I fondi d’investimento come lo zio d’America, il parente ricco, anzi ricchissimo, che apre il portafoglio e salva il bilancio dal dissesto imminente. Per evitare il crack, il calcio nostrano si affida alla finanza anonima che più anonima non si può. Sigle che rimandano a complicate strutture societarie e raccolgono capitali in giro per il mondo con l’obiettivo di comprare aziende per poi rivenderle, ovviamente guadagnandoci.

È questo, in sintesi, il ritratto di Oaktree, il più importante creditore dell’Inter che ora si avvia a diventarne azionista di controllo al posto del gruppo Suning della famiglia Zhang. Se il passaggio di proprietà andrà in porto, con i soci cinesi costretti a farsi da parte dopo l’escussione del pegno da parte del loro finanziatore, diventeranno quattro i club di serie A che fanno capo a fondi internazionali. L’Inter si aggiungerà ai cugini del Milan, al Genoa e all’Atalanta.

Incognite

Prepariamoci, dunque, a un’ondata di articoli di giornale, ricerche accademiche o presunte tali, convegni pagati da ricchi sponsor in conflitto d’interessi, che canteranno le lodi della nuova frontiera del calcio, un business assediato da debiti e perdite che rilancia sé stesso grazie ai capitali forniti da grandi investitori finanziari.

Sarà vera gloria? Le premesse non sono granché rassicuranti. E non solo perché è sfumata sul nascere l’operazione con cui il fondo Cvc capital partners, avrebbe dovuto partecipare con un investimento da 1,6 miliardi alla costituenda media company della lega calcio per mettere in vendita i diritti televisivi sulla Serie A. Inter a parte, in almeno due casi su tre, Milan e Genoa, l’arrivo dei nuovi soci finanziari nei panni dei cavalieri bianchi ha tutt’altro che risolto i problemi. Anzi, ha aperto le porte a nuove incognite per il futuro prossimo.

Il caso Milan

La proprietà del Milan, per esempio, non sembra esattamente al di sopra di ogni sospetto, visto che poco più di due mesi fa si è saputo che la procura di Milano ha aperto un’inchiesta sulle transazioni finanziarie che hanno portato il fondo RedBird gestito dal finanziere Usa Gerry Cardinale a rilevare il controllo del club rossonero messo in vendita nel 2022 da Elliott, un altro fondo speculativo. Più di un indizio lascia pensare che Cardinale abbia fornito uno schermo al venditore, che quindi sarebbe ancora il reale proprietario della squadra.

Ipotesi che viene smentita da entrambi i soci, quello vecchio e quello nuovo. L’indagine, come sempre succede in questi casi, si snoda tra paradisi offshore come il Delaware e il Lussemburgo, e proprio per questo motivo pare ancora più complicato del solito recuperare prove documentali che diano sostanza all’accusa dei magistrati.

A prescindere da come andrà a finire l’inchiesta penale, che avrà tempi lunghi, sembra difficile affermare che l’ingresso in scena dei fondi abbia risolto i problemi finanziari della squadra. RedBird ha un debito di 550 milioni con Elliott a un tasso d’interesse annuo dell’8 per cento. Questo significa che entro l’estate dell’anno prossimo, quando il finanziamento andrà restituito, Cardinale dovrà sborsare circa 690 milioni. In pratica, il venditore ha fornito al compratore le risorse necessarie per completare l’operazione attraverso quello che nel gergo finanziario viene definito un vendor loan.

Di per sé non c’è nulla di anomalo, rispetto a quanto spesso avviene in questo tipo di transazioni, anche se tempi e modalità del prestito hanno alimentato i sospetti dei magistrati. Di sicuro, però, l’urgenza con cui il nuovo proprietario del Milan dovrà trovare i soldi per far fronte al suo debito si scontra con il rilancio delle ambizioni sportive del club, che andranno sostenute con investimenti importanti nel prossimo calciomercato, e i sogni di gloria dei tifosi.

Genova spera

La piazza genovese invece, che certo non punta alla Champions, in questi giorni festeggia l’ottimo campionato della squadra neopromossa dalla serie B. Per il futuro prossimo, però, c’è poco da stare allegri. Il fondo statunitense 777, sede a Miami, che nel 2021 ha preso il controllo del Genoa, si trova assediato dai creditori su entrambe le sponde dell’Atlantico. In Gran Bretagna è partita all’attacco una società di gestione patrimoniale, la Leadenhall capital partners, che anni fa ha prestato 600 milioni di dollari al fondo che controlla il Genoa e ora sostiene che parte di quel credito (350 milioni) sia stato garantito con attività già fornite come collaterale ad altri creditori.

Primo effetto di questa azione legale è stato un ulteriore rallentamento dell’operazione che avrebbe dovuto portare la squadra dell’Everton, in grave crisi finanziaria, sotto il controllo di 777. Niente da fare, per il momento. Nel frattempo, all’orizzonte si profilano nubi nere anche in Belgio, dove il fondo Usa controlla lo Standard Liegi, un’altra squadra che rischia il crac. Ai problemi di bilancio si è aggiunta l’azione legale promossa dall’ex proprietario del club e dagli azionisti della holding proprietaria dello stadio di Liegi. Tutti reclamano pagamenti già scaduti da tempo. La lite riguarda cifre tutto sommato contenute, meno di 10 milioni di euro, che però 777 per il momento non è riuscito a saldare. I guai in Europa si sommano alle traversie americane.

Negli Stati Uniti, secondo quanto è emerso di recente, il fondo proprietario del Genoa è finito al centro di una complicata vicenda finanziaria che questa volta riguarda il consorzio assicurativo A-Cap, che ha affidato in gestione a 777 oltre 3 miliardi di dollari. Una somma che sfora del doppio i limiti consentiti dalle norme Usa per questo tipo di investimenti. Se adesso, come è stato richiesto dalle autorità, parte di quei fondi dovesse essere ritirata, c’è il rischio che il fondo Usa vada incontro a seri problemi.

Per adesso l’onda lunga di questi guai non ha toccato il Genoa. In prospettiva, però, aumentano i dubbi sul futuro della squadra, che pure era avviata a recuperare una certa stabilità nei bilanci dopo i risultati molto negativi degli anni tra il 2019 e il 2022, quando il più antico club italiano era arrivato a perdere 61 milioni su 67 milioni di ricavi, dopo i 42 milioni di rosso in bilancio del 2021. Grazie al ritorno in serie A, i proventi sono aumentati e nelle settimane scorse la società ha approvato i conti 2023 chiusi con perdite dimezzate a 33 milioni di euro rispetto all’esercizio precedente.

A dare slancio alla rimonta è stato l’accordo con il fisco. Grazie alla transazione raggiunta con l’Agenzia delle Entrate e omologata dal tribunale, i 110 milioni di debiti tributari accumulati dalla squadra negli anni scorsi sono stati tagliati del 65 per cento e il pagamento della somma rimanente, pari a circa 37 milioni, è stato scaglionato nell’arco di dieci anni. Come dire che a tenere a galla il Genoa, prima ancora del fondo Usa, è arrivato un salvagente di Stato.

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