leghiamo a conflitti specifici (che possono avere altre giustificazioni), ma ne parliamo in molti modi, e da anni. Un concetto di complessa definizione, che infatti non definirò.
Mi limiterò a dire che, come noto, il fondamentalismo non nasce dentro l’islam, ma nasce nel protestantesimo, e un secolo dopo la parola viene applicata all’islam. L’interesse del concetto, la sua vitalità, per così dire, sta proprio nel fatto che, in varie forme e gradi, e con differenze, è una potenzialità di tutte le religioni. Oggi in modo particolare? Questa è una domanda.

Teorie economico-religiose

La cosa di cui vorrei parlare è però un’altra: mentre tentavo di dare forma a questi pensieri, mi sono imbattuta nella necessità di inserire il concetto di fondamentalismo in una teoria sociologica (intendo di sociologia delle religioni) di qualche genere. E una teoria che ha stimolato il mio interesse – anche per le sue ambiguità – è quella dell’economia religiosa.

L’economia religiosa è un’applicazione delle teorie economiche delle scelte razionali alla sociologia delle religioni. Usa la metafora del mercato, e cioè dell’offerta e della domanda di spiritualità, modellando così lo sviluppo e il successo delle religioni organizzate. Sicuramente è intuitivo osservare come persone e organizzazioni religiose interagiscano all’interno di un mercato caratterizzato da gruppi e ideologie concorrenti.
Avremo chi fornisce la religione, una varietà di idee e prodotti spirituali. E avremo la domanda, le persone che cercano la religione. Avremo lo stato, inteso come organizzazione politica all’interno della quale una religione opera. Lo stato può ostacolare la religione in sé, qualsiasi religione, può invece associarsi a una religione, trasformandola in un monopolio. In un contesto possono convivere molte religioni in competizione, stimolate a migliorarsi.

L’economia religiosa (che porta lo schema economico dentro la religione) si è sviluppata negli ultimi trent’anni. L’economia comportamentale (che invece porta la psicologia dentro l’economia) ha una storia più lunga, ma comunque ha ricevuto i riconoscimenti maggiori di recente.
Forse abbiamo bisogno di contaminazioni. È interessante notare come l’economia comportamentale si occupi di togliere il razionale dall’economia, mentre l’economia religiosa si occupi di inserire la religione in una cornice razionale.

Stimoli

Le conclusioni cui giunge l’economia religiosa sono in evoluzione. Ne ho trovate alcune che – al di là della loro correttezza, difficile da valutare – rappresentano uno stimolo.
La prima conclusione è che i movimenti religiosi hanno spesso motivazioni religiose, per esempio un estremismo non nascerà per forza a causa di un contesto disagiato, ma nascerà per ragioni intime, interne alla religione.
Un’altra tesi è che la modernizzazione delle società non è per forza in conflitto con la presenza delle religioni, a differenza di quanto di solito pensiamo quando pensiamo alla secolarizzazione come processo irreversibile. La terza tesi, controversa, è che la religione che “vince” nelle società di oggi non è quella più progressista, ma è quella più conservatrice: quella in contrasto.

Questi pensieri suoneranno corretti ad alcuni, assurdi ad altri. Per ora li lascio come spunto di meditazione silenziosa.

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