L’era della Tim di Stato è ufficialmente iniziata.

A soli cinque giorni dalla chiusura dell'Offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) che ha permesso a Poste di blindare l’85,82% di Tim, il Cda della società guidata da Matteo Del Fante e Giuseppe Lasco non perde tempo. La macchina dell'integrazione si è ufficialmente messa in moto con l'approvazione del regolamento che disciplina l'attività di direzione e coordinamento sulla compagnia di telecomunicazioni.

Dal punto di vista formale il regolamento approvato dal board di Poste traccia il perimetro di una gestione accentrata. L'obiettivo dichiarato è l'allineamento strategico, la condivisione delle politiche industriali e la creazione di economie di scala. Nella pratica significa che il cuore pulsante delle decisioni di Tim passerà attraverso la filiera di comando di Poste.

Il Cda, l’amministratore delegato e il direttore generale avranno il controllo e la visibilità sulle principali attività della compagnia telefonica, con un meccanismo di preventivo coinvolgimento nelle operazioni di maggiore rilievo strategico. L'autonomia giuridica di Tim resta integra - a tutela anche di quel 14% abbondante di azionisti di minoranza rimasti fuori dall'offerta – ma la sostanza industriale e finanziaria è ormai saldamente nelle mani di Poste.

Oggi si è tenuto anche il cda di Tim: in una nota di poche righe la società si limita a prendere atto di quanto deciso da Poste e contestualmente ha approvato il regolamento di governo operativo dei rapporti e dei flussi informativi con Poste e che riguarda anche le società controllate.

L’execution nelle mani di Labriola

Nodo cruciale il futuro di Pietro Labriola il cui mandato scade formalmente a primavera 2027. L'amministratore delegato di Tim, che ha sostenuto e portato in adesione all'Opas anche le proprie azioni e quelle del top management, vede inevitabilmente ridimensionato il proprio raggio d'azione autonomo. Pur restando al timone operativo per traghettare la società in questa delicata fase di transizione e forte dell'orgoglio per il risanamento dei conti completato negli ultimi anni, Labriola si ritrova a operare sotto la stretta tutela e i poteri di direzione e coordinamento esercitati direttamente da Matteo Del Fante e Giuseppe Lasco.

E non potrebbe essere altrimenti. Il suo ruolo diventa così quello di un esecutore di altissimo profilo delle indicazioni strategiche decise dalla capogruppo pubblica, chiamato a gestire l'integrazione sul campo senza però poter più disporre di una visione slegata dagli obiettivi complessivi del gruppo Poste. L’opzione riconferma non è comunque da escludersi considerato che l’integrazione societaria richiederà tempo.

Il rebus del delisting

C'è un dettaglio finanziario cruciale emerso in questi giorni: l’Opas si è fermata appena sotto la soglia del 90%, la quota “magica” che avrebbe fatto scattare lo squeeze-out automatico ossia l'esproprio delle azioni residue sul mercato. La mancata conquista del 90% se è vero che esclude la scorciatoia dell'espulsione automatica delle minoranze dal listino, diversamente dalle notizie circolate in questi giorni non blocca affatto la possibilità del delisting di Tim.

Come insegnano le dinamiche dei mercati finanziari la revoca della quotazione da Piazza Affari si può ottenere anche senza lo squeeze-out, ad esempio attraverso una fusione per incorporazione decisa dall'Assemblea straordinaria, dove Poste, con il suo pacchetto azionario, ha i numeri per blindare qualsiasi delibera. Anche se stando a quanto risulta a Domani la questione non è per ora all’ordine del giorno.

Tim Brasil destinata alla vendita?

In questo quadro di riassetto complessivo non mancano le suggestioni a partire dal destino della gallina dalle uova d'oro Tim Brasil, che genera circa 2 miliardi di euro di Ebitda. È possibile che Poste, nella sua opera di rifocalizzazione o di alleggerimento del debito, decida di vendere la redditizia controllata brasiliana. Più complesso e di difficile attuazione appare invece l’ipotesi, che sta circolando senza però reali pezze di appoggio, di un maxi scambio: Poste cederebbe Tim Brasil al patron di Iliad, Xavier Niel, in cambio del controllo della filiale italiana dell’operatore di Tlc, che si attesta però a 450 milioni di Ebitda.

Un’operazione improbabile, soprattutto alla luce del fatto che Xavier Niel è diventato da poco primo azionista di Vodafone e sta concentrando il suo raggio d'azione sul rafforzamento del business in Europa attraverso investimenti nello sviluppo di infrastrutture tecnologiche avanzate e la spinta sul cloud e sull'intelligenza artificiale attraverso Scaleway, società del Gruppo francese selezionata dalla Commissione europea fra i 4 fornitori di un mega contratto da 180 milioni per il cloud sovrano. Peraltro cedere un asset da due miliardi di Ebitda (Tim Brasil) per rientrare su un operatore più piccolo richiederebbe a Poste una fiducia cieca nella capacità di estrarre rapidamente un miliardo e mezzo di euro di sinergie sul mercato italiano, un rischio che i vertici difficilmente vorranno correre.

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